
D'Offizi, Baraldi, Gissi - Credits: Diletta Parlangeli
I loro nomi scorrono sullo schermo in basso mentre Ugo Tognazzi arriva davanti alla chiesa di San Miniato per portare a termine la sua ennesima supercazzola (prematurata).
È l’inizio di “Amici miei atto II”, ma quella scena accompagnata dalle musiche di Rustichelli non è che un esempio di come gli interpreti (immensi, in questo caso) o i registi di un film (giganti) possano senza volerlo distogliere l’attenzione dello spettatore dall’identità di tutti quelli che sono al loro fianco, nel senso più nobile del termine.
Direttore della fotografia: Sergio D’Offizi. Scenografo: Lorenzo Baraldi. Costumista: Gianna Gissi.
Sono proprio loro, ospiti del Festival di Cortometraggi Salento Finibus Terrae (che ha avuto luogo dal 19 al 30 luglio in Puglia per la direzione artistica di Romeo Conte) a ricordare Mario Monicelli.
Fu lui a filmare il capolavoro il cui progetto originale portava il nome di Pietro Germi, e che li ha visti protagonisti tutti insieme, così come in altre opere nel corso della vita.

D'Offizi, Baraldi, Gissi - Credits: Diletta Parlangeli
Un tributo che passa attraverso le parole nell’omaggio voluto dalla manifestazione, ma soprattutto dai gesti, dai movimenti delle mani che rivelano un rapporto profondo e rispettoso, professionale, ma umanissimo con il grande cineasta che ha diretto le più grandi opere del cinema italiano (per chi non avesse idea, sperando non esista, alcuni titoli: L’armata Brancaleone, I soliti ignoti, Il marchese del Grillo, La Grande Guerra, Parenti serpenti, Guardie e ladri).
Facile perdersi nei loro racconti, finestre su un tempo impossibile da immaginare oggi. Non per l’inevitabile trascorrere degli anni, quanto per il gusto nell’attenzione, lo spessore di un impegno costante e faticoso che non lasciava per strada il divertimento e la spensieratezza, tutt’altro che leggera.
Lorenzo Baraldi, che con Monicelli ha lavorato “38 anni, fino al 2010″ (anno in cui è scomparso suicida), rende subito l’idea dell’impostazione del maestro che fu suo amico:
“Mi chiesero se fossi interessato a fare a lui le scenografie, e io, con le gambe tremanti, andai a ritirare il copione. Dopo averlo letto mi ripresentai chiedendogli ‘Monicelli, se vuole dirmi che idea ha lei della scenografia…’. ‘Tu fai lo scenografo?’ ‘Sì’. ‘E allora sei tu che mi devi dare le idee. Tante idee’. Questo era lui”.
Lo sguardo, incorniciato da barba e capelli di un bianco perfetto, ogni tanto cede il passo alla malinconia quando nomina il maestro.
Hanno faticato anche a delle pellicole mai uscite, come “Gli ospiti di quel castello”, tratto dall’omonimo romanzo di Ercole Patti. Doveva essere prodotto da De Laurentis, poi il progetto naufragò. Fecero “Un borghese piccolo, piccolo”.
Di lui parla anche Gianna Gissi, sorridendo:
“Mario diceva sempre che chi si ammala sul set è un idiota e un maleducato. Penso sia la ragione per cui una volta, in Francia, dopo una settimana di riprese con un freddo terribile, mi ammalai solo per i giorni di Pasqua e Pasquetta: 38°, 39° e il lunedì avevo già 37°. Il giorno dopo si tornava sul set”.
Lei di Baraldi è la moglie da quarant’anni e a vederli camminare e parlare insieme, con D’Offizi che si ferma e dietro gli occhiali da vista snocciola aneddoti di ogni sorta, viene in mente che grande spettacolo possano essere insieme nella quotidianità, così pieni di vita e trascorsi:
“A casa nostra non ne potevano più di sentirci a tavola, invece!”
Così scherza Gianna, spiegando che sì, indossa una camicia rosa ed i pantaloni viola per aiutare il lavoro del fotografo, visto che sapeva che avrebbe scattato in riva al mare (trucchi del mestiere, appunto).
Se c’è una cosa che ripetono tutti e tre è che loro, davanti alla macchina da presa, non sono proprio abituati a stare.
A D’Offizi una volta chiesero per comodità di fare una comparsata come barista: doveva dire a Nilla Pizzi “Cosa desidera signora?”, facendo poi partire il vapore della macchina del caffè; andò così nel pallone che sentì commentare dalla regia: “Troviamone un altro meno imbranato…” “Nun è difficile dottò!”.
Stessa cosa Baraldi: fece un’apparizione in una scena con Tognazzi (sempre Ugo) commissario che finì per essere tagliata nonostante il trucco dei numeri recitati al posto delle parole che poi si coprono in fase di doppiaggio.
D’altra parte ognuno di loro è arrivato al cinema per la propria strada e con idee ben precise. Gianna Gissi lo racconta bene:
“Io sono figlia della guerra, per noi i film erano adatti a sognare. Avevo un cinema sotto casa, entravo alle 15 e uscivo alle 19 (“Già, ché con un biglietto stavi dentro quanto volevi”, aggiunge il marito, nda). Guardavo e pensavo che avrei dovuto assolutamente fare qualcosa in quel mondo.
Ho avuto la fortuna di avere una cultura e quindi di sapere che esistevano certi tipi di mestieri. Mi son sempre detta ‘chissà quante persone ci sono più brave di me, che però non sapevano, non avevano idea che si potesse fare un lavoro del genere’”.
Anche Sergio descrive il cinema come una magia:
“Quando avevo 12 anni mio padre, per togliermi dalla strada, mi portò con lui in un teatro di posa e a me sembrò di essere in un manicomio. Gente che urlava ovunque, che si passava cose e correva.
Un frastuono incredibile, fin quando non si sentì un ‘Silenzio, si gira!’. Tutto si fermò improvvisamente in un silenzio assoluto. In quei cinque minuti ho vissuto una favola”.
I set, un tempo, erano luoghi di rigore, quanto di goliardia: troupe intere che facevano i turni la notte, un’ora ciascuno (Depardieu compreso) per tirare sassolini alla finestra a un direttore alla fotografia particolarmente nervoso e scontroso e non farlo dormire, scherzi di ogni tipo (“Durante le riprese de ‘Il marchese del Grillo’ Monicelli aveva trovato un campanaccio per richiamare tutti all’ordine – racconta la Gissi – e noi gli foderammo il batacchio”), orari estenuanti che nulla potevano contro la voglia di condivisione e svago.
D’Offizzi fissa negli occhi:
“Lo sai cosa significa fotografia, se lo giri? ‘Scrittura della luce’”.
I racconti che si sovrappongono e fanno venir voglia di avere tre registratori e tre penne sempre pronti, portano quasi inevitabilmente a una domanda: i set di oggi, sono come quelli descritti da “Boris” (serie tv e film)? Risponde Gianna, mentre gli altri annuiscono:
“Esatto con la differenza che in quel caso i personaggi, anche quando negativi, sono simpatici e a ogni modo accattivanti: nella realtà no”.
Le voci raccontano tutto senza la retorica del “quando c’eravamo noi”. Registrano semplicemente il cambiamento, lo digeriscono e lo fanno proprio, quando vogliono (lavorano ancora, anche dicendo dei “no”).
La verità però, senza retorica, è che quando “c’erano loro” il cinema era tutta un’altra cosa. E non una supercazzola.
- Giovedì 4 Agosto 2011











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