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La pelle che abito, un Almodóvar meno carminio sugli echi di Frankenstein

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  • Tags: al cinema, antonio banderas, Cinema, Elena Anaya, La pelle che abito, Pedro Almodóvar
  • 2 commenti
La pelle che abito

La pelle che abito (Warner Bros)

Simona Santoni

Con uno stile narrativo austero e quasi asettico, ben lontano dallo strabordìo seducente di Tutto su mia madre o Volver, Pedro Almodóvar consegna ai suoi estimatori, che aspettano da lui sempre una perla, un film che lascia un po’ perplessi. La pelle che abito, che dopo l’esordio al Festival di Cannes arriva nelle sale italiane (dal 23 settembre), è un film privo di retorica visiva ma anche avaro di incantamenti e magie di mano almodovariana.

Non mancano però le tematiche care al regista spagnolo: amori folli, ossessioni psicopatiche, fratelli che ignorano il loro legame di sangue, madri che celano verità e assecondano pazzie, e soprattutto l’identità personale ferma e intaccabile, che non cambia neanche se martoriata e se cambia la pelle che abitiamo…

Antonio Banderas è il dottor Robert Ledgard, stimato chirurgo plastico che, da quando sua moglie è morta in seguito alle bruciature patite in un incidente d’auto, ha uno scopo unico: inanellando anni di ricerche e sperimentazioni, ottenere una pelle nuova, sensibile alle carezze ma non attaccabile da fuoco ed aggressioni esterne. Ma il dottor Ledgard è un uomo completamente amorale, senza i retaggi di sensi di colpa ereditati dalla religione tanto invisa ad Almodóvar. E così il chirurgo tanto elegante quanto mostruoso non si pone il minimo scrupolo ad utilizzare per i suoi studi una cavia umana, su cui impianta pezzi di pelle come se fosse il suo Frankenstein. Ma la “creatura” che ne viene fuori è tutt’altro che mostruosa; ha femminee ed avvenenti sembianze (quelle di Elena Anaya) e viene chiamata Vera, intrigante paradosso almodovariano visto che dagli angoli della bocca al mignolo del piede è tutt’altro che “vera”.

La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito

La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito

La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito
La pelle che abito


A Banderas, attore feticcio di Almodóvar, il maestro chiede di adottare la stessa inespressività mostrata da Alain Delon in Le cercle rouge di Jean-Pierre Melville, e Antonio ci riesce, manovrando espressioni facciali minime, dando al dottor Ledgard l’assoluta mancanza di sentimenti e di empatia verso gli altri tipica degli psicopatici.

Non è meno perversa di lui la madre-governante Marilia (Marisa Paredes), genitrice tragica e anche lei senza scrupoli, che confessa di avere “la follia nelle viscere”. E sebbene non abbia mai esitato a diventare complice degli abusi di Ledgard, ha un presagio drammatico di maledizione che la segue.

Con un montaggio curato e flashback del passato ricuciti al presente con diabolica precisione, Almodóvar ci offre una storia difficile da ingabbiare in un genere particolare, che non è horror né thriller, pur lambendoli. Pur essendo scabrosa, non ha nulla di splatter. Pur intuendo che nel corso degli anni è stato sparso molto sangue, poco ne vediamo.
La fotografia, diretta da José Luis Alcaine, è cupa e di algida brillantezza. Dimenticate la chiassosa vivacità di passati capolavori almodovariani e quei rossi intensi e ricorrenti tanto amabili.
Tante sono anche le citazioni di classici e di altri registi, più o meno volute, da Frankenstein di James Whale a Vertigo e Rebecca di Alfred Hitchcock ai personaggi in maschere o calzamaglie nere di Occhi senza volto di Georges Franju e Danger: Diabolik di Mario Bava.
Se la mano del maestro spagnolo è capace di intessere il tutto con la stessa abilità chirurgica del suo Ledgard, a La pelle che abito manca però quel lampo almodovariano che tanto me lo ha fatto amare in passati lavori. Manca passione.

Non mancano però, nonostante il tanto materiale raccapricciante messo insieme, saette brevi di comicità, come quando Vera si presenta con fare seduttivo dicendo, “Sono Vera, Vera Cruz”. E il riferimento a Penélope Cruz, attrice ben cara ad Almodóvar a cui originariamente doveva andare la parte, fa scattare risolini in sala.
La scena che più mi ha colpito e più ho apprezzato, forse la cosa migliore del film? Il finale (che ovviamente non starò a raccontare). L’identità, appunto, è intaccabile.

SCHEDE E FOTO DEI FILM IN USCITA

  • simona.santoni
  • Venerdì 23 Settembre 2011

Vedi anche:

  • Antonio Banderas: La pelle che abito io? La follia dell’arte
Ryan Reynolds e Olivia Wilde fanno coppia? »
« Millennium - Uomini che odiano le donne: il full trailer è in rete

Commenti

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Il 23 Settembre 2011 alle 22:49 Antonio Banderas: La pelle che abito io? La follia dell’arte | blu-host-info.co.cc ha scritto:

[...] film di Pedro Almodóvar (La pelle che abito, da oggi in trecento sale) interpreta un personaggio polivalente, un mix di anime e di ruoli che lo [...]

Il 24 Settembre 2011 alle 4:21 - Vivi Capena ha scritto:

[...] film di Pedro Almodóvar (La pelle che abito, da oggi in trecento sale) interpreta un personaggio polivalente, un mix di anime e di ruoli che lo [...]

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