
Il villaggio di cartone, 01 Distribution
Ermanno Olmi, che alla bellezza di ottant’anni, dopo aver annunciato il ritiro dalle scene, firma invece (e “per via di una disgrazia vostra”, scherza lui) un film poetico e denso di simboli su temi delicati quali l’immigrazione e la religione. Il titolo è Il villaggio di cartone, dal 7 ottobre in 80 sale: “Tutti avvertiamo di essere alla vigilia di un grande cambiamento: siamo arrivati in ritardo all’appuntamento con la storia, ci siamo distratti, spesso con la preoccupazione di diventare più ricchi. Se non cambiamo noi, sarà la storia a cambiarci”.
Questo il pensiero che ha convinto il cineasta a fare un passo indietro, per riflettere sulle nostre origini: “Inizialmente volevo realizzare un documentario su ciò che resta delle nostre culture millenarie passate, però poi sono caduto e sono rimasto 70 giorni immobilizzato. Stare lì fermo sul letto mi dava alla testa, già al terzo giorno mi era insopportabile. Così mi sono messo a scrivere e quello che ho capito è che, anziché andare in giro in cerca delle radici culturali di questa nostra patria mediterranea, era meglio ridurre, arrivare a un unico ambiente e ad una storia. Che poi è quella di oggi: in Italia c’è un cattolicesimo ben radicato, ma a volte ci si dimentica di essere cristiani. La nostra ipocrisia sta nel fatto che siamo disposti a elargire generosamente offerte per i bambini dell’Africa, però poi quando arrivano qui loro li cacciamo”.
Il suo film, invece, lancia la sfida di un’accoglienza senza riserve, all’interno di una chiesa dismessa. Dismessa perché Olmi alle chiese non crede più: “Liberiamoci dall’idea delle chiese come ambito in cui rassicurarci attraverso una fede ideologica e religiosa: dobbiamo piuttosto recuperare la nostra facoltà di uomini, comprendendo che responsabilità e libertà hanno un costo altissimo: la solitudine”. Solitudine consapevole, che il regista stesso, che oggi abita ad Asiago, racconta di aver scontato nella sua vita: “Intorno a me c’è da sempre un villaggio di cinematografari, una galleria di personaggi straordinari, ma io non ho mai praticato la chiesa del cinema: sappiamo bene come partiti e chiesa cattolica abbiano formato nella chiesa del cinema le altre chiese. Quando il cinema italiano era dichiaratamente di sinistra io - che non sono mai stato né comunista né democristiano, ma felicemente libero di non appartenere a nessuno - ero solo, isolato nelle montagne, una sorta di orfano. Ribadisco, la libertà si paga con la solitudine, ma se non siamo disposti a pagare questa tassa morale saremo sempre sudditi di queste chiese”.
Predicatore gentile e generoso distributore di pillole di saggezza, Olmi conclude proteggendosi a scudo da eventuali critiche: “Lo dico in anticipo: amo le icone e le frasi-simbolo, chi critica i dialoghi troppo ‘alti’ dei miei film è come chi ascolta un’opera lirica e si sorprende che cantino!”. Infine, a fronte di un cinema sempre più teso a raccontare famiglie alto-borghesi e agiate, si dichiara fiero di raccontare le storie chi a fine mese non arriva: “Perché racconto sempre di classi meno agiate? Forse perché quelle agiate non le conosco, io ho solo un letto e sono cresciuto tra campagna povera e periferia operaia”. Il che non gli ha impedito, naturalmente, di firmare nella sua carriera opere che hanno segnato la storia del cinema di questo Paese.
- Venerdì 7 Ottobre 2011









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