
Jannis Kounellis - (Ansa)
Erano gli anni ’60, quando un gruppo di giovani artisti sentirono la necessità di contrastare l’arte considerata tradizionale, riscoprendo il valore e la purezza dei materiali più “poveri” oltre a decontestualizzare la natura stessa all’interno di spazi solitamente adibiti a mostre d’arte.
Tra questi uno storico dell’arte - Germano Celant - e un ragazzo di origine greca appena arrivato a Roma - Jannis Kounellis.
A distanza di anni la Galleria Marino di Roma, presenta al Maxxi - fino all’ 8 gennaio 2012 - la mostra “Omaggio all’Arte Povera: Jannis Kounellis, Giuseppe Penone e Gilberto Zorio” che si colloca all’interno dell’evento Arte Povera 2011 a cura dello stesso Celant.

Jannis Kounellis - Senza titolo (Maxxi)
L’opera centrale esposta al Maxxi è composta da sei doppie lastre di quasi due metri quadrati ciascuna, sovrapposte tra loro al fine di porre lo spettatore di fronte a un muro impenetrabile.
Su di esso, otto putrelle che trattengono altrettante lastre di metallo grandi quanto un foglio di carta da disegno, coperte da un sacco di juta.
Nonostante il peso e l’imponenza dei materiali impiegati, ogni “attore” sembra comunicare fluttuando nello spazio.
La loro disposizione, però, riporta la mente alla figura della croce, elemento cardine in tutta la produzione di Kounellis.
In quell’essere verticali e orizzontali, si riassume l’intera stagione di vita dell’uomo: il cammino, la ricerca, il dolore e la fragilità.
Un pathos rappresentato dalla lampada a petrolio accesa e sorretta da un’asta ricurva.
- Senza titolo
- Senza titolo
- I cocci di porcellana
- I cocci di porcellana utilizzati nell’opera in mostra a Pechino
- Senza titolo
- Senza titolo
- Senza titolo
- Senza titolo
- Senza titolo
- Jannis Kounellis
Gli eventi-mostre che si terranno in tutta Italia, faranno da introduzione alla grande personale dell’artista che terrà al Today Art Museum di Beijing dal prossimo 19 novembre fino al 10 dicembre, nellambito del progetto “Translating China”.
Nella prima tappa, l’opera più complessa e simbolica è racchiusa nell’ultima lettera dell’alfabeto.
Una “Z” composta da 15 moduli in ferro.
Ogni modulo largo quasi due metri e alto quasi tre contiene 160 chilogrammi di carbone.
Sui pannelli installati su ciascun modulo, frammenti di porcellana antica cinese sapientemente disposta.

Janni sKounellis - Senza titolo (Today Art Museum)
Un alfabeto astratto, selezionato pezzo dopo pezzo, come testimonianza dei rastrellamenti delle Guardie Rosse di Mao durante la Rivoluzione culturale.
Simboli di una borghesia che non andava a genio alla classe politica dell’epoca.
Un ulteriore esempio di quanto sia importante per Jannis Kounellis l’ambiente in cui produce: si immerge a tal punto da diventarne parte, con la romantica sensibilità dell’artista capace di “essere”.
- Mercoledì 19 Ottobre 2011









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Commenti
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Il 21 Ottobre 2011 alle 10:34 albertoesse ha scritto:
Nelle dichiarazioni dei promotori iniziali, la Triennale di Milano e il Comitato Italia 150 (a cui in seguito si è aggiunto il Castello di Rivoli) la mostra-evento Arte Povera 2011 avrebbe dovuto avere due caratteristiche: la storicizzazione di un movimento fondamentale nell’arte contemporanea italiana ed internazionale e il lavoro in rete tra alcuni dei principali musei italiani.
La scelta di Celant di restringere la rosa degli artisti esposti a solo 13 nomi non solo esclude, senza alcuna ragione, alcuni degli esponenti universalmente indicati come figure di primo piano del Movimento da Gilardi a Parmiggiani, da Mattiacci a Marotta e Mauri ecc., ma elude anche una doverosa indagine storica su tutti gli apporti, le connessioni, le sfaccettature di un movimento che per la sua ampiezza e importanza non può non avere avuto, alle spalle dei “magnifici tredici” di Torino e Roma, anche altri interpreti (sia pur minori per Celant) e altre manifestazioni e in diverse parti d’Italia.
Inoltre, con la sezione specifica di Milano dedicata all’Arte Povera fino al 2010, si procede ad un falso storico prolungando merceologicamente la vita di un movimento che lo stesso Celant aveva dichiarato finito agli inizi degli anni ‘70.
Riguardo il lavoro di gruppo dei musei, come ho avuto modo di riscontrare personalmente, sembra si sia ridotto a ben poca cosa se a pochi mesi dall’inaugurazione delle mostra-evento alcune sedi locali sapevano ben poco sulla sua impostazione e sul loro ruolo specifico e ribadivano che ogni scelta, in particolare degli artisti esposti, era demandata a Celant senza possibilità di interlocuzione alcuna.
Ancora una volta il critico demiurgo pare prendersi tutto il proscenio, con buona pace delle belle parole su storicizzazione e lavoro di rete, consegnandoci un’Arte Povera a dir poco Ibernata.
Sull’argomento il video su youtube “arte povera 2011 tre domande a Celant e tre risposte”
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