
di Raffaele Panizza
Al Bar Sport di piazzale Istria a Milano (nome vero: Bar Vega), il meccanico con la tuta gialloblù ha appena finto di raschiare 18 «gratta e vinci» da 20 euro ciascuno. I nomi sono promettenti: Megamiliardario, Vinci alla grande, Una barca di soldi, Il tesoro del faraone. «Evvai, che culo, ho vinto 300 euro!» esulta, come se non ne avesse spesi 360 solo per comprare i coupon. «Che ci vuoi fare, il periodo del gioco ce l’ho avuto pure io» dice Teo Teocoli, che tutti i santi giorni parte dalla sua casa nel centro di Milano per venire fin qui in periferia, nel suo bar in zona Niguarda, a fare due chiacchiere coi clienti e poi chiudersi in raccoglimento in un piccolo loft a pochi passi dalla vetrina. «La febbre è durata 5 o 6 anni, all’ippodromo. Le scommesse le raccoglieva Spina, un allibratore clandestino che aveva un tic alla testa e faceva sempre no no. La gente s’infuriava perché non si capiva mai se accettava le puntate o meno».
Eccole le storie da bar. Mancano solo il «tennico» Claudio Bisio, il barista tirchio Onassis (Giuseppe Battiston), la prostituta Elvira «Lire tremila» e Cocosecco per rendere il quadro perfetto. Sono loro i protagonisti di Bar Sport, il film tratto dall’omonimo libro di Stefano Benni in uscita il 21 ottobre. Un inno corale all’Italia di qualche decennio fa, suonato da un’orchestra d’indimenticabili provinciali da bancone: lo scemo, il ragioniere, la cassiera bona, la vecchietta inviperita, il cacciaballe, l’innamorato deluso, il cascamorto… Per il ruolo del playboy, tra finzione e realtà, il regista Massimo Martelli ha scelto Teo.
Diego Abatantuono qualche mese fa ha detto a «Panorama» che il più grande sciupafemmine del Derby era Paolo Villaggio. Conferma?
Abatantuono ha detto una cavolata gigantesca. Il numero uno ero io. Più di Franco Califano.
Addirittura!
Per un periodo abbiamo persino vissuto assieme, a Roma. Anche se l’affitto lo pagavo io. Una sera gli ho portato a casa una stangona coi capelli dritti, Veruska. Lui la vede e fa: «Ahò, ma che te sei portato a casa er pennellone?». Grande amico e grande zingaro, Califano. Usciva senza valigia e poi tornava dopo 3 giorni con addosso vestiti che non gli avevo mai visto. «Dove li hai presi?» gli chiedevo. E lui, guardandosi stupito: «Boh, e che ne so io».
Antonio Cassano dice di avere avuto 600 donne. Lei?
Sì, come no… Pagando, forse. Guardi, ne ho avute tante, ma alla mia età rivelare il numero sarebbe patetico.
Com’era il look da cucco?
Blue jeans rigorosamente Lee, col risvolto alto, catena lungo i passanti della cintura, camicia e giacca della festa. Ero un gran ballerino, a 15 anni già facevo le gare di boogie-woogie nelle bocciofile. Se fossi nato in America sarei diventato famoso come John Travolta. Tony Manero ero io.
Il primo alcolico quando l’ha bevuto?
A 16 anni, al Colosseo, un bar dove si ballava il pomeriggio. Ho preso un Negroni e ho vomitato tutto il giorno.
Chi è stato il più grande cacciaballe da osteria che ha conosciuto?
Gianfranco Funari: raccontava cose incredibili, diceva di avere girato il mondo facendo il croupier, da Tokyo a Hong Kong. Non so se erano balle, di certo erano cose inverificabili.
L’ipocondriaco?
Massimo Boldi. Che tutt’oggi è in contatto costante con tutti gli altri ipocondriaci, Carlo Verdone e Claudio Lippi in testa.
E il depresso invece?
Più che depresso, cosa che non è, le dico quello che aveva l’effetto depressivo: Gino Paoli. Arrivava alle 3 di mattina e si metteva al pianoforte a fare Sapore di sale e tutto il repertorio, per ore, mentre noi volevamo vedere Ben Hur. Lo pigliavamo in giro da morire.
A inizio carriera lei e Boldi facevate serate in un bar frequentato dal gangster Francis Turatello. Che clima si respirava?
Pesante. Era Milano ma sembrava Chicago. Gli scagnozzi di Turatello tiravano fuori la pistola e per scherzare la puntavano in faccia a Boldi. Lui se la faceva sotto, piagnucolava. Se fosse partito un colpo gli avrebbero fatto saltare il cervello. E, in fondo, non sarebbe stato un gran danno!
Milano è ancora la sua città?
Non so, ci sto pensando. Ho 67 anni. Quando rallenterò col lavoro, e succederà presto, me ne andrò. Voglio vivere a Ibiza.
Perché torna tutti i giorni in questo bar?
Perché qui ho una casetta che ho comprato anni fa, per stare vicino a mia madre. Quando è mancata, non sono più riuscito a venderla. Ci vengo tutti i giorni ad ascoltare musica, a fare le mie cose. Sono diventato contemplativo. Non ho neppure la tv.
La tv non solo non ce l’ha, a quanto pare, neppure la fa più.
Come recitava il titolo di un mio show: «Non sono in palinsesto».
Se ne rammarica?
La tv mi annoia, e sinceramente non vorrei farla più. A novembre riparto con Unplugged, il mio tour teatrale fatto di improvvisazioni.
Mario Lavezzi, suo compagno sul palco, ha appena pubblicato un disco e potrebbe non esserci.
In quel caso faccio da solo, come sempre.
Non la fanno lavorare né alla Mediaset né alla Rai?
Alla Rai dicono che ho lavorato troppo dall’altra parte…
…e in Mediaset ha litigato con più di una persona. Un po’ di autocritica non la fa?
Autocritica? Mi segavano gli sketch. Ho fatto sette edizioni di Scherzi a parte lottando con gli autori che mi accusavano di essere poco elegante, e io ogni volta a fare scenate colossali. I pilastri ormai sono Carlo Conti e Gerry Scotti, gente che tira la carretta sei sere a settimana. I grandi show non ci sono più.
Non fantastica mai sull’idea di ricominciare da capo e rimettersi a girare i localini?
Sì. E ho un progetto: ricominciare a cantare. Metto su una band e vado a suonare il rhythm and blues nelle balere, anche per 50 euro a sera, con 2 mila vecchietti sotto il palco. Questo è un paese di vecchi. Voglio farli divertire.
Lei coi soldi fa il brillante?
Non maneggio denaro da 25 anni. Mi accontento dell’argent de poche per le piccole spese. Io vado in giro, compro, e poi passa mia moglie a saldare. L’altro giorno sono andato dal fioraio e gli ho detto: dopo passa la mia signora. E lui: ok, ma le ricordi che deve saldare pure il conto dell’anno scorso.
Col calcio come va, lo vive ancora alla Peo Pericoli?
Fino a poco tempo fa, se il Milan perdeva, ero capace di non mangiare per tutto il giorno. Adesso sono più distaccato. Quest’anno, però, ho fatto la tessera, dopo 40 anni.
Tribuna vip?
Macché, poltroncine arancio, dove andavo da ragazzo con gli amici. Io in tribuna non ci vado. A San Siro, per tutta la vita, ci sono entrato scavalcando.
- Martedì 25 Ottobre 2011









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Commenti
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Il 25 Ottobre 2011 alle 11:08 cantastorione ha scritto:
.hrande Teo, il più spagnolo degli italiani il più italiano dei comici….!!!
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