
«Finalmente un po’ di pietas, una vendetta non consumata. Sean Penn-Cheyenne che decide di non finire l’aguzzino nazista del padre è ossigeno in questi tempi bui di linciaggi ed esecuzioni sommarie. Le immagini di Muammar Gheddafi trucidato sono una vergogna, la negazione dell’umanità, il manifesto di un’era dove l’uomo si sostituisce a Dio». Parte dalla fine, Morgan: This must be the place, il road movie campione d’incassi di Paolo Sorrentino, lo ha folgorato. «Questo film fotografa lo stato di grazia del regista, è pieno di poesia, di delicatezza, e si pone sul lato opposto di un linguaggio cinematografico troppo spesso violento e sanguinario. Di italiano questa pellicola non ha la prospettiva, ma l’estetica, la cura dei dettagli, gli interni, il design».
Cuore e anima di This must be the place è Sean Penn, rockstar in pensione di origine ebraica, intrappolato in una malinconica vita dorata in una villa irlandese, scombinata dalla morte del padre con cui non parlava da trent’anni. Da quando cioè il suo è diventato un mondo popolato da abiti gotici, rossetto e make-up. «Un personaggio meraviglioso interpretato da un vero fuoriclasse» dice Morgan (in tv come giudice di X Factor, in onda il giovedì sera su SkyUno).
«Cheyenne-Sean Penn è un perfetto gentiluomo, nel senso di uomo gentile, non di persona all’antica. In realtà, quasi tutti i giovani che si vedono nel film sembrano vecchi rispetto a lui. Loro sono dimessi, avvolti in maglioncini grigi e marroni, con i capelli ben pettinati, lui è libero, si veste da rocker, a metà tra Robert Smith dei Cure e Ozzy Osbourne. Certo, deve fare i conti tutti i giorni con un passato glorioso che non tornerà più, con una vita che si ripete uguale a se stessa: è crepuscolare ma non è un reietto abbandonato».
Una vita da ex famoso che si intreccia con le altre dinamiche del film, una vita che regala squarci preziosi sulla reale esistenza di quelli che fanno il lavoro di Morgan.
«Mi colpisce tutto di Cheyenne, dal rapporto irrisolto con il padre, che ho sperimentato in prima persona da quando mio padre non c’è più, ai mille dettagli che possono dire molto agli spettatori, ma ancora di più a uno che come me vive principalmente di musica. Quella pizza nel forno, piatto unico di una cena consumata in fretta, è un classico per chi fa una certa vita».
Così come è un classico il momento dello struccamento davanti allo specchio del bagno in compagnia della donna di una vita.
«Il macho non si strucca, gli artisti sì. Quello che fa vedere Sorrentino è la fotografia esatta di un momento di complicità meravigliosa, impagabile, tra uomo e donna: io l’ho sperimentato molte volte con Asia (Argento, ndr). Struccarsi è solo il pretesto per un momento di grande intimità in un luogo intimo come il bagno».
Quella di Morgan sul personaggio interpretato da Sean Penn è una radiografia minuziosa, che spacca il capello e si addentra nelle pieghe psicologiche di un personaggio che, gli piace immaginare, «rimarrà nella storia del nostro cinema».
«Da cantante, da artista, non posso non rimanere abbagliato dalla cura dei particolari che messi tutti insieme
costruiscono il personaggio Cheyenne: quella vocina flebile è una chicca. Chi vive in questo ambiente sa che i
cantanti risparmiano la voce ogni volta che possono, che parlano piano volutamente per non sforzare le corde
vocali. Lui, Cheyenne, non canta più, ma gli è rimasta la vecchia impostazione. Il film non lo mostra, ma dietro
gli occhi e la malinconia di una vecchia gloria ancora ricchissima c’è il triste circo di cavalier serventi che lo circonda, gente che campa sulla sua malinconia, quella malinconia che gli ha fatto scrivere le canzoni per cui è diventato una star».
Morgan non nasconde la sua sincera ammirazione per una pellicola che si muove su più piani, che «contamina in maniera geniale i suoni e le immagini. Lo spezzone di concerto di David Byrne è geniale». Ma This must be the place non è un film musicale in senso stretto:
«Assolutamente no» spiega Morgan. «Qui la musica è sullo sfondo di un’altra storia, quella del figlio che vuole riscattare la memoria del padre con la caccia all’uomo che lo ha umiliato nel campo di concentramento. Ma la vendetta non si compie fino in fondo, vince l’umanità, la sensibilità sulla barbarie. Sono orgoglioso che questo film porti la firma di un italiano. A Sorrentino va un applauso e anche un abbraccio accademico con lode. Mi sarebbe piaciuto scrivere le musiche di una pellicola così. Che è bellezza, poesia, arte. Un’opera che interrompe la deriva del cinema italiano verso la claustrofobia, verso la camera da letto e gli estenuanti dialoghi di coppia nel chiuso di una stanza».
- Venerdì 4 Novembre 2011









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Il 4 Novembre 2011 alle 17:25 Articolo su Panorama: "This must be the place" - Così Sean penn mi fa dimenticare il linciaggio di Gheddafi ha scritto:
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