“Anche se sei il capocomico di una compagnia che sul territorio ha successo, appena esci dalle mura della Puglia, e in generale del Sud, non ti conosce più nessuno”. Così Uccio De Santis descrive la situazione che vive il suo personaggio nel film Non me lo dire dell’esordiente Vito Cea, in uscita nelle nostre sale a marzo e in anteprima al festival di Miami prima di Natale, grazie a Gabriella Carlucci: “E’ il sindaco di Margherita di Savoia, che ha un gemellaggio con quel festival”, ci spiega Uccio, che deve il suo lancio televisivo nazionale a La sai l’ultima, e quello cinematografico a Barzellette di Carlo Vanzina.
Non me lo dire nasce da una sua idea?
Sì, l’ha scritto mio fratello: dopo tanti sketch e cortometraggi avevamo voglia di passare al cinema con una storia che partisse dalla figura di un capocomico per poi proporre un viaggio.
Autobiografico?
In parte no, ad esempio il mio personaggio viene costretto ad abbandonare il palco dalla moglie, però c’è di vero tutta la difficoltà che un comico di talento incontra appena esce fuori dal territorio in cui è popolare.
Lei come mai non ha “sfondato” a livello nazionale?
Perché per quello non basta essere bravi, ci vuole l’aiutino di qualcuno. E poi a me piace rimanere al Sud, qui c’è tantissimo da fare, inoltre ho una compagnia e per non deludere tutti quelli che lavorano con me sono sempre rimasto fedele e legato a questa terra. Ciò non toglie che ho sempre detto a tutte le conoscenze che ho a Milano e Roma di fare finta che sia dietro l’angolo, e da lì sono nate le esperienze di La sai l’ultima e Stasera mi butto. Insomma, ho sempre cercato di impormi anche a livello nazionale, ma senza trascurare quella che è la mia realtà, invidiabile perché qui ho radici forti.
Anche Checco Zalone è un comico pugliese, ed è riuscito a imporsi a livello nazionale: merito del famoso “aiutino”, secondo lei?
Checco è molto bravo, anche lui però solo grazie a Zelig ha avuto la chance di farsi vedere a livello nazionale. E poi, diciamocelo, un pizzico di fortuna ci vuole sempre, e per ‘fortuna’ intendo anche avere il produttore giusto che ti vuole lanciare. Se il produttore non avesse visto Checco già in alcuni lavori precedenti, difficilmente avrebbe pensato di investire su di lui. E ha fatto bene, Checco è una bellissima maschera che funziona.
Cosa ha di diverso la sua comicità rispetto a quella di Zalone?
Lui è un bravissimo musicista, io sono solo un intrattenitore, ma anche nel programma quotidiano che faccio su Telenorba da anni ho imparato che a volte basta una semplice espressione al punto giusto, non serve strafare. Tempo fa tentai anch’io un provino per Zelig, ma era una gag sui carabinieri, figure che a Zelig non piacciono molto, infatti non andò. Da una parte mi è dispiaciuto, dall’altra meno perché io vivo tanto di improvvisazione e amo fare cose fresche e nuove, lì ormai i monologhi sono tutti prestabiliti, è una comicità molto più ingessata. In comune con Checco abbiamo la voglia di mantenere integra la nostra pugliesità, che è ciò che più apprezzo di lui, ma la mia comicità è più evocativa.
Il suo comico di riferimento, quindi, non è Checco?
No, è Celentano, perché con un’espressione rende tantissimo. E apprezzo anche Fiorello, perché condurre e improvvisare è quello che amo fare nei miei show, e ovviamente Troisi, per la passione e il carattere.
Senta, lei è un comico pugliese e sta per lanciare una commedia nell’anno in cui Checco ha sbancato al botteghino: penseranno sia un’operazione studiata a tavolino per una questione di incassi…
In realtà il mio progetto, una commedia di spessore e priva di volgarità, è stato presentato al Ministero molto prima che uscisse il primo film di Zalone. L’abbiamo dovuto ripresentare più volte, alla fine sono passati tre anni. Sia chiaro, io sono felice del suo successo: Checco non è altro che un apripista, ha dimostrato che la comicità pugliese funziona. Ma al suo posto avrei paura di incassi così alti: ora avrà il complesso di un risultato difficile da mantenere, io invece punto a farmi conoscere e recuperare le spese, perché l’80% di investimento sul film è personale e ci sono dietro undici anni di carriera. Ribadisco, io mi sono dovuto autoprodurre e rimboccare le maniche. Mi hanno detto più volte: “Uccio, tu funzioni tantissimo”, però poi non ho rapporti di amicizia con produttori e registi e in Italia arriva più facilmente chi ha più conoscenze.
- Giovedì 10 Novembre 2011










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