
di Cristiana Allievi
Nikki Reed è il tipo di ragazza a cui il sangue non fa impressione. A darle una fama planetaria è stato il ruolo di Rosalie, la vampira più bella della saga di Twilight; suo marito Paul McDonald, poi, lo ha conosciuto sul red carpet di Cappuccetto rosso sangue; aggiungete che le sue migliori amiche sono Deborah Ann Woll e Kristen Stewart, rispettivamente la vampira sexy della serie tv True Blood e la protagonista di Twilight, e il gioco è fatto. Presenza fissa della saga sin dal primo episodio, Reed recita anche in Breaking Dawn, penultimo capitolo di Twilight, film predestinato a sbancare il botteghino, nelle sale italiane dal prossimo 16 novembre.
Di lei stupiscono la morbidezza e il candore con cui dice quello che pensa. Proprio come una qualsiasi ragazza di 23 anni. Madre parrucchiera, padre ex architetto diventato scenografo, nel 2003, a 14 anni, Reed recitava già nello scandaloso Thirteen - 13 anni, di cui è stata anche co-sceneggiatrice. Poi sono venuti La prima volta di Niki, con Alec Baldwin, Lords of Dogtown, con Emile Hirsch e Heath Ledger, e a breve sarà accanto a Bruce Willis in Catch 44. Strano pensare che prima di entrare nel cast della saga più amata dagli adolescenti Nikki aveva deciso di smettere di recitare.
Sono anni che il cast di «Twilight», fra riprese e promozione, vive insieme. Com’è fare una simile esperienza?
Si immagini di mettere insieme 30 persone giovani e di vederle crescere e cambiare. A volte è un terremoto, si litiga. Altre volte è tranquillo. Diciamo che questa esperienza è una sfida con molti aspetti fuori dal nostro controllo.
Per esempio?
Siamo partiti tutti insieme, ma poi, col successo del film, si è creata una gerarchia. Forse anche questo è normale, ma ci ha messi in posizioni difficili: ha cambiato gli equilibri, gli ordini, le amicizie… Mi piacerebbe risponderle che siamo una famiglia perfetta, ma non sarei sincera.
Parla delle gelosie sul set?
No, mi riferisco piuttosto ai produttori, la gerarchia è stata creata da loro. All’improvviso vedono come stanno andando le cose e iniziano a dire «loro sono più importanti, dategli quattro guardie del corpo…» oppure «la promozione devono farla questi altri perché piacciono di più al pubblico…». Quando inizia questo fenomeno, non si capisce più cosa stia succedendo. Ma comunque ognuno di noi ha una individualità, una specialità, un diverso talento, e in momenti diversi dei film siamo stati tutti, prima o poi, molto vicini l’uno all’altro.
Le gerarchie fanno parte dei giochi di Hollywood. Come pensa di andare avanti in un mondo che ha queste regole?
Mi sento molto meglio a stare alla larga da tutto. Credo ci sia un prezzo da pagare per essere iperfamosi, e qualcuno accetta le conseguenze per goderne i benefici. Io preferisco non avere nessuno dei due, restare un po’ defilata.
Chi sono le sue donne ideali, in termini di carriera?
Quelle che recitano nei film ma di cui non ti interessa cosa indossano sui giornali, o quali storie amano girare, o che marca di caffè preferiscono. Mia madre ogni tanto disserta su come siano Angelina Jolie e Brad Pitt quando sono a casa loro. Io le dico sempre di piantarla, perché non ha nemmeno idea di chi sia quella donna!
E lei come lavorerà dopo essere stata così famosa?
Meglio una commedia o un film indipendente visto da poche migliaia di persone, se questo mi permetterà di vivere: si tratta di lavoro, non di avere a che fare con tutto il resto. Se sei famoso arrivano le conseguenze glamour del caso. In molti le amano, e lo capisco: volare su jet privati, avere sempre tutto gratis, per non parlare dei soldi. Tutto bello, ma io posso stare senza.
Da dove viene tutta questa saggezza?
Forse è stupidità. Questo film è stato una bella lezione di vita, ho imparato molto. Non mi considero famosa, ma il film lo è. Sono stata in Botswana, in Africa, e lo conoscevano anche lì.
I suoi colleghi Pattinson e Stewart hanno detto che, se ci sarà una continuazione di «Twilight», loro ci saranno. Lei come vede il suo futuro?
Voglio fare la produttrice e la sceneggiatrice. Adoro scrivere, mi dà soddisfazioni che nient’altro mi regala.
Sta per caso dicendo che non reciterà più?
Credo che farò entrambe le cose. Magari sono idealista, ma se ciò che ami resta un hobby ne trai un piacere maggiore. Vengo invece martellata da gente che mi dice: «Devi fare questo, devi avere Facebook, devi andare lì, perché è così che si costruisce la carriera». Per carità, hanno ragione. Ma ci sono troppe cose che un attore deve fare nell’industria cinematografica, oltre che recitare.
Lei come è finita al provino per il primo «Twilight»?
Vivevo alle Hawaii, avevo appunto deciso di smettere di recitare. Lavoravo in un negozio di vestiti perché, appena compiuti 18 anni e con già qualche film alle spalle, mio fratello mi accusò di non avere la minima idea del valore del denaro, di cosa significasse guadagnare 8 dollari l’ora. Abbiamo litigato per questo, io gli ho risposto che lui non capiva cosa volesse dire non avere alcuna sicurezza, guadagnare magari 30 mila dollari in un mese e poi niente per i sei successivi. C’è voluto molto tempo a trovare quel lavoro in negozio.
Cosa ha imparato vendendo vestiti?
Una cosa importantissima: che mi piace lavorare. Venendo dal mondo dello spettacolo, l’unica vera paura che ho avuto è stata questa: mi piace davvero andare a lavorare dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio? So prendermi un impegno? So andare in vacanza quando lo decide qualcun altro? Sono cose che non sappiamo finché non le proviamo. Ora lo so, ho lavorato sei giorni su sette in un mondo rude come quello dei negozi di abbigliamento e ce l’ho fatta. E subito dopo la regista del primo Twilight, con cui avevo già lavorato, mi ha convinta a leggere il libro e a prendere un volo per Los Angeles.
- Martedì 15 Novembre 2011









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