“E’ il mio terzo film che ha nel titolo le ‘ragazze’: grazie allo strumento straordinario che è il cinema posso recuperare una stagione della vita che ho vissuto con colpevole frettolosità, perché essere giovani ai miei tempi era sentito come un limite, un perimetro troppo stretto”. Così Pupi Avati commenta la sua ultima creatura, Il cuore grande delle ragazze, un film che lo ha riportato indietro nel tempo in un modo che il cineasta bolognese definisce addirittura “magico”.
In cosa consiste la magia del cinema secondo Pupi?
Nel mettere in scena prima, e poi trasmettere, emozioni. Nello scrivere quest’ultimo film ho rivissuto alcune sensazioni ed esperienze del passato, è incredibile come si riesca poi a riprodurle sul grande schemo…
Ci tolga una curiosità: perchè proprio Cesare Cremonini come protagonista?
Ero nel mio studio e sentivo in sottofondo la trasmissione della Cabello in cui lui era ospite, così mi sono chiesto: “Ma chi è questo bolognese che dice le cose che avrei detto io anni fa?”. In lui rivedo molto di me stesso da giovane, a parte il fatto che lui è molto bello e io purtroppo no.
Dopo Una sconfinata giovinezza aveva voglia di commedia?
Ho pagato caro il rifiuto del cinema di riflessione perchè quel film purtroppo andò molto male, mi sono trovato solo, convinto a portare un tema così grande, e nessuno mi ha aiutato, neanche la Mostra di Venezia, con cui ebbi una lacerazione traumatica e io non sono capace di perdonare. Inoltre non ritengo la mia una commedia tra le tante: certo, fa anche sorridere, ma ha più ambizioni, è un racconto e una ricerca di un contesto sociale e psicologico complessi.
Per caso anche lei è tentato dal 3d, come Bertolucci?
No, non è la tecnologia che conta, ma il contenuto. Oggi si dà troppa importanza alla tecnologia, eppure ancora tutti ci fermiamo stupiti di fronte a un bel film in bianco e nero: conta la qualità delle storie.
Come vede la situazione del nostro cinema oggi?
Rallegrarsi del cinema italiano di oggi vorrebbe dire essere, per usare un eufemismo, un po’ scemi. Però c’è da dire che si fa anche del buon cinema necessario, con autori giovani e meno giovani che s’impegnano fino all’ultimo per fare un film.
Tra i giovani cineasti individua un suo erede?
No e non lo auguro a nessuno, perchè vorrebbe dire essere emarginati, non seguire lo star system e non appartenere a consorterie o partiti pronti a proteggerti. Apprezzo Garrone e Sorrentino, ma io resto unico e irripetibile.
- Mercoledì 16 Novembre 2011










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