
di Marco Di Capua
«Leonardo da Vinci è una calamita sorprendente. Attrae esibizionisti in cerca di promozione personale, ma anche autentici folli. Quando ricevo delle persone che mi parlano di Leonardo, chiedo sempre un testimone» confessa ironicamente a Panorama Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi. Se qualcuno si mettesse di traverso rispetto all’impresa che lui adesso intende avviare, sarebbe la seconda volta, perché capitò già 10 anni fa, quando «una decisione politica fermò tutto». Siamo nella Fortezza da Basso di Firenze, il set è quello dell’Opificio delle pietre dure, uno dei laboratori di restauro più grandi d’Europa, esempio dell’eccellenza italiana. Roba di cui essere fieri. Per dire: davanti a noi c’è chi sta restaurando una tavola di Guido da Siena, più in là due ragazze si occupano di un Mantegna e di un Sebastiano del Piombo. In mezzo, inerme e monumentale, c’è lei. L’Adorazione dei Magi, opera leggendaria, cominciata e lasciata incompiuta da Leonardo da Vinci nel 1481, alla vigilia della sua partenza per Milano.
È stata trasportata qui dagli Uffizi e ora è inquadrata e sollevata da una struttura lignea che consente di girarle intorno come fosse una scultura, di vederla da vicino e senza vetri. Le orbite di più di 70 figure ruotano attorno alla Vergine col Bambino. Tutto un inchinarsi e uno sbracciarsi. Sull’incompiutezza dell’opera Leonardo sfoggia ciò di cui possiede il brevetto: la passione per la metamorfosi, per mondi in gestazione. Uno spettacolo. Però non devi necessariamente essere un esperto per capirlo, lo si vede a colpo d’occhio: quest’opera sta male. Curatela.
Marco Ciatti, direttore del laboratorio di restauro dei dipinti, indica come, sul retro, al quadro manchino o siano state manomesse certe traverse che tenevano unite le tavole di cui è composto. Per cui queste si muovono e il colore si stacca. Colore? È un arancione abbrunato, effetto di vernici che furono stese più volte nel corso del tempo, e che si sono ossidate. Generano strappi sulla superficie. Coprono e ormai offuscano il disegno, probabilmente nascondendo alla vista altre figure utili alla decifrazione di questa scena misteriosa. Dunque: cosa fare?
Il progetto, presentato dalla Soprintendenza fiorentina, dagli Uffizi e dall’Opificio, prevede quattro mesi di analisi non invasive dell’opera, la pubblicazione dei risultati e un eventuale intervento di restauro. Dieci anni fa, appunto, ci si era posti lo stesso problema. Ma ci fu una sollevazione di storici dell’arte capitanati da James Beck (lo stesso crociato che combatté il restauro della Cappella Sistina), che, forti del sostegno di Ernst Gombrich, gridarono allo scempio. L’operazione fu bloccata. «Oggi gli strumenti diagnostici sono più sofisticati» sostiene Ciatti «riusciamo a leggere tutte le varie stratificazioni dell’opera. La scuola italiana di restauro ne rispetta l’integrità fisica e culturale». «L’Adorazione inaugura la maniera moderna» aggiunge Natali. «L’albero e il tempio simboleggiano un processo di distruzione e rifondazione che bisogna studiare meglio. Le analisi serviranno a conoscere tecnica esecutiva e significati di questo capolavoro». Che tono acquisterà la superficie alla conclusione del possibile restauro? «Da questo arancio? Bianco sporco» risponde sornione. Si attende nuove polemiche? «Per ora tutto tace, ma mi meraviglierei se non si scatenasse qualcuno. Chi si preoccupa sarà invitato qui e rassicurato. Però, sa, la madre degli imbecilli è sempre incinta».
Che ne pensa del caso Venaria? «Che in generale i capolavori si vanno a vedere, non si spostano» conclude Natali. Circa il caso in questione, è andata così: a Torino si sono dovuti mettere tutti d’accordo il sindaco Piero Fassino, l’ex ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan e il presidente della regione Roberto Cota per dare il via libera al trasferimento del fragilissimo Autoritratto a sanguigna, seconda Sindone presente in città, dal caveau della Biblioteca Reale, dove non lo vedeva nessuno, alla Venaria Reale per la mostra Leonardo. Dal mito al genio, inaugurata qualche giorno fa (fino al 29 gennaio). Sull’indignazione di esperti come Tullio Gregory e Carlo Pedretti («Muovere Leonardo è una follia totale!») è prevalsa l’idea che i capolavori, e i cosiddetti grandi eventi, pretendono molti occhi, non solo coccole in nidi inaccessibili. Tanto più che il foglio, a voler strafare, è stato collocato in una climabox: teca altamente tecnologica che ne misura temperatura e umidità e che se qualcosa non torna invia allarmi a una centralina. Avete presente un ricoverato in terapia intensiva? Beh, una cosa simile. Nostro Leonardo delle polemiche è riapparso anche a Londra, alla stratosferica e controversa esposizione della National Gallery: Leonardo da Vinci Painter at the Court of Milan (fino al 5 febbraio). Stratosferica perché ricca, controversa perché ricca anche troppo, cioè zeppa di attribuzioni nuove. Benché la Madonna Litta sia lì solo perché assegnata senza esitazioni a Leonardo, così come, per prestarla, pretende l’Ermitage, tornata in Russia si ricomincerà a discuterla. E questo Salvator mundi fresco di nomina è davvero un originale del grande pittore? Match aperto. Il verdetto, come al solito, lo darà il tempo.
- Lunedì 28 Novembre 2011









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