
Glenn Close e Mia Wasikowska in una scena di "Albert Nobbs" (credits: ufficio stampa)
A chiudere in bellezza il 29mo Torino Film Festival ci ha pensato l’atteso Albert Nobbs di Rodrigo Garcia, opera fortemente voluta dalla sua co-sceneggiatrice, produttrice e protagonista assoluta che da venti anni lavorava al progetto: Glenn Close. Per lei l’incredibile ruolo di una donna che a fine ‘800 è costretta a travestirsi da uomo per guadagnarsi da vivere.
“La condizione femminile non era un granché ai tempi, se non si era ricche e sposate – ha commentato la vice-direttrice del festival Emanuela Martini – Abbiamo selezionato questo film per diverse ragioni, in primis la performance della Close che è talmente brava e verosimile da risultare quasi imbarazzante per chi la guarda e soffre con lei”.
Una donna che da una vita si finge uomo, lavora come un uomo, ragiona come un uomo, si innamora come un uomo. Una lei imprigionata in un corpo che non le consente una vita dignitosa, un corpo violato, un corpo da nascondere sotto corpetti strettissimi per mascherare le forme, e abiti per sembrare chi non è e non sarà mai. Cioè un uomo, un maggiordomo di tutto rispetto, “che ometto gentile Albert Nobbs” le ripetono a più riprese.
Glenn Close è semplicemente straordinaria, cura ogni movenza al dettaglio e la sua bravura non teme espressioni del volto, gesti, atteggiamenti, tutto è perfettamente studiato per portare sullo schermo al meglio una figura androgina che resta impressa, con il cuore e forse giusto lo sguardo compassionevole di donna, ma in tutto il resto c’è una mascolinità che nessun trucco o effetto speciale avrebbe potuto restituire.
Alla performance mozzafiato della Close, non a caso data per super favorita agli Oscar (dalla sua il fatto di esser stata candidata ben cinque volte senza mai aver vinto l’ambita statuetta, commentano gli esperti di Awards Circuit), si aggiungono quelle altrettanto notevoli di un cast di primissimo livello che vanta, tra gli altri, nomi e talenti d’eccezione quali Jonathan Rhys Meyers, Mia Wasikoska, Aaron Johnson e Janet Mcteer.
Il resto lo fa una sceneggiatura salda e toccante, che traccia un profilo di umanità allo stremo, tra solitudini, incomprensioni, sogni e frustrazioni del quotidiano. C’è dietro una profonda riflessione non tanto sulle differenze di genere, quanto su quelle di classe, come a dire che una povera anima lasciata a se stessa non ha chance al mondo fin quando non trova qualcuno con cui condividere e a cui raccontarsi.
Una storia di solitudini condivise e di grande dignità, metafora di chiunque passi una vita nel tentativo di costruirsi qualcosa di personale e fortemente desiderato, dove l’happy ending non è assicurato, ma un cinema alto capace di commuovere e far riflettere sì.
- Lunedì 5 Dicembre 2011









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Commenti
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Il 8 Febbraio 2012 alle 3:58 - Vivi Capena ha scritto:
[...] di quell’epoca. E ci pone di fronte una Glenn Close insolita, quasi irriconoscibile. Il film, presentato al Festival di Torino, uscirà nelle sale il 10 febbraio: Panorama.it ve ne offre un estratto video in [...]
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