
Giulia Bevilacqua in una scena del corto "Alice" (credits: ufficio stampa)
Al provino per il Centro Sperimentale di Cinematografia raccontava, con estrema naturalezza e con tanto di fascia rossa in testa, una vita di stenti, fatta di turni di pulizie e lavoretti per guadagnarsi la giornata. Ovviamente era solo un bluff, ma è stata così convincente da ingannare e poi ammaliare subito i suoi selezionatori. Passati meno di dieci anni, oggi la romana Giulia Bevilacqua è già nella rosa delle giovani attrici più impegnate tra grande e piccolo schermo. E dopo la fiction Dov’è mia figlia, il 6 dicembre la rivedremo in tv con Il delitto di Via Poma, per la regia di Roberto Faenza.
Da una fiction all’altra, interpreti donne molto diverse tra loro…
La cosa che apprezzo di più di questo mestiere è la chance di variare di continuo. Se in Dov’è mia figlia ero una donna capace di ammaliare gli uomini per ottenere scopi che non avevano buon fine, una ragazza carina solo all’apparenza, di fatto un’arpia opportunista, in Bentornato Nero Wolfe sarò invece una giornalista d’assalto, una donna avanti nei tempi, sicura di sè, intraprendente, brava a gestire il lavoro e gli uomini. Una che non è mai succube ma sempre consapevole della sua intelligenza e del suo fascino, che usa la sua bellezza in maniera intelligente per ottenere informazioni, una tosta insomma. Poi incontra Pietro Sermonti, che è l’unico a tenerle testa, e lei perderà un po’ la sua per lui.
E ne Il delitto di Via Poma?
Lì l’approccio al personaggio è stato molto difficile, interpreto una persona ancora in vita, Paola, la sorella di Simonetta Cesaroni, l’ho incontrata per conoscerla ma non mi sono ispirata a lei, non volevo imitarla, mi pareva irrispettoso.
Cosa ti colpiva maggiormente del copione?
Si tratta di un film tv che vuole denunciare tutti gli errori commessi in questo caso da parte della polizia nelle ricerche dell’assassino, quindi è una sorta di raccolta di notizie, e mi colpiva ancora di più il fatto che la mia fosse in realtà l’unica parte ad avere un risvolto emotivo. La narrazione si sviluppa in questo modo: da una parte ci sono le indagini, mentre il lato sentimentale è affidato a me, una bella responsabilità che ho sentito sulla mia pelle e ho provato, ripeto, ad usare il massimo rispetto per questa delicatissima vicenda.
Che idea ti sei fatta del caso?
Francamente non me la sento di esprimere giudizi, la fiction stessa non è nè colpevolista nè innocentista, dato che il caso è ancora aperto. Posso dire che Paola è una donna integra, molto forte e pudica anche rispetto al suo dolore, riuscire a sostenerlo con quel riserbo non è da tutti.
Nel cortometraggio Alice di Roberto De Paolis, presentato alla scorsa Mostra di Venezia, interpreti invece una giovane mamma che affronta il dramma dell’aborto: com’è andata?
Anche qui, non è stato facile. Ora, nella nostra natura di donne c’è già il pensare la maternità e la costruzione di una famiglia, però il pensiero di dover dar vita a un personaggio che vive quel dramma mi ha messo di fronte a una realtà che non avevo ancora considerato. Un aborto ti dà un senso di inadeguatezza incredibile, perdita di sicurezza e di fiducia in te stessa, ti sgretola e sgretola spesso i tuoi rapporti, come il corto racconta. Ho ripensato a quelle persone, a me care, che avevano subito un aborto o non riuscivano ad avere figli, e prima di girare abbiamo fatto diverse prove, insomma c’è un lavoro molto intenso dietro.
Un lavoro portato avanti con un regista esordiente, ora con quali registi ti piacerebbe lavorare?
Sono in una fase in cui mi piace tantissimo lavorare con giovani autori perchè credo abbiano entusiasmo, creatività, esigenze e idee nuove, fresche, importanti, da valorizzare. Ci tengo a dirlo, perchè ci sono tantissimi registi sconosciuti ma in gamba, e credo sia arrivata ora di dar loro finalmente la visibilità che meritano.
- Martedì 6 Dicembre 2011









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