
di Marco Capua
Abbiamo assistito al ritorno degli dei. Sono usciti da imballaggi di legno e hanno ripreso il loro posto tra noi. Ma non sarà per molto, torneranno da dove sono venuti, e non si muoveranno mai più. Detta così sembra un’allucinazione, eppure la scena è vera. Ci arriviamo, garantito, però questa vicenda bisogna raccontarla dal principio.
Un ambasciatore veneziano testimoniò come il cardinal Scipione Borghese trascorse «la vita molto dedita a piaceri et passatempi». E meno male, perché possiamo includere fra questi anche la creazione della Villa Borghese a Roma e della mirabolante collezione d’arte antica e contemporanea che contiene. Contemporanea rispetto ad allora, con i Bernini e i Caravaggio, perché erano i primi decenni del ‘600. Quella raccolta di capolavori fu il riflesso di un sogno privato, venato anche di turbamenti e melanconie, e insieme il risultato di una caccia arrogante, condotta talvolta con l’inganno.
Siccome non siamo delle mammole, sappiamo bene quanto l’arte si comprometta volentieri con la malagrazia dei caratteri e le bassezze della storia. Passano due secoli (ora è il 1807) e Napoleone Bonaparte si compra 514 pezzi di scultura antica da Camillo Borghese. Li ha selezionati l’antiquario Ennio Quirino Visconti, che li fa portare a Parigi consegnandoli nelle mani di Vivant Denon.
Primo direttore del neonominato Louvre, museo dove sono giunte migliaia di opere razziate dalle truppe francesi, Denon è euforico: «Il secolo di Napoleone deve essere il secolo delle belle arti come è quello degli eroi». La stessa cosa, vista da un’altra prospettiva, fa dire a qualcuno: «I francesi non sono tutti ladri. Ma Bonaparte sì». Questa volta però non c’è bisogno delle baionette.
Camillo, aristocratico romano di idee giacobine, ha sposato l’irrequieta Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore. Pare che a Napoleone, che era pure re d’Italia, Paolina dicesse: «Camillo è un imbecille e nessuno lo sa meglio di me, ma qui sta il punto, no? Gli abbiamo affidato il governo di un territorio… è perfetto». Infatti il principe è stato appena nominato governatore in Piemonte: per lui è la contropartita, il compenso. In più gli tocca una parte dei 13 milioni di franchi che valgono, secondo la stima di Visconti, le sue sculture. Benché trattasi, forse, di tipica circonvenzione d’incapace, tutto risulta perfettamente legale e le opere non saranno restituite alla caduta di Napoleone, come invece avverrà per una parte dei bottini «prelevati» da musei e chiese d’Europa.
Regolarità di date: ancora due secoli, siamo a oggi, e 60 di quelle meraviglie sono in trasferta alla Galleria Borghese, in una mostra intitolata I Borghese e l’antico (dal 7 novembre al 9 aprile). La curano, per il Louvre, Jean-Luc Martinez e Marie-Lou Fabrega Dubert, e, per il museo romano, Anna Coliva e Marina Minozzi (catalogo Skira).
«Si tratta di uno sforzo gigantesco, soprattutto da parte del Louvre per lo spostamento di una quantità incredibile di opere che normalmente sono esposte in sale di grande afflusso e che, dopo la nostra esposizione, non si muoveranno più» dice Marina Minozzi a Panorama. «Questa collezione è unica, arrivò alla fine del ‘700 integra, mentre molte raccolte romane nel frattempo erano andate disperdendosi». Ecco il Centauro cavalcato da Amore, Le tre Grazie, il grande Vaso Borghese, il Sileno e Bacco bambino e la Venere marina mentre risalgono sulle loro basi, nella sala e nel punto esatto in cui erano originariamente collocati. Documentazioni accurate consentono di ricostruire la scena com’era, anche secondo la piccola rivoluzione copernicana degli allestimenti compiuta da Antonio Asprucci alla fine del ‘700, quando per la prima volta le sculture occuparono il centro dello spazio espositivo.
Oggi questi marmi sono accuditi dal meticoloso sguardo di restauratrici che inorridirebbero nel vederli, come allora, entrare nelle casse napoleoniche, bloccati da paglia e da corde, non per essere imbarcati (il mare sarebbe stata la via più agevole, però si temette la flotta inglese) ma trasportati da carri attraverso le Alpi, tra il 1808 e il 1811. Per i francesi l’impresa valeva la pena. Avrebbero concordato con Stendhal: quella, come ogni bellezza, era «una promessa di felicità».
Per di più si trattava di una bellezza davvero speciale. Migrava infatti verso Parigi una sorta di canone occidentale, impresso negli occhi e nella mente di molte generazioni di artisti. Lo si poteva variare, non dimenticare. All’Ermafrodito dormiente Gian Lorenzo Bernini aveva devotamente aggiunto un iperrealistico materasso di pietra. E sappiamo come Antonio Canova si aggirasse tra i marmi Borghese, figure mitologiche generate dall’arte romana del I e II secolo d.C., estraendo da questi l’essenza duttile ed espressiva di una classicità ancora possibile. Quando nel 1810 fu davanti a Napoleone, il nostro scultore ebbe dunque le sue ragioni nel definire «un’incancellabile vergogna» la vendita di quei capolavori. Adesso la sua Paolina è lì che sorveglia il ritorno dei modelli che la ispirarono. In fondo, è anche grazie a loro se alla noia dell’ambiente romano quella principessa poté resistere nella forma imperturbabile di una dea, sensualmente obbediente a un’epoca in cui, come sosteneva Johann Winckelmann, «l’unica via per diventare inimitabili è l’imitazione degli antichi».
- Lunedì 12 Dicembre 2011









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