
«Se non hai nessuno a casa che ti aspetta, a chi racconti che sei stata a cena con Paul McCartney e che hai parlato per due ore di musica e di vita con un Beatles? In questi casi, ci vuole un uomo, meglio un marito».
Lei, popstar ventisettenne in inarrestabile ascesa, un marito ce l’ha: si chiama Russell Brand, vulcanico attore e divo tv inglese, noto in tutti i rehab a cinque stelle del Regno Unito per quei tre vizietti, alcol, eroina e dipendenza dal sesso, che gli hanno un po’ complicato la vita e la carriera.
«Tutto alle spalle, oggi è un uomo pulito, molto cerebrale e ispirato»
racconta Miss Perry. Per preservarlo dall’autodistruzione e convincerlo a desistere dalle risse con i paparazzi c’è voluto tutto il carisma di Rahanath Swami, il guru della International society for Krishna consciousness. Che lo ha convertito allo yoga e alla meditazione. Con buoni risultati, a prima vista.
«Come due bravi ragazzi, abbiamo dipinto insieme il triplo garage della casa di Los Angeles. Di rosa, il mio colore preferito». Del Russell in versione casalinga e spiritual l’aspetto che convince meno Katy è l’intransigenza vegetariana: «Non potrei vivere senza le mie caramelle di carne. Che cosa sono? Gli hamburger al bacon fritto e le ali di pollo al peperoncino e formaggio fuso. Con tanta birra».
Dettagli decisivi per comprendere come mai, ogni due mesi, i tabloid di mezzo mondo strillino la sua gravidanza.
«No, no, no, quella è pancetta da fast food. Ma, ovviamente, nei piani a breve scadenza rientra quello di avere un figlio. Il matrimonio ha un senso se è accompagnato da un progetto di espansione. Altrimenti, perché farlo, perché legarsi?».
Nell’inner circle delle ragazze pop che negli ultimi anni hanno preso possesso delle classifiche mondiali, Katy Perry si è costruita una identità da star disimpegnata, ma scaltra e intelligente. Lontana dai comizi per le libertà sessuali di Lady Gaga e dal divismo austero e distaccato di Beyoncé.
«Porto sul palco quello che sono: io voglio vendere, non svendermi. Le popstar sono come le fragranze dei profumi: ce n’è una per tutti i gusti. In comune abbiamo solo i denti più bianchi del mondo. Appena sono diventata famosa, ho detto al mio manager: adesso, pretendo un sorriso abbagliante come quello di Britney Spears».
Una vera ossessione quella per lo sbiancamento totale, ammette.
«Ci pensavo sempre, anche quando, non molti anni fa, mi cercavano quelli del recupero crediti (i temibili Repo men americani, ndr) per pignorarmi la seconda auto in 6 mesi perché non pagavo le rate. Allora le case discografiche mi ingaggiavano per poi scaricarmi a favore di altre cantanti di cui non ho mai più sentito parlare. Pazienza… Ho sempre associato i denti luccicanti al raggiungimento del successo e del benessere. Altro che Rolls-Royce e Limousine».
Non sono questi i suoi problemi di oggi: da un paio di settimane è diventata una regina della musica eguagliando il record finora imbattuto di Michael Jackson, il re del pop, l’unico artista ad avere piazzato cinque brani dello stesso disco al primo posto della classifica americana. Lui con un album chiamato Bad, lei con Teenage dream.
«Il bello di scrivere canzoni per tutti è che ti possono succedere cose inimmaginabili. A me non piacciono le nicchie, voglio che la mia audience potenziale sia il mondo».
Che ha stregato con ritornelli a martello, alternando mise adolescenziali e coloratissime come le caramelle in vendita nei cinema multisala a corsetti neri strizzatutto, stile burlesque, alla Dita Von Teese.
«Tutti credono che dietro ci sia una strategia, ma in realtà quei look così diversi sono solo lo specchio delle mie svariate personalità. In me convive un po’ di tutto: c’è un lato moralistico e un po’ bigotto, una parte incline alla trasgressione e un’altra ancora che vive tutto con una certa leggerezza superficiale».
Niente di così bizzarro se si entra nel merito della personalità dei suoi genitori, due ex hippy californiani trasformatisi, per reazione alle follie giovanili, in inflessibili pastori evangelici. Prima di incontrare Dio, mamma Mary ha però incontrato, e non per parlare di chitarre, Jimi Hendrix, descritto minuziosamente dalle sexy groupie di tutto il mondo come il più focoso dei rocker dell’era Woodstock.
«Niente da fare, non sono sua figlia: peccato, la strada verso la fama sarebbe stata tutta in discesa» dice divertita.
Anche se qualche volta le piace farlo credere, la signora Perry in Brand non è una zucca vuota. Se sollecitata, parla anche di temi che esulano dal suo personaggio pubblico:
«Non cerco una medaglia e so bene che affrontare certi argomenti quando hai un buon conto in banca può risultare sgradevole, ma nel paese dove sono nata e vivo c’è una cosa che mi turba profondamente. Mi fa impazzire l’idea che qualcuno non possa accedere alle cure mediche perché non ha i soldi. Se penso a quanti milioni di dollari vengono bruciati ogni giorno per operazioni che mirano inutilmente alla bellezza eterna…».
A chi insinua che il suo decolleté non sia del tutto naturale, lei risponde:
«Ma per favore… A 17 anni pregavo che il seno smettesse di crescere: non riuscivo più a guardare la punta dei piedi».
- Giovedì 29 Dicembre 2011









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