
«Ogni tanto mi chiedo come sia stato possibile, che cosa abbia spinto 400 milioni di persone a comprare un disco degli Abba. Noi cercavamo solo un po’ di successo in Svezia. E invece, se guardiamo i numeri, veniamo subito dopo i Beatles». Dalla sua villa fattoria sull’isola di Vagaskar, un paradiso privato in mezzo al mare, collegato a Stoccolma da una passerella retrattile, Bjorn Ulvaeus tira le somme di una storia pop nata quasi per scherzo, alla fine dei Sessanta, durante una vacanza a Cipro. Due coppie nordiche, intonate, con un paio di idee forti per formare una band: gli Abba.
Bjorn Ulvaeus e Benny Andersson come John Lennon e Paul McCartney: che effetto le fa?
Lo vivo come un accostamento quasi profano. Ogni tanto, magari mentre sono a passeggio nel bosco dietro casa, mi arriva una email sul telefono che mi ricorda un tempo lontano, quando ero imprigionato in tutine bianche aderenti tempestate di brillantini. Messaggi tipo «anche in Cina la gente fa la fila per vedere il musical». Lo sa che ogni sera, nel mondo, 17 mila persone si siedono in un teatro per assistere a Mamma mia!? La versione in italiano (prodotta dalla Stage Entertainment, attualmente in scena al Teatro Brancaccio di Roma, ndr) ha toccato quota 300 repliche. Complimenti!
Nella sua biografia non ci sono tracce di trasgressioni o vizi da popstar. Attitudine monacale o protezione accurata della privacy?
Non c’è mai stato niente da proteggere. I backstage delle band anni Settanta erano fatti di orge, droga e alcol. Nei nostri camerini c’erano polpette calde, marmellata, yogurt, miele balsamico e salmone affumicato. E qualche tubetto di crema per gli arrossamenti della pelle.
Scusi? Anche Mick Jagger teneva in camerino dei grandi tubetti di cioccolata liquida, ma poi si dice che ne facesse un uso non convenzionale.
Ah… Preferisco non sapere. A me, invece, serviva banalmente qualcosa da spalmare per lenire il fastidio delle tute strettissime che indossavo: talmente strette che nel tragitto tra l’albergo e l’arena del concerto dovevo stare in piedi sul tour bus per non salire sul palco in mutande.
Niente male. E le groupie? Mai nessuna tentazione?
Ma chi l’ha mai vista una groupie? Negli Abba non c’è mai stato un minuto di lussuria: io, dai 17 anni a oggi, sono stato single per una settimana in cui mi sono pure annoiato. Dopo avere chiuso con la prima fidanzata storica, mi sono sposato con Agnetha (una delle due vocalist del gruppo, ndr). Dopo il divorzio da lei, ho incontrato subito la mia attuale moglie, Lena.
Si vocifera che con Agnetha finì così male che a un certo punto foste costretti a sciogliere la band.
Che cosa? Divorziammo da veri scandinavi, senza mai tirarci un posacenere. Passammo il giorno di Natale insieme per non turbare i bambini. Poi, il giorno dopo, Agnetha prese le valigie e se ne andò. Senza drammi. Oggi Agnetha ha una casa sulla mia isola con la sua nuova famiglia. E, come sempre, ci vediamo a Natale con i rispettivi nuovi compagni. La fine degli Abba non c’entra nulla con la fine delle nostre relazioni personali (anche Benny Andersson e Frida si separarono nel 1981, ndr).
E allora perché decideste di rompere un giocattolo con un catalogo che vale 45 milioni di dollari all’anno?
Perché non eravamo più in grado di essere leggeri come agli esordi. Appena abbiamo iniziato a divagare cerebralmente sui testi, a chiederci se forse saremmo dovuti diventare più maturi e consapevoli. Se ti poni queste domande, allora è meglio che bussi alla porta dei Pink Floyd. I nostri testi erano figli di due bicchieri di vino e di tante risate. Le riflessioni sul lato oscuro dell’amore e della vita avrebbero cozzato con la nostra collezione di titoli leggendari: Super Trouper, Fernando, Chiquita, Mamma mia!… Mi sono spiegato?
Per un réunion tour molti promoter erano disposti a staccare un assegno in bianco, ma voi niente. Qual è il vero motivo del gran rifiuto?
Non scassare il giocattolo di cui parlava lei. Il segreto degli Abba non sono le canzoni, ma un mood, l’atmosfera di cui sono impregnate. Quando la gente ascolta Dancing queen, è come se fosse in pista allo Studio 54 di New York negli anni Settanta, con i jeans bianchi a zampa d’elefante e gli stivaletti neri. Quelle note richiamano al mondo intero energia, gioia, voglia di godersi la notte. Ma quanto eravamo belli senza essere belli… Ecco, se a questo immaginario si fosse sostituita la fotografia di noi invecchiati e sovrappeso, ma ancora sul palco, tutta la magia sarebbe evaporata in un istante. E il sogno si sarebbe trasformato in una replica patetica. Non fa bene alla vita diventare patetici per soldi.
Ricorda l’ultima volta di voi quattro da soli nella stessa stanza?
Noi quattro e nessun altro… Uhm, da quando non c’è più il gruppo è successo una sola volta, alla première del film Mamma mia! In un privé. Un momento che vale una vita: ci siamo guardati a lungo senza parlare. Il sottinteso era: ma ci rendiamo conto di quello che abbiamo combinato? Da quei ritornelli spuntati dal nulla in cucina, nella sauna o sotto l’albero di Natale sono nati un musical visto da 50 milioni di fan, messo in scena su 300 palcoscenici nel mondo, e un film per Hollywood. Poi, per allentare i toni troppo seri, uno di noi ha deciso che era ora di tornare a fare quel che ci viene meglio: ridere. Di noi stessi, degli altri, della celebrità.
Immagino chi sia stato.
Io, naturalmente. Ho detto che avevo rischiato di morire stritolato. E loro, preoccupati: ma quando? Quando ho riprovato il vecchio costume, quello giallo con le frange da cowboy e i polsini pelosi.
- Giovedì 29 Dicembre 2011









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