Alexis Weissenberg è morto a Lugano l’8 gennaio scorso. Aveva 82 anni. Nato a Sofia nel 1929, ebreo, fuggì quando nel suo paese arrivarono da alleati i nazisti. Ma i documenti falsi suoi e di sua madre furono scoperti e i due vennero internati in un campo di concentramento improvvisato quasi al confine con la Turchia. Il ragazzino, che aveva già rivelato il suo talento musicale immenso, allievo prodigio in patria di Pancho Vladiguerov, portava con sé una vecchia fisarmonica che suonava spesso. Una guardia tedesca, ammirandolo senza pregiudizio e profondissimamente, lo aiutò a scappare con la mamma. Raggiunsero Istanbul e poi la Palestina. Così la musica fu per lui la vita.
Weissenberg ha studiato e vissuto a Gerusalemme e New York, s’è trasferito a Parigi a metà anni ‘50 ed è diventato francese. Poi è andato a Lucerna, dove aveva una casa bellissima a Kastanienbaum. Da lì prendeva il traghetto “pubblico”, come mi specificava sempre divertito, e andava in città a passeggio. Gli ultimi vent’anni li ha trascorsi a Muzzano, poco sopra Lugano; da quando aveva ormai interrotto la carriera che l’aveva reso un gigante del pianismo d’ogni tempo.
La sua stella era nata nel ‘46 col Terzo di Beethoven diretto da Leonard Bernstein e la Israel Philharmonic. L’anno dopo aveva vinto il Concorso Leventritt a New York e contemporaneamente (me lo raccontò una sera a cena, a Siena) aveva debuttato nella stessa città con George Szell e l’Orchestra di Filadelfia sostituendo il già leggendario Vladimir Horowitz nel Terzo di Rachmaninoff. Il pianista più grande del suo tempo ebbe a dire agli organizzatori: “Io non posso esserci, ma vi mando un ragazzo che suona questo concerto meglio di me”. Il terrificante Rach3 di Horowitz aveva sconvolto perfino lo stesso Rachmaninoff. Per Alexis fu la gloria, interrotta solo da un periodo di silenzio (e studio) a cavallo fra i ‘50 e i ‘60.
Era malato da vent’anni, Weissenberg. Ma nulla aveva perso della vivacità e della profondità d’un pensiero che era anche filosofico, di stile e vita, e che contribuiva a far di lui l’ultima vera voce di quel pianismo mitico di Liszt (e poi Siloti e Rachmaninoff) che era piombato sul ‘900 come un’aquila e l’aveva segnato per sempre. Aveva un mondo musicale aristocraticissimo e virile, fulminante di potenza e ritmo, dal suono scintillante, sapientissimo e potente al limite della forza strumentale. Eppure d’una dolcezza rapinosa e indimenticabile. Anche quando, ormai oltre lo stremo delle forze, si sedeva al pianoforte e di tanto in tanto con le mani cavava allo strumento, ancora, la sua anima. Una sera, a Engelberg dove eravamo, ascoltandolo ribattere un accordo, un solo accordo tante e tante volte, e tutte meravigliosamente tremolanti, piansi come un mese fa per la morte di mio padre.
Era un vulcano. Pianista, compositore, artista grafico e intrattenitore impareggiabile. Suprema l’uscita in pubblico vestito da donna a uno degli ultimi compleanni di Yehudi Menuhin; e strepitoso il disco in cui, col nome di Signor Nessuno, suona Charles Trenet. Quando suonava era riconoscibile fra mille e mille. Il suo pianismo monolitico ma sfaccettatissimo aveva il dono del divino. Oggi, se ascolti Lang Lang o Yuja Wang o Yulianna Avdeeva (sostenuto quello dal miliardo e passa di cinesi, la seconda dalla potenza di un Abbado e l’ultima dalla vittoria a un Concorso Chopin di Varsavia che, da quando nel 1980 cacciò via Ivo Pogorelich, continua ogni cinque anni a laurear l’inutile); se li ascolti, dicevo, non sai più chi è che suoni cosa.
Lo conoscevo bene, Alexis. Ma ogni volta mi chiedeva di chiamarlo così e dargli del tu non ci riuscivo, tanto erano grandi il senso di privilegio e l’emozione standogli vicino. È grazie a lui se la mia vita è musica. Il 16 luglio 1989, ventenne, mi presentai alla sua audizione in Accademia Chigiana a Siena. Era già il mio mito. Ne conoscevo a memoria tutte le registrazioni, solco per solco del vinile grazie alle gare continue d’ascolto che facevo a Celano, in Abruzzo, col mio amico di sempre Massimiliano Paris detto «il Vecchio». Ma non suonai, perché proprio quel giorno morì Herbert von Karajan e lui, col quale il divo direttore aveva lavorato più di tutti e aveva definito uno dei più grandi al mondo, si precipitò ad Anif, vicino Salisburgo. L’occasione tornò a maggio del ‘90. Weissenberg avrebbe tenuto tre concerti a Nizza con il Terzo di Prokofieff. Chiesi a una conoscente che parlava benissimo il francese di chiamare la segretaria sua e spacciarsi per un’amica che voleva andare a lì trovarlo. Certo, rispose gentilissima l’assistente da Parigi, il maestro è all’Hotel Negresco.
Ero a Bologna. Saltai sul primo treno utile di notte, senza biglietto perché i soldi a quei tempi erano pochi. Mi presentai in albergo alle 10,30 del mattino e il portiere, vestito com’ero un po’ così, mi guardò parecchio storto. Gli chiesi d’avvertire il maestro della mia presenza e lui lo fece. Weissenberg, con sorpresa immensa del concierge ma non mia, scese.
Sedemmo a bere una cioccolata calda e parlammo di musica e di vita. Gli raccontai della telefonata e il viaggio. Affabile come sempre poi l’ho visto, mi disse di tornare l’indomani: “Dopo tutto, è il minimo che possa fare”. Ero felice. Uscii dall’albergo saltando e m’avviai sulla Promenade des Anglais. Non feci cinquanta metri che mi sentii chiamare. Era lui: “Dove vai senza soldi? Vieni, dormi qui”. Al Negresco, uno degli alberghi più belli al mondo. Rifiutai a fatica. Si preoccupò allora di darmi del denaro. Non lo accettai. Gli dissi che andavo a casa d’un amico genovese. Era vero. E scoprii in seguito che questo ragazzo era il nipote di un amico anche suo. Ci salutammo.
L’indomani gli suonai Liszt, Beethoven e De Falla.
Mi ascoltò per più di un’ora e io non fui più solo. Ero considerato dall’accademia un caso strano, di talento sì ma con idee talmente personali da risultare quasi senza senso, di certo senza storia. Dario De Rosa, pianista del Trio di Trieste, mi diede del pazzo dopo avermi sentito suonare Mozart. Weissenberg mi disse, invece, che potevo essere a quel modo perché il mio suono ne aveva la capacità e dunque, se quelle erano le mie idee, avrei dovuto portarle avanti senza indugi né timori d’andar controcorrente o di sbagliare. Anche lui aveva subito le critiche sprezzanti oltre l’ingiusto che il suo pianismo di velluto e acciaio provocava.
Mi diede l’indirizzo e il numero di casa. Dopo qualche giorno mi fece recapitare una personalissima lettera di presentazione. La mia vita cambiò. Sapere di averlo impressionato mi fece diventare adulto. E la stessa idea di ”Pillole di Classica”, che a Mattino 5 abbiamo inaugurato con Claudio Brachino tre anni fa, mi venne, ricordando i suoi innumerevoli (e diversissimi di genere) interventi alla tv.
Da allora, Weissenberg continuò a invitarmi a casa e darmi dei consigli (come chiamava le lezioni lui). Mai mi chiese nulla. Amava gli amaretti di un forno celanese. Lo pagavo così, nient’altro. Quando raccontai in pubblico questo particolare, a Engelberg, in Svizzera, per il concerto che celebrava i suoi 80 anni, se la prese perché gli amaretti, quella volta, arrivato appena in tempo da Québec via Ravenna, non ero riuscito a procurarglieli.
M’ha dato musica, bellezza, voglia di capire il mondo e coscienza che, sebbene non vi riusciamo sempre, le note possono raccontarcelo senza la necessità di troppe spiegazioni. La famiglia ha deciso di non tenere funerali né avere tomba. Alexis è nel vento. Addio, maestro. Grazie di tutto. Grazie per sempre.
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Nazzareno Carusi (Celano, 1968) è stato allievo di Alexis Weissenberg e Viktor Merzhanov, due leggende del pianoforte del ‘900. Il Washington Post, dopo un suo concerto, ha scritto che in “una serata d’arte mozzafiato Carusi trasforma la tastiera in un’orchestra di cento elementi”. E Vittorio Sgarbi l’ha definito “un pianista travolgente”. Ha suonato in tutto il mondo, dal Teatro alla Scala di Milano alla Carnegie Hall di New York, dal Teatro Colón di Buenos Aires alla Federation Hall di Melbourne. I suoi dischi sono distribuiti da EMI e Carosello Records. È il primo pianista classico ad aver firmato un contratto esclusivo con Mediaset. Già ospite di Zelig, Lucignolo e Mattino 5, con la cifra record di 40 mila fan registrati sulla pagina Facebook, è uno degli artisti “colti” più noti al grande pubblico.
- Martedì 10 Gennaio 2012

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