
Carolina Crescentini in una scena di L'industriale (Credits: Ufficio Stampa)
Dal 13 gennaio sarà sui nostri schermi accanto a Pierfrancesco Favino ne L’industriale di Giuliano Montaldo, nei panni di una donna che rischia di essere schiacciata dall’ego di un uomo ormai incapace di farla sorridere. Ennesima performance convincente, segno che Carolina Crescentini non solo è cresciuta professionalmente dai tempi di quel Notte prima degli esami oggi a cui deve il suo debutto sul grande schermo, ma è maturata anche come donna e come artista, sempre più determinata a non scegliere compromessi né mezze misure. “Ringrazio registi come Montaldo, è sempre un grande onore poter lavorare con lui: è in grado di fare film urgenti che, come questo, ci riguardano molto da vicino. E mi ha insegnato che i film più interessanti sono quelli che fanno discutere: il suo sogno è che la gente litighi in sala, perché la magia di un film non deve esaurirsi quando si accende la luce”.
Eppure circolano sempre meno film che fanno discutere e sempre più commedie ridanciane…
Forse perché il cinema è diventato rassicurante, viviamo in un tempo in cui nessuno osa più, addirittura a volte la tv non generalista osa più del cinema.
Di chi è la colpa, secondo lei?
Quello italiano è tutto un sistema del “non rischio niente”: il pubblico non rischia i suoi soldi per vedere film nuovi, diversi e che facciano discutere appunto, tanto meno i produttori. Basti pensare che se sei un attore e non fai film che incassano, non è neanche detto che ti prendano poi per i film che vuoi fare. E’ un meccanismo complesso, io resto dell’idea che sia il pubblico, in fondo, a tenere lo scettro della situazione: se continuano a scegliere di guardare solo cose che hanno già visto in un contenitore televisivo, oppure opere con la convalida dell’industria americana, si va poco lontano purtroppo. Eppure io sono cresciuta vedendo film e so bene che il cinema non è solo intrattenimento, può anche dare una mano concreta alla gente, se inizia a rischiare.
Perché il nostro cinema rischia poco? E’ solo questione di mezzi e sostegni economici?
No, credo che in questo Paese ci sia una forte autocensura, più potente ancora della censura: gli stessi produttori preferiscono puntare su film già prodotti tre-quattro anni fa, per esser sicuri. Ma io credo che si stia facendo del male al pubblico omologando in questo modo il cinema: è giusto che si possa scegliere se vedere o no un film idiota, ma non è giusto che ci sia solo una tipologia di opere in sala.
E se la soluzione fosse bandire la sala e puntare ad altre vie di distribuzione?
Sono a favore delle diverse forme di distribuzione, ma la sala resta l’unico luogo in cui la gente tace e si gode un’immersione totale nell’opera, e come tale è insostituibile.
E della televisione, invece, cosa pensa?
Anche qui, dipende di cosa si parla. Certe cose in tv vengono scritte in modo sbrigativo e superficiale, perché “se no il sugo si attacca”, come mi disse una volta un amico sceneggiatore. Ormai è la follia, certi progetti ti fanno domandare dove sia finita la dignità filmica.
Tuttavia lei riesce sempre a scegliere progetti che una loro dignità filmica ce l’hanno.
Sono anche fortunata, nel senso che, ad esempio, un film come 20 sigarette è terribilmente onesto che ti viene immediata la voglia di farne parte e difenderlo in tutti i modi. E così anche L’industriale o Breve storia di lunghi tradimenti di Davide Marengo, un bel thriller che si è sudato molto per mettere in piedi: è un film di genere e un film “in movimento” girato tra Roma, Torino, Londra, Bolivia, Colombia, il che ha reso tutto difficile. Ma anche divertente perché, e qui c’è l’altra faccia della medaglia, ci siamo dati tutti tanto da fare, anche se il tempo era poco e le scene tante e in mondi diversi. Il che dimostra che piangersi addosso serve a poco, bisogna iniziare concretamente a “fare” qualcosa di serio.
- Martedì 10 Gennaio 2012









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