Il 22 gennaio compirà 72 anni uno degli attori più versatili e affermati a livello mondiale, John Hurt, tanto acclamato a teatro per le sue magistrali maschere shakesperiane quanto applaudito al cinema per ruoli profondamente diversi tra loro eppure memorabili. Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico nella realtà, professor Albus Silente nella finzione (harrypotteriana), l’abbiamo visto in sala di recente nei panni del padre ubriaco della sposa Kirsten Dunst in Melancholia e in quelli di Zeus/mentore di Teseo nel blockbuster Immortals. Dal 13 torna sugli schermi come protagonista dell’elegante spy-story La Talpa di Tomas Alfredson, accanto a Gary Oldman e Colin Firth.
Cosa l’ha convinta del progetto?
Mi piaceva innanzi tutto il romanzo, in cui John le Carré ha dato sfoggio di un’incredibile capacità di narrazione drammatica, un metodo di suspence da thriller come raramente se ne trovano. E’ difficile trasporre un buon libro in un film quanto meno dignitoso, ma in questo caso credo che il regista ci sia riuscito in pieno. Certo, la traslazione da letteratura a cinema non è mai del tutto pacifica, ma mi colpiva l’aspetto umano accentuato nel film, quel suo fotografare bene legami di amicizia, tradimenti e il senso della debolezza umana.
La storia s’incentra sulla ricerca di una “talpa” nei servizi segreti britannici, che si sospetta essere sovietica. Che ricordi ha lei dei tempi della guerra fredda, dei giudizi e pregiudizi sui russi?
Ho pensato molto a tutto questo durante le riprese. Tornando indietro con la memoria, ricordo che eravamo tutti molto sull’attenti rispetto ai russi e sicuramente ricordo tantissime conversazioni sulla Guerra Fredda, ma erano più che altro dibattiti idealisti. Se non avessimo un nemico lo inventeremmo, sta nella nostra natura di esseri umani. E vivere in quel periodo non era così tragico come sembra: accettavi gli eventi per come arrivavano, non pensavi a quanto fosse strano quel tempo, ma solo a dove poter fare colazione il giorno dopo.
Era un ragazzo spensierato, quindi?
Non ero molto analitico: per un giovane la vita è sempre “adesso”, anche mio figlio che ha 19 anni la pensa esattamente così oggi.
Quando ha scoperto la passione per la recitazione?
A 9 anni, ero a scuola e alla prima recita ho sentito che il palco era il vero e unico posto per me. Di lì in poi mi sono sempre sentito fortunato a fare quello che ho sempre voluto fare. Oggi recito e dipingo ancora molto, la pittura è l’altra mia grande passione.
Come prepara le sue performance, ha un rituale particolare che segue ogni volta?
No, la verità è che non mi preparo affatto per nessun ruolo. Essenzialmente parto dalla sceneggiatura e dalle informazioni che ho, ma quando mi chiedono come faccio a recitare io davvero non so rispondere. Un copione è cibo per l’immaginazione, ma anche se si tratta di un personaggio storico non puoi essere credibile se non trovi dentro di te la verità. Se vai a una recita delle elementari capisci che tutti possono stare su un palco, ma se vedi un ragazzino che sa recitare e ti convince, stai sicuro che quello nella vita diventerà un attore. Proprio come è successo a me.
Un sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe tornare a lavorare con David Lynch, ma ora è a Parigi e mi pare molto più interessato alla meditazione che al cinema.
Di Lars Von Trier e della querelle cannense che idea si è fatto, invece?
E’ un regista che amo molto, penso che qualsiasi uomo che sia solo positivo non riesca davvero a colpire le persone come riesce a fare lui con i suoi film.
Un’ultima curiosità: com’è stato lavorare con Gary Oldman e Colin Firth?
Purtroppo non ci siamo incontrati molto sul set, a parte le scene in comune sembrava che ognuno di noi facesse il suo film. Forse per questo è venuto bene, chissà.
- Mercoledì 11 Gennaio 2012










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Commenti
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Il 12 Gennaio 2012 alle 15:15 ojoblog ha scritto:
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