
di William Ward
Da quando è stato annunciato che la più rispettata e amata attrice contemporanea avrebbe interpretato la prima donna premier occidentale, quella che per oltre un decennio fu la signora più potente al mondo, in Inghilterra c’è stata molta curiosità: come avrebbe fatto Meryl Streep, americana e liberal, a interpretare l’inglesissima e conservatrice Margaret Thatcher? Come sarebbe riuscita Meryl, con la sua formazione culturale dichiaratamente sinistrorsa, a entrare nell’anima di The Iron Lady (questo il titolo del film che debutterà nelle sale italiane il 27 gennaio), la «donna di ferro» detestata e snobbata dalle sinistre e, soprattutto, dalle femministe del mondo intero? Streep è celebre per la sua capacità straordinaria di imparare gli accenti particolari con cui l’inglese viene parlato qua e là nel mondo (un’arte tuttavia inapprezzabile in Italia, dove l’attrice è da sempre doppiata da Maria Pia Di Meo): la sua interpretazione di Karen Blixen in La Mia Africa è tuttora citata come la massima espressione di questa capacità. Scontato, dunque, che avrebbe imparato a parlare come la Thatcher. Ma come avrebbe fatto a «entrare dentro» quel complesso personaggio (per giunta ancora vivente) senza risultare parodistica?
La critica e il pubblico inglesi, soprattutto quello legato al mondo della politica e dei media, sono pressoché unanimi: in The Iron Lady Meryl Streep «è» Margaret Thatcher. E sono in molti ora a prevedere per lei l’ennesimo Oscar.
Per capire ancora meglio questo straordinario exploit attoriale Panorama ha incontrato l’attrice alla prima londinese, lo scorso 4 gennaio, per discuterne con lei. Come ha fatto ad «abitare il personaggio» di una donna ancora vivente e molto celebre così bene?
«Forse sono stata presuntuosa» spiega Streep. «È stata una grande sfida, ma mi ha appassionata. Dopo tutto proprio come americana ero un outsider così come lo era lei, in quanto donna, quando si è lanciata nella politica in un’epoca dominata dai maschi».
C’è spazio anche per un aneddoto:
«Anni fa, ho portato mia figlia a sentirla. La Thatcher parlava a un pubblico universitario, ma per quanto non mi trovassi d’accordo su alcune delle sue analisi politiche, rimasi molto colpita dalla sua intelligenza e dalla capacità di affrontare un argomento complesso e spiegarlo in maniera articolata, ma comprensibile, con passione e convinzione».
Cos’ha fatto per avvicinarsi al personaggio?
«Ho letto e studiato molto. Ho ascoltato decine di registrazioni dei suoi discorsi della sua carriera pubblica, osservando lo sviluppo del suo modo di esprimersi».
Alle molte femministe e al pubblico di sinistra che è rimasto scioccato, talvolta persino scandalizzato per il suo «tradimento della causa», Meryl Streep ha spiegato che entrare nel personaggio non significa sottoscriverne le idee politiche. Ma l’aspetto assai più interessante è un lato inedito del profilo di Margaret Thatcher: quello di icona femminista.
«In fondo» osserva Streep «è stata una donna che ha dovuto lottare moltissimo in tutto l’arco della carriera per contrastare il pregiudizio e lo sciovinismo dei politici: non solo dei suoi colleghi conservatori, ma anche di laburisti e liberali. All’inizio del suo premierato» continua «nelle trattative con i leader stranieri c’è stata la tendenza a trattarla come una “donzella” non all’altezza di stare al tavolo con i maschi».
Fu tuttavia proprio un leader straniero, il leader sovietico Leonid Breznev, nel 1976, poco dopo la sua elezione a leader del Partito conservatore, a battezzarla «donna di ferro». In un secondo tempo lei stessa sfruttò questo suo algido charme nelle trattative con Mikhail Gorbaciov per la riduzione dei missili nucleari: Thatcher fu il primo leader occidentale a conoscere bene l’inventore della glasnost e la simpatia fu reciproca.
C’è un altro elemento dell’epopea thatcheriana che ha colpito sia Streep che la regista Phyllida Lloyd, anch’essa di cultura femminista e liberal:
«È nata e cresciuta in una famiglia piccoloborghese piuttosto modesta e ha dovuto lottare contro colleghi maschi con un background sociale ed economico decisamente più agiati: i colleghi pensavano che sarebbe durata poco come leader di partito, e così la trattavano con sufficienza».
Il terzo filo conduttore del film riguarda le idee e i principi che hanno ispirato la sua leadership. Nel film, Thatcher denuncia l’eccessiva deriva culturale britannica verso il pragmatismo e il lassismo: «Oggigiorno si parla troppo dei sentimenti e non abbastanza delle idee o dei principi. Basta!» dice la futura premier conservatrice a un medico (assai sorpreso) durante una visita. E, a sorpresa, Maryl Streep confessa di non essere molto diversa:
«Da giovane mia madre, che era un’artista, mi faceva guardare i ritratti dei famosi artisti nelle gallerie e mi faceva notare quanto ogni ritratto è, in fondo, anche un autoritratto: e non c’è dubbio, ho scoperto un’empatia. Ho dovuto capire quanto di Margaret Thatcher è in me, a prescindere dalle divergenze politiche e culturali». E l’attrice americana spiega: «Come lei ho delle opinioni molto forti, sono cocciuta fino all’esasperazione e animata da un’energia notevole, anche se non quanto la sua. Infine, come lei sono curiosa, e vorrei aggiustare tutte le situazioni andate storte».
Molti hanno accusato il film di crudeltà e voyeurismo per il fatto di essere ambientato nel presente, rivelando una Thatcher anziana, vulnerabile e afflitta dal morbo di Alzheimer. Regista e sceneggiatrice si sono ispirate all’autobiografia della figlia Carole Thatcher, che aveva rivelato molti momenti penosi legati alla condizione senile della madre. Molte scene ambientate nel presente sono immaginarie e dipingono la vita triste e isolata di una anziana ormai alla mercé della figlia e dei badanti: Meryl-Margaret ha allucinazioni, parla con il marito Denis, in realtà morto sette anni fa.
«Mi interessava questa figura vulnerabile, confusa e isolata, una specie di Re Lear al femminile, che ha perso il controllo di tutto il suo regno e che ora deve contare sulla accondiscendenza altrui per sopravvivere. Ci interessa il soggetto e il loro stato d’animo, non la giustezza delle sue azioni politiche» chiosa Streep.
Dopo le scene che raccontano la sua gioventù e la lunga e sofferta ascesa politica in quelle in cui diventa premier (lo fu dal maggio 1979 al novembre 1990), lei , sempre più orgogliosa e sicura di sé e dei suoi poteri, tratta i suoi colleghi maschili con fermezza, spesso con disprezzo. Margaret Thatcher si trasforma in una specie di Elisabetta I Stuarda, quell’eroina nazionale che, poco prima di spedire la sua marina a distruggere le navi della Invencible Armada spagnola di Filippo II, disse: «Ho il corpo fragile di una donna, ma dentro batte il cuore di un leone». La graduale trasformazione della prima (e finora unica) donna premier britannica, da «sciùra» di provincia, vestita fuori moda e con la voce stridula, a «donna Alpha», un po’ una Superwoman, è straordinaria.
Per il look ci hanno pensato i costumisti e visagisti, ma per riprodurne la voce Meryl-Margaret ha dovuto studiare attentamente gli sviluppi di timbro e di tonalità dell’originale:
«La sua voce era studiatissima» spiega l’attrice «ha fatto di tutto per perdere la traccia delle sue origini provinciali, facendo diventare la propria voce una cosa poco definibile: costruita e artificiosa, ma al contempo convincente e autorevole: era impenetrabile, non si capiva da dove venisse. Un po’ come i suoi capelli, fluidi ma sempre perfetti, e quei tailleur di un azzurro impenetrabile… Ogni aspetto della sua apparenza era studiato per risultare indiscutibile e impenetrabile».
Proprio come una vera icona femminista.
- Mercoledì 18 Gennaio 2012









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