Colorato, suadente, evocativo, il cinema di Nadine Labaki è esploso fragorosamente con la sua opera prima Caramel, catalizzatore di un inaspettato successo. I tanti che si sono innamorati di quel respiro chiassoso e intenso, sulle note di una colonna sonora speciale, si fionderanno al cinema per il nuovo film della regista e attrice libanese E ora dove andiamo?, dal 20 gennaio in sala. Come io ho fatto.
Purtroppo però nella visione pian piano l’entusiasmo si spegne - almeno a me è capitato così - , pur conservando, alla fine, un’immutata stima nei confronti di un’artista dalla tavolozza originale e ammaliante, che questa volta però non ha azzeccato la combinazione dei colori per tutti i cento minuti di film.
L’inizio è subito una mossa vincente, un quadro da appendere, con un gruppo di donne delle più svariate età vestite di nero, a muoversi all’unisono ballando una Danse funèbre scritta dal marito di Nadine, Khaled Mouzanar, che dopo Caramel rinnova la collaborazione musicale con la moglie. Le donne, chi con velo al capo, chi con croce o fiori in mano, quasi tutte con la foto di un uomo defunto, si battano una mano sul petto, nel loro ballo di dolore, in una modalità forse grottesca ma ancora intrigante, in un panorama desolato irradiato da una luce superba.
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
- E ora dove andiamo?
In un villaggio immaginario, che potrebbe essere in Libano ma non è, convivono cristiani e musulmani, in una pacifica comunanza ma con alle spalle un recente passato di uccisioni e ignoranza cieca. Lontano dalla modernità, isolato a causa di un ponte semi-distrutto dalla guerra e circondato da mine, nel villaggio la tensione è però facile da riaccendersi, basta uno sciocco incidente, bastano forze esterne divisorie.
Ma saranno le donne a lutto del corteo iniziale, cristiane e musulmane unite dalla volontà di difendere i propri amati, a trovare ogni stratagemma per distrarre gli uomini ed evitare una nuova guerra interna. Peccato però che la bellissima Labaki, mossa sempre da un forte spirito ironico, unisca scene di una grande drammaticità ad altre di comicità pura e di un grottesco sin eccessivo. La combinazione tra gravità e stravaganze a volte risulta troppo stridente, faticosa, non bene amalgamata. Tanto che anche il sermone sul rispetto reciproco, al di là dei propri credo religiosi, ne esce un po’ troppo didascalico e non con la leggerezza della fiaba.
Ma sarei ingenerosa a non citare le tante altre preziosità di E ora dove andiamo?.
Come non ricordare allora alcune sequenze davvero esilaranti, come l’incontro tra le donne del villaggio, arabe giunoniche, e alcune provocanti ballerine ucraine taglia 38? “Sembra che siano uscite dalla carestia”, è il commento di una signora del posto.
Nel cast sono mescolati insieme attori professionisti e non. Ecco così che uno dei personaggi più divertenti, la moglie del sindaco, è stato affidato a Yvonne Maalouf, paesana che era ad accogliere la troupe in uno dei villaggi in cui è stato girato il film e che Nadine Labaki ha convinto a recitare. Potente ed estremamente espressivo è il volto di Claude Baz Moussawbaa, ovvero Takla, la mamma del giovane corriere Nassim.
La regista ancora una volta sceglie di inserire sporadicamente canzoni nel film, a mo’ di commedia musicale, al fine di evitare di politicizzare l’opera e per dare un tocco da favola. Gradevoli, forse qualche brano in più avrebbe reso più omogenea la narrazione.
I set di E ora dove andiamo? sono stati tre villaggi diversi, Douma, Mechmech e Taybeh. In quest’ultimo realmente convivono comunità cristiana e musulmana, con la moschea che si erge accanto alla chiesa come proprio nel film.
- Venerdì 20 Gennaio 2012











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