

Ma chi è Lana Del Rey? Una starlette vintage progettata a tavolino dal marketing o una femme fatale del pop dal talento smisurato? Il fatto che i magazine più importanti del mondo si pongano questa domanda su una semisconosciuta, a un mese dalla pubblicazione (il 30 gennaio) del suo primo vero album, Born to die, significa che Lana ha già vinto. E che, nel 2012, il suo nome e la sua musica saranno ovunque. A dicembre, gli spettacoli a Londra e New York sono andati sold out rispettivamente in 13 e 17 minuti. «Immensa: ne sentirete parlare presto e per molto tempo» sentenzia Jimmy Iovine, il manager discografico più potente del mondo, l’artefice del boom di Lady Gaga.
«I miei principali alleati sono stati Youtube (dove il clip della sua «Video games» ha superato il milione di clic, ndr) e mio padre, che non mi ha mai ostacolato, anzi» racconta lei, dimenticando di aggiungere che papà Rob Grant è un agiato milionario newyorkese, oltre che il guru americano della registrazione dei domini internet. Per arrivare dove si trova ora, cioè a un soffio dalla celebrità, Lana ha dovuto rivedere i piani iniziali. Quando si faceva chiamare Lizzy Grant (il vero nome), aveva l’aspetto di una biondissima pin-up e incideva canzoni jazz-folk finite in un album rapidamente archiviato alla voce passo falso. Un flop per rimediare al quale si dice sia intervenuta una squadra di manager e pubblicitari alle dipendenze del padre. Che le avrebbe confezionato con cura una nuova identità ispirandosi alla diva di Hollywood Lana Turner e alla leggendaria auto Ford Del Rey.
«Quella mostrata da Lizzy non era la mia vera pelle. Quelle canzoni e quell’immagine non mi calzavano addosso: sembravo una delle tante gallinelle con la voce stridula. Io invece sono una donna da tonalità profonde, una malinconica a tratti depressa, con un cuore tormentato alla Kurt Cobain. Nel mio immaginario ci sono i film di David Lynch, la decadenza degli ultimi anni di Elvis Presley».
Un modo velato per dire che la sua missione è assai diversa da quella di Lady Gaga, sua collega in quella fabbrica di superstar che è la Interscope Records. Entrambe puntano a un’audience pop, ma Lady Germanotta è un’icona dance, tecnologica e sgargiante, Lana punta tutto su sottili melodie struggenti e un’immagine cromaticamente sbiadita da telefilm anni Sessanta. «Le mie fantasie rétro si rifanno alla vecchia Las Vegas in bianco e nero» dice prima di addentrarsi nei dettagli di una vita che, forse volutamente, sembra avvolta da un che di misterioso e inafferrabile.
«A 15 anni me ne sono andata da Lake Placid (una cittadina dello Stato di New York al confine con il Canada, ndr). Non ero come le altre, non ero in armonia con l’asettica felicità di un sobborgo ricco popolato da 3 mila anime spente, apparentemente felici con la migliore delle vite possibili. Ma si sa che poi sotto il tappeto finisce quello che non vuoi vedere o fare vedere. Tra quelle villette col prato rasato David Lynch saprebbe come scavare».
Via dalla grigia provincia con meta New York. «Senza fissa dimora» precisa lei. «Dormivo dove capitava a casa di artisti di Coney Island, mi sono infilata in un mare di guai che faccio anche fatica a ricordare. La vita della cantante da club nella metropoli è dura. A 18-19 anni mi ero già fatta una discreta corazza. A quel punto, per usare un’immagine che rende bene l’idea, ero già una lolita persa nei quartieri bassi. Quando non trovavo ospitalità mi rifugiavo in un parcheggio per roulotte del New Jersey. Ogni rumore nel buio era un colpo al cuore. Adesso non ho più paura delle tenebre: mi attraggono».
A Lana piace definirsi, molto più che rispondere alle domande insidiose della stampa che cerca di capire da dove viene e dove vuole andare la prossima stella del pop. «Non è piaciuto molto, ma a me sembrava efficace il soprannome che mi ero assegnata in rete: una versione gangster di Nancy Sinatra (la figlia di Frank, riportata in auge dalla colonna sonora di «Kill Bill Vol.1», in cui interpreta «Bang Bang», ndr)».
Di Nancy, Del Rey ha la profondità della voce e quella capacità di rendere facili e accessibili anche le melodie più complesse. Le sue canzoni sarebbero perfette per la colonna sonora di un film noir, ma, com’è ovvio, oggi le sue ambizioni sono altre. Le declina puntigliosamente attraverso una delle sue, prossimamente celebri, frasi fatte: «Il mio è un pop dal sapore hollywoodiano, ma arrotolato dentro un velo di malinconia. In quello che canto c’è il senso della fine che incombe su tutti noi».
Come mostra esplicitamente il suo nuovo videoclip, Born to die, che inizia con lei, fra due tigri, al centro dell’altare di una cattedrale. Il resto è il minifilm di una storia passionale con un bello e dannato ricoperto di tatuaggi. «Sesso, amore, litigi e poi una folle corsa in auto con schianto finale. Lui sopravvive, io sono tra le sue braccia esanime e sanguinante. Perché l’ho fatto? Perché il pop nero è il futuro».
- Venerdì 3 Febbraio 2012









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