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Robert Smith: il trucco è la corazza che mi protegge dal mondo

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  • Tags: cantante, Cure, Musica, Panorama in edicola, post punk, Robert Smith, rock
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Robert Smith: il trucco è la corazza che mi protegge dal mondo

Il rossetto non è più rosso fuoco e i capelli non stanno in piedi come una volta: nella battaglia tra lacca e forza di gravità, la seconda sembra avere la vittoria in pugno. Ma Robert Smith, 53 anni e una carriera da leader dei Cure, non arretra: quel look a tinte dark, replicato magistralmente da Sean Penn-Cheyenne, il protagonista di This must be the place di Paolo Sorrentino, lui ce l’ha tatuato addosso come una divisa permanente. «Il make- up è come una corazza, mi tiene a distanza di sicurezza dal mondo. Senza trucco i rapporti con il benzinaio e il giardiniere sarebbero sicuramente più sciolti e meno imbarazzanti, però io mi sento a mio agio così da quando ho 16 anni. E poi c’è mia moglie, che mi adora con questo look. Dice che le piaccio come quando ci siamo conosciuti a scuola. Con i capelli corti, un vestito bianco e una cravatta blu manderei in crisi decenni d’amore. Per lei io sono l’uomo a tinta unita, una certezza cromatica. Il suo man in black».

Al contrario del Cheyenne del film, Robert Smith non è ancora una rockstar in pensione. Si concede poco, registra un disco ogni quattro o cinque anni e adora la vita ritirata nel Sussex, tra pub fidati e pollo arrosto con le patatine al rosmarino (sgranocchiate insieme all’inseparabile Mary). Poi, quando decide di rimettersi la chitarra al collo, lo fa alla grande, organizzando tour mondiali che collezionano sold out in poche settimane (due i concerti evento in Italia previsti per l’estate, il 7 luglio a Milano nell’ambito dell’Heineken Jammin’ Festi val e il 9 a Roma, all’Ippodromo Capannelle).

«All’inizio di ogni anno, poco prima che arrivi la primavera, mi chiedo che cosa potrei fare per rendere la mia vita un po’ più eccitante e movimentata. Un viaggio, una crociera, la conquista di una vetta… Mi immagino schiavo del jogging, impegnato in diete dagli effetti mirabolanti. Poi mi guardo dentro e capisco che ho soltanto voglia e bisogno di suonare davanti a un pubblico, che tutto quello che mi manca è la parte divertente del mio lavoro. Per me i Cure, e la musica in generale, non sono mai stati un business da coltivare avidamente: quando non compaio sui giornali per anni, non mi sento messo da parte, non ho attacchi di panico. I momenti di maggiore successo dei Cure sono stati quelli in cui ho sofferto di più. Ricordo certe apparizioni tv da incubo, in mezzo a spot e sketch inguardabili».

Non solo, andare in tour oggi non è un delirio incontrollabile come trent’anni fa, quando i camerini delle band che si esibivano prima dei Cure erano farciti di alcol e anfetamine da sniffare.

«Ho visto strisce che erano lunghe come la roulotte dove alloggiavano le band. Noi non siamo mai stati un gruppo di tossicodipendenti cronici, ma a volte la follia ha preso il sopravvento» racconta. «Ricordo che a un certo punto la mia fissazione era diventata giocare a tennis di notte sui campi degli alberghi di lusso (anche Sean Penn in «This must be the place» è protagonista di improbabili partite di pelota in una piscina senz’acqua, ndr). Dopo essermi tolto tutti i vestiti, ma proprio tutti, entravo in campo da solo con la racchetta ben impugnata. Lanciavo la palla al di là della rete e poi correvo dall’altra parte per rispondere. Ovviamente non c’era alcuna palla nella realtà, era tutto nella mia testa. C’ero solo io che correvo nudo, come un indemoniato, da destra a sinistra. Anche per due o tre ore di fila. Tenevo rigorosamente il punteggio e se qualcuno si avvicinava per chiedermi conto di quel bizzarro approccio al tennis ero capace di rispondere: spostati, non vedi che sono al terzo set? Adesso si decide la partita».

Le reminiscenze degli eccessi nei bei tempi andati lo divertono, lo rimettono in contatto con una parte travagliata della sua vita con cui ha fatto pace da tempo.

«Nessun dramma: i primi anni del successo sono travolgenti, ti spingono a fare cose che non avresti mai immaginato. Ma c’è una linea di confine. Se dopo una fesseria ti svegli e sei ancora calato nel personaggio folle della notte prima, allora è meglio iniziare ad alzare le difese. Significa che stai scivolando nella dark side, dove la vita è controllata dalle sostanze e non dal tuo cervello».

Lo dice oggi dall’alto della sua condizione di autorecluso appagato che si gode ogni istante della vita con la donna che lo ha stregato negli anni del liceo e un gruppo ristretto di amici per cui non ha segreti. Il fatto che il cinema, da This must be the place di Paolo Sorrentino a Edward mani di forbice (interpretato da Johnny Depp), si ispiri di tanto in tanto alla sua immagine non lo scalfisce. Così come non gli fa effetto essere considerato il guru di tutte le giovani band che sull’onda della saga di Twilight cantano di tenebre e vampiri.

«Il fatto che qualcuno guardi alla mia immagine e alla mia musica come a un modello non sposta di un centimetro il baricentro della mia vita» assicura.

Sembra sincero, oltre che a suo agio, fra le pieghe di un’esistenza incentrata su se stesso e la sua vita privata. Che non contempla progetti d’espansione:

«Non è una scelta recente, abbiamo deciso consensualmente di non avere figli molti anni fa. E adesso non abbiamo le notti turbate da ripensamenti e rimorsi. Un bambino richiede un grado di responsabilità e consapevolezza che non mi sento di avere. Ne parlo serenamente e con grande sincerità, anche se in realtà conduco una vita normale e non trascorro le mie giornate strafatto, vagando per le campagne inglesi con un libro di poeti maledetti sottobraccio. E poi non voglio imporre la vita a nessuno. Vivere può fare male, molto male».

Parla senza censure, Robert Smith. Ma difficilmente qualcuno leggerà le sue opinioni in rete. Lui i social network li detesta cordialmente, ma sapendo di non poterli sconfiggere si è alleato a essi per depotenziarne gli effetti.

«Ebbene sì, ho una mia pagina su Facebook. Che però ha un’unica funzione: quella di impedire ad altri di spacciarsi per me, di parlare a mio nome. Mi difendo dalla piazza virtuale, dalla condivisione continua di spezzoni della vita. La vita sempre connessa non fa per me. Io sono uno che ha ancorate bisogno di staccare la spina».

  • gianni.poglio
  • Martedì 7 Febbraio 2012

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