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Che senso ha oggi la satira? Le risposte in nove videointerviste, da Vauro a Forattini

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  • Tags: satira
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satira

Ormai è molto raro, ma alzando gli occhi sopra il frontone, prima di entrare a teatro, può capitare ancora di leggere “Castigat ridendo mores”, ovvero “corregge i costumi deridendoli”. La locuzione latina è priva di soggetto. Che ormai è diventato implicito, ma che è rimasto quello immaginato da Jean de Santeul, poeta latinista francese: a correggere i costumi ci deve pensare il teatro stesso, con la commedia e la satira, le quali spargendo il ridicolo sui vizi e difetti umani possono aiutare il pubblico a tornare sulla retta via.
Dal pieno Seicento di Jean de Santeul a oggi il concetto non è mutato. “La satira” recita Wikipedia “è un’arte caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società. Ha l’obiettivo di mostrarne le contraddizioni, e di promuoverne un cambiamento”. Più sintetico, Daniele Luttazzi scriveva qualche tempo fa sul suo blog “La satira dev’essere un punto di vista e un po’ di memoria”. Tra i colleghi dell’autore di Satyricon, Dario Fo ha spesso manifestato l’idea che chi fa satira debba prendere sempre una posizione netta e farsi carico di ricordare al pubblico le malefatte degli uomini di potere (ma non solo di potere), in modo che nulla resti impunito, almeno nella percezione dell’opinione pubblica. Dunque - sfumature a parte - tutti d’accordo su che “cosa” la satira debba essere. A spaccare il panorama di vignettisti, disegnatori satirici e umoristi che affollano tv e giornali è però il “come”. Quali devono essere modi per esprimere quest’arte? Domanda tutt’altro che superflua, visto che periodicamente rispuntano le polemiche e le accuse di vilipendio ai satirici di professione.
L’ampio spettro di tipologie disponibili vede due caratteri estremi. Da una parte i comici innocui, che per strappare un sorriso affidano tutto alla parolaccia o al tic del potente di turno. E dall’altra, all’opposto, l’invettiva che non si pone limiti, che salta a pié pari le categorie di diffamazione e oltraggio, che fa dell’oltremisura il mezzo principe per attaccare il potere, la società, i costumi. In mezzo a questi due modi ce ne sono però infiniti altri. Sono i modi di quei vignettisti che più o meno consapevolmente si sono posti delle domande rispetto a ciò che deve essere oggi la satira. Domande come: la satira deve porsi dei limiti? E quali dovrebbero essere? Esistono tabù per vignettisti e umoristi? E ancora: la satira di oggi è forse meno coraggiosa di quella degli anni Settanta e Ottanta? A questi e ad altri interrogativi rispondono i protagonisti di oggi e del passato, intervistati da Panorama.it. Come Vauro, vignettista del Manifesto e ospite fisso ad Anno Zero, nonché allievo di Pino Zac con il quale, nel 1978, ha fondato Il Male. Fulvia Serra, storica direttrice di Linus. Ma anche Sergio Staino, tra le altre cose fondatore e direttore del giornale satirico Tango. E poi Stefano Disegni, che fu tra i protagonisti dell’avventura di Cuore. E ancora: Fulvia Serra, Cinzia Leone, Ro Marcenaro, Gianfranco Uber, Forattini. Eccoli in queste videointerviste a cura di Alberto Roveri, e con un parere del direttore di Panorama Maurizio Belpietro.

Guarda le video interviste di Alberto Roveri

Vauro

Gianfranco Uber

Stefano Disegni

Giorgio Forattini

Fulvia Serra

Staino

Ro Marcenaro

Cinzia Leone

Maurizio Belpietro

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  • Venerdì 7 Novembre 2008

Street Museum, nasce il primo museo dei graffiti ed è 2.0

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  • Tags: arte, graffiti
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dall'Auditorium di Roma a Londra

“Sporcare i luoghi pubblici deve diventare un reato”: a riaprire la polemica sui graffiti è Silvio Berlusconi, che lunedì 6 ottobre, concludendo la festa del Popolo della Libertà a Milano ha tuonato: “Bisogna farla finita con i cosiddetti graffiti perché in alcune nostre città non sembra di stare in Europa ma in Africa”, annunciando infine “sull’argomento presenterò un ddl al prossimo Consiglio dei ministri domani a Napoli”.
Subito, da Salemi, Vittorio Sgarbi, che proprio a Milano aveva organizzato una mostra assai discussa sulla street art, ha preso la palla al balzo per rilanciare: “Va bene il decreto purché Berlusconi lo faccia scrivere a me”. Ovvero: “Primo: tutti i palazzi costruiti fino al 1960 sono edifici che non devono in alcun modo essere sfiorati. Massima severità. Punto due: quelli degli anni successivi rappresentano l’Italia deturpata dalla speculazione economica ed edilizia. In questo caso, l’intervento dei graffitisti rende gradevole persino ciò che è il frutto di quella stagione”. Insomma, un distuinguo, quello proposto dal critico-sindaco, che dovrebbe portare le amministrazioni a stipulare con i graffitisti una sorta di patto: “Pagarli per bonificare i luoghi dell’orrore suburbano. Luoghi che non possono che migliorare”. Sgarbi cita graffitisti entrati ormai nei manuali di storia dell’arte: “Basquiat e Keith Haring” ricordando che anche loro “provenivano dalla strada”. E conclude il suo pensiero esemplificando con un’immagine: “Il taglio su una tela bianca, è Fontana, è un capolavoro. Se invece il taglio lo faccio su un Caravaggio, è una follia e un crimine”.
Intanto, mentre i politici si arrovellano su teorie e discutono su come arginare, organizzare o regolamentare il fenomeno del graffitismo, sempre a Milano nasce l’idea di un museo della street art. Si tratta di Street Museum, il nuovo progetto di TIM Tribù “a supporto della cultura e dell’arte urbana”.
Il progetto è in fase di lancio. E si propone di censire, grazie agli utenti della Rete, le migliori opere di arte urbana su tutto il territorio nazionale. Ma non sarà un museo chiuso e tradizionale, perché secondo gli organizzatori la street art non può essere messa dentro un recinto. Così lo Street museum sarà un luogo virtuale: un grande museo on line a cielo aperto. Per realizzarlo, gli organizzatori di Tim Tribù invitano già da ora tutto il pubblico della Rete a segnalare le opere preferite inviandone una foto via MMS o caricandola sul sito dell’iniziativa www.timtribu.it. Ai curatori 2.0 di questo che si propone come il primo museo user generated sarà affidato il privilegio di tenere aggiornato lo stato dell’arte, fornendo informazioni sulle opere e gli artisti. I lavori in gara saranno commentati, votati e supportati dagli utenti che determineranno la rosa dei primi 100, di diritto nello Street Museum. Dunque non saranno i presunti esperti d’arte a decidere chi farà parte di questa imponente mostra permanente delocalizzata. Le opere più meritevoli di entrare nel pantheon della Street Art verranno scelte e votate soltanto dagli utenti.

Il video legato all’iniziativa

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  • Mercoledì 8 Ottobre 2008

Alberto Korda, in mostra a Firenze il fotografo del Che

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  • Tags: fotografia
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Che Guevara, Sartre
Le foto di Alberto Korda vanno in mostra a Firenze, in un’anteprima internazionale che girerà l’Europa per i prossimi tre anni. Ad esporre trenta scatti del fotografo che diventò famoso per la sua foto del “Guerrillero Heroico”, una delle immagini più riprodotte di Che Guevara, è l’Archivio contemporaneo stampa d’arte fotografica. La galleria fiorentina è in via Volta 51, gestita da Cesare Bossi, che di Cuba conserva un ricordo legato proprio alla fotografia e alla famiglia del fotografo della rivoluzione. “A Cuba avevo conosciuto l’ex direttore della fototeca dell’Avana e la figlia di Korda” racconta a Panorama.it. “fu proprio lei che, volendo realizzare una grande mostra antologica con le immagini del padre, all’Avana, mi chiese qualche consiglio pratico su come scansionare vecchi negativi e fare nuove stampe, aggirando gli scarsi mezzi tecnologici che aveva a disposizione. Naturalmente fui onorato di aiutarla” continua Bossi “e chiesi poi di poter esporre nella mia galleria una parte delle 170 immagini in rassegna a Cuba. Così” spiega “nonostante le difficoltà imposte dal regime e con due uragani che ci hanno messo i bastoni tra le ruote, siamo riusciti a ottenere le trenta immagini che ora sono esposte qui a Firenze”.
Tra le opere non c’è il più celebre dei ritratti del Che, quella che ormai è l’icona più posterizzata e più stampata su magliette e gadget di ogni tipo. “Ormai quella foto è negli occhi di tutti” commenta Bossi, che specifica “comunque non fu un ritratto, ma una foto estrapolata da un’immagine più ampia che immortalava un gruppo di persone in marcia”. Bossi aggiunge la triste nota per cui il fotografo non percepì mai un quattrino di royalty su quell’immagine: “Gli fu sottratta a Cuba da Feltrinelli e né Korda né i suoi eredi riuscirono mai a far valere il diritto d’autore fuori dal loro Paese”. Se a Firenze manca il celebre scatto, non mancano comunque altre foto del Che, e sono presenti anche molte opere inedite e i servizi di moda realizzati prima della rivoluzione castrista. Sono immagini caratterizzate da “quel linguaggio ironico e spensierato che Korda ha trasferito anche negli scatti sui protagonisti della rivoluzione” spiega ancora Bossi “come la foto in cui si vede Fidel Castro in una posa piuttosto goffa e con una maschera da sub sul volto”. Nella rassegna fiorentina compaiono anche i molti personaggi noti che frequentavano Cuba o che passarono per una visita al Guerrillero Heroico, come Hemingway, Sartre e Simon de Beauvoir.
Dopo Firenze, la mostra approderà a novembre alla galleria Bergerre di Parigi per poi dirigersi a Madrid, in dicembre, e arrivare ad Amburgo dove è in preparazione una grande antologica.

LA GALLERY

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  • Mercoledì 8 Ottobre 2008

L’età del buon sesso, senza tabù

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  • Tags: mezza-età, sesso
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sesso40

Non hanno ansie da primo impiego. Non hanno il complesso del precariato eterno. Non covano il sogno di cambiare vita. Qualcuno ha una carriera stabile. Qualcun altro ha smesso di lavorare per scelta. Sono professionisti, impiegati, artigiani, casalinghe. Si sentono realizzati, hanno buona salute, una buona vita sociale. Messi insieme sono il pane delle statistiche sull’allungamento dell’aspettativa di vita. Ma spiati nelle loro camere da letto diventano i testimoni di un fenomeno inedito: la nuova stagione dell’eros over 40.
Perché mentre la società invecchia il sesso non finisce più confinato nei ricordi di gioventù. A 50, 60 e anche a 70 anni si fa strada la consapevolezza che la sessualità in età matura è più appagante che a 20 o 30.
I dati sono nella prima indagine sulla salute sessuale dopo i 40 anni (la Pfizer Global study of sexual sttitudes and behaviors), svolta su oltre 26 mila uomini e donne in 26 paesi del mondo. L’80 per cento degli uomini e il 60 per cento delle donne tra i 40 e gli 80 anni considera il sesso una parte essenziale della vita. Percentuali che salgono all’83 per cento quando si tratta di italiani. Che si aggiudicano anche il primato sulla quantità: da uno a sei rapporti la settimana per il 70 per cento degli interpellati, contro una media internazionale al 57 per cento.
E la qualità? “Con l’età sono diventata molto più esigente” dice Marta Sarno, 45 anni, sposata da 19 e due figli adottati. “A 30 anni facevo l’amore in modo più meccanico, oggi sono più sensibile a particolari meno fisici, ho bisogno di sentire il coinvolgimento del partner, ascolto il mio corpo con più attenzione. Questo modo nuovo di percepire le sensazioni rende tutto più appagante, anche quando l’orgasmo non è al massimo”.
“Quando si è giovani, il sesso è condizionato da troppe insicurezze” ricorda Chiara Simonelli, sessuologa e docente di psicologia alla Sapienza di Roma. “Inoltre, l’incertezza nella vita professionale o familiare influisce sulla percezione della propria identità e questo, a volte, impedisce di esprimersi liberamente anche nel sesso. Una volta uscite dalle ansie del ciclo produttivo e riproduttivo”spiega Simonelli “ci si sente finalmente in grado di riappropriarsi del tempo per se stesse, dell’affettività di coppia e dunque della sessualità. Nelle generazioni precedenti tutto ciò non accadeva” osserva la sessuologa “perché si invecchiava peggio, la vita era più breve e c’erano altri condizionamenti sociali. Oggi” conclude “le donne hanno più strumenti culturali per poter accedere a una terza età più sana e senza rinunce”.
E per gli uomini? “C’è più intrigo” dice Marcello Mencarini, 55 anni, fotografo e single “dopo i 45 il sesso si arricchisce di una dimensione intellettuale e creativa. A 18 anni pensi solo a dove mettere le mani, sei angosciato dalla prestazione” continua “ora invece il coinvolgimento è maggiore perché c’è più serenità, più esperienza, e si può dedicare attenzione anche ai particolari o sperimentare nuovi modi”.
Per Giovanni Destri, 41, maestro di arti marziali, “rispetto ai 20 anni il sesso diventa meno frettoloso e si nutre soprattutto dell’appagamento del partner”.
Ma secondo Emmanuele A. Jannini, docente di sociologia all’Università dell’Aquila, la serenità del maschio italiano deve molto alla pillolina blu (di cui ricorre il decimo compleanno). “Oggi Viagra e C non sono più percepiti, soprattutto dai 40-60enni, come il surrogato di una carenza, ma considerati uno mero strumento, un’opzione possibile” sostiene il sociologo. “Questo atteggiamento ha prodotto un nuovo concetto socioculturale che ha influenzato anche chi il Viagra non lo ha mai preso. L’uomo non è più obbligato a dimostrare la propria virilità a tutti i costi. E ciò ha permesso al maschio di entrare meglio in sintonia con l’universo femminile. Naturalmente” spiega ancora Jannini “la pillola blu non è la sola responsabile della soddisfazione sessuale negli uomini di mezza età. Ci sono altri elementi sociali cui si deve il loro vantaggio sui 30enni. Questi ultimi, per esempio, sono oggi spesso irrisolti, hanno storie d’amore che riproducono i meccanismi dell’adolescenza perché loro stessi prolungano l’adolescenza come modello di vita. Sono nella maggior parte dei casi ancora a casa con i genitori, più attaccati alla madre che alla fidanzata. Così nei loro rapporti c’è una mancanza di serenità legata anche a una mancanza di responsabilità e di intimità, cosa che invece i 40-50enni hanno generalmente conquistato”.
Anche Ira Matahia, Ann O’Reilly e Marian Salzman, le tre sociologhe americane che avevano coniato la definizione di maschio “metrosexual”, ovvero l’uomo malato di shoppping e troppo attento alla cura del proprio corpo, ma intimamente conservatore, hanno aggiornato l’età del nuovo modello di maschile, che ora si chiama “übersexual”: un maschio curato nell’aspetto ma non fanatico dell’esteriorità e, soprattutto, portato al dialogo con l’universo femminile senza ricadere nel cliché dell’antimacho.
Nel loro nuovo libro Il futuro del maschio (Corbaccio) esemplificano il passaggio con due icone: “Da David Beckham a George Clooney”. Archiviato il bel trentenne effeminato, si affaccia un uomo che mostra la sua parte femminile senza fare sconti alla sua virilità, e nemmeno ai suoi 47 anni suonati.
In Germania, invece, l’attenzione è sui settantenni grazie a Wolke 9, film di Andreas Dresen (58 mila spettatori nei primi 3 giorni di programmazione e un mare di polemiche) che rompe con il tabù del sesso durante la vecchiaia e mostra scene molto forti di un amplesso tra due amanti che hanno superato la settantina.
“La passione può esserci anche a quell’età” commenta Luca Toracca, attore 69enne, sposato da 44 con Pia Trombetta, 67. “Nonostante le rughe in più e i capelli in meno, senza paura di essere tacciato di gallismo, posso dire che gli anni non hanno intaccato né la qualità né la quantità dei nostri rapporti”.
“Invecchiando subentra a volte l’angoscia di non essere gradevole per i partner” dice lei “e allora si affilano altre armi, magari meno evidenti, ma più raffinate. Coltivare l’amore è faticoso” conclude “ma più si va avanti e più è gratificante, perché è l’unico modo per darsi una carica di giovinezza”.

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  • antonio.carnevale
  • Lunedì 22 Settembre 2008

Figli in vacanza: se papà ci manda soli

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  • Tags: vacanze
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Giovani in viaggio

Di aspettare il viaggio premio simbolo di emancipazione dopo la maturità non se ne parla, è roba d’altri tempi. Quando si tratta di andare in vacanza, i ragazzi diventano straordinariamente precoci. Anche a 14 anni reclamano un’estate in totale autonomia in una delle mete più ambite, che nel 2008 sono Spagna, isole greche, Londra, Dublino.
“Anche se il momento economico in Italia non è dei più rosei, a una vacanza, magari di una settimana, molti ragazzi non vogliono rinunciare” conferma Domenico Iannella, segretario generale del Cts (Centro turistico studentesco), organizzazione con cui viaggiano ogni anno circa 6 mila giovani, per il 25 per cento minorenni. Che il viaggio sia in cima ai desideri dei teenager lo ribadisce un’indagine Doxa sui loro comportamenti d’acquisto sul web: dopo quelli di telefonia, i siti più ricercati sono quelli che offrono pacchetti last minute o voli low cost. Le 36 compagnie italiane offrono 87 destinazioni in Europa.
Risultato: la palla passa a mamma e papà, che dopo gli scrutini si trovano a dover decidere se concedere un periodo di assoluta liberà. A complicare le cose, l’inevitabile paura. I fatti di cronaca non aiutano e non basta il telefonino a rassicurare le famiglie. Il repertorio di pericoli affolla l’immaginario.
“Negli ultimi 5 anni le famiglie hanno cambiato atteggiamento” ritiene Andrea Pesenti, direttore commerciale del Cts. “Da una parte vedono di buon occhio una vacanza studio perché la considerano un investimento formativo, ma dall’altra sono sempre più esigenti in termini di affidabilità delle strutture cui si rivolgono. Molte organizzazioni hanno aumentato gli standard di sicurezza”. Tuttavia, “non tutte tengono il passo. Dunque il consiglio per le famiglie che mandano in vacanza i figli minorenni è di informarsi sul programma delle loro giornate, sapere in quale tipo di sistemazione dormiranno, assicurarsi che gli accompagnatori siano specializzati e che sappiano concedere momenti di privacy ai ragazzi senza perdere mai il controllo dei loro comportamenti”.
Ma le preoccupazioni dei genitori faticano a scomparire. “Almeno in parte si tratta di paure fondate” commenta la sociologa della famiglia Chiara Saraceno. “Il primo viaggio lontano da casa può contenere una serie di rischi che vanno dall’incolumità fisica a deviazioni del comportamento, come l’esplosione di aggressività o di bullismo”. Poi raccomanda: “Il timore dei pericoli non deve avere il sopravvento sugli aspetti positivi”.
Una cosa è certa: le cattive esperienze si possono fare anche a due passi da casa. “Ben vengano anzi i viaggi in giovanissima età” insiste Saraceno “perché prima ci si abitua a stare lontano da casa, più normale sarà affrontare una vacanza da soli e non considerarla un momento di trasgressione incontrollata. Attenzione però a non considerare la vacanza under 18 come una scelta obbligata. Negli ultimi anni si sta imponendo un nuovo concetto culturale che può essere fuorviante”.
Probabilmente non tutte le esperienze sono irrinunciabili, non si deve essere ossessionati dall’idea di offrire più occasioni formative ai figli. “Si tratta del cosiddetto curriculum dell’adolescenza: quando scopriamo che i nostri ragazzi possono sviluppare qualche capacità o esperienza, tendiamo a considerarla necessaria, pensiamo che senza di essa i nostri figli non saranno al passo con i tempi” continua la sociologa. “Imparare una lingua straniera o le tecniche veliche è senz’altro utile, però non sempre è prioritario”.
Che mandare i figli all’estero sia diventato una sorta di status symbol lo sottolinea Loredana Lipperini, autrice di Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli), un viaggio nel mondo della preadolescenza e dei suoi nuovi modelli di riferimento. “Le ragazzine di 13 o 14 anni guardano come modelli a quelle di 20. È naturale che anche la richiesta di un viaggio avvenga in età sempre più precoce. Molti genitori però hanno perso determinazione di fronte a questa richiesta, sono diventati vittime di una nuova ossessione: dotare i propri figli di ciò che hanno i coetanei, a tutti i costi”.
Spesso i genitori concedono molte cose, quindi anche una vacanza da soli, ai giovanissimi per non farli sentire diversi dal gruppo. Non valutano però se quell’occasione potrà essere o meno un’esperienza formativa. “Le mie figlie hanno 14 e 16 anni: per loro passi il viaggio studio, ma completamente sole, in vacanza, ci andranno solo dopo la maggiore età. E la meta la decideremo insieme” conclude l’autrice.
Già, perché anche la destinazione prescelta dovrebbe far capire alle famiglie il tipo di vacanza che hanno in mente i propri figli. Difficilmente un diciottenne che ha deciso di andare a Kingston, in Giamaica, regno dei rasta e della marijuana, sarà soltanto alla ricerca di nuove sonorità reggae. Così come alcune isole thailandesi, regine della vacanza drug & drink. È vero in compenso che il 2008 vede un’esplosione di viaggi legati alla tutela dell’ambiente. Poi quelli legati all’interesse per la cultura islamica. Oppure i soggiorni di scambio interculturale organizzati da Intercultura onlus in Cina, Giappone, Lettonia e Finlandia.
Per non parlare dell’utile alternativa al pericoloso autostop: si vendono più biglietti Interrail, validi un mese, che permettono agli under 26 di attraversare l’Europa su treni di seconda classe: oltre 190 mila pass venduti per questa estate. L’identikit dell’interrailer italiano è emerso all’ultimo raduno nel Parco delle Foreste casentinesi: età media tra i 18 e i 23 anni, zaino in spalla, guida Routard in tasca e amico o amica al seguito.
È un modo di viaggiare più sicuro, eppure anche la vacanza con l’amica del cuore può riservare brutte sorprese. A sostenerlo questa volta non è un apprensivo genitore ma uno dei più attivi fautori del divertimento notturno, Davide Nicolò, che ha lanciato locali come il Cocoricò di Riccione, il Ku di Ibiza o lo Xueno di Formentera. “Non basta essere in due per schivare i pericoli nascosti nei luoghi del divertimento” avverte Nicolò. “Senza dubbio due ragazze sole che girano per locali devono essere sempre lucide e vigili”.
Nicolò ha stilato un decalogo per evitare inconvenienti nei luoghi della movida d’Europa. Tra una decina di giorni il vademecum sarà distribuito nei locali della Riviera adriatica e di Ibiza, in italiano, inglese e spagnolo. E sul sito www.davidenicolo.com nascerà un blog per discutere come viaggiare in sicurezza, scambiandosi consigli e dritte sui luoghi da non frequentare.
LEGGI IL DECALOGO: Divertirsi in sicurezza - LEGGI ANCHE: Lipperini: vademecum per genitori nell’epoca del web - Scout del tezo millennio: persone normali, ma qualcuno si scandalizza

  • antonio.carnevale
  • Domenica 20 Luglio 2008

Mad Pride, il coraggio di urlare al mondo: Non siamo matti!

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  • Tags: Mad-pride, malattia-mentale
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Mad Pride

“Non sarai mai solo con la schizofrenia” diceva Woody Allen. E qualcuno deve aver preso la battuta alla lettera, visto che migliaia di persone con disturbi mentali si sono messe in rete e hanno deciso di scendere in piazza per fare coming out. Succede in America, Australia, Sud Africa e anche in Europa, dove si stanno moltiplicando i Mad pride: i festival dell’Orgoglio pazzo per combattere lo stigma, l’etichetta negativa che bolla chiunque sia affetto da una malattia della psiche e lo mette ai margini della vita sociale.
Le immagini sono già su Youtube. Al Mad pride di Toronto (Canada) un uomo di colore sui 200 chili si avvicina faticosamente al palco, altri due uomini lo aiutano a salire, lui prende il microfono e ancora col fiatone si mette a urlare: “Sono schizofrenico e non voglio più nascondermi. Ho il diritto a una vita sociale”. Poi indica la propria stazza e sbotta: “Guardate come mi hanno ridotto gli psicofarmaci. Diciamo basta! Chiediamo cure migliori!”. Applausi. Urla di incoraggiamento.
È il modello Gay pride. Come gli omosessuali rivendicano con orgoglio la parola gay, così le persone con disturbi della psiche hanno deciso di uscire allo scoperto. Forse il paragone non è congruo, visto che chi è schizofrenico spera ardentemente di superare il proprio disagio mentre l’omosessualità non è certo una malattia. Identico è però il concetto di base: un individuo può essere incluso nella società soltanto se l’etichetta che gli è stata appiccicata smette di essere un tabù culturale. Tutti d’accordo con Roland Barthes, insomma: “Il mito è una parola “, e se questa parola è una diagnosi, deve abbandonare i freddi corridoi degli ospedali psichiatrici, raccontare storie personali, indicare identità condivise e liberarsi del pregiudizio.
“Solo la depressione è accettata socialmente, le altre malattie mentali fanno ancora molta paura” ha ricordato sul New York Times Charles Barbe, professore di psichiatria all’Università di Yale “ma grazie ai blog e Youtube, la nuova generazione ha cominciato a raccontare la propria storia e pretende di meritare attenzione”.
Così, dal web alle piazze rimbalza la nuova ondata di rivendicazioni con un meccanismo simile a quello del blog di Beppe Grillo e dei suoi meet up. Dall’antipolitica all’antipsichiatria. Con un guru dei folli americani che si chiama David W. Oaks e che dal suo frequentatissimo portale Mindfreedom.org stila il calendario dei prossimi Mad pride.
Ex schizofrenico e maniaco depressivo, Oaks lancia invettive contro le case produttrici di psicofarmaci, accusate di essere il vero nemico della salute mentale. E sostiene di essere guarito grazie all’esercizio fisico, una dieta particolare e distensive passeggiate nella natura. Però non tutti la pensano come lui. Ai Mad pride prende il microfono anche chi vuole denunciare che i malati di mente possono lavorare, assumersi responsabilità ed essere utili a coloro che hanno un disturbo analogo.
Il tamtam attraverso il web funziona. Negli ultimi mesi, si sono svolti Mad pride a New York, Chicago, Vancouver, Accra (Ghana) e Londra. Con migliaia di partecipanti ansiosi di urlare al mondo la propria diagnosi, mentre altri incontri sono già fissati per le prossime settimane in diversi Paesi.
E in Italia? A sentir parlare di David W. Oaks inorridisce Nora Kaufman, creatrice del Caffè dell’arte, un centro milanese di riabilitazione per giovani con disturbo bipolare. “Un nostro associato ci ha proposto di aderire al movimento e per poco non lo cacciavo dalla mia stanza” dice Kaufman. “Anche noi combattiamo lo stigma” continua “ma per fare coming out bisogna essere molto cauti. In Italia, oggi, un bipolare in fase maniacale rischia il licenziamento in tronco. Non basta andare in piazza per risolvere il problema, anzi c’è il pericolo di ottenere il risultato opposto e di apparire macchiette da compatire”.
È critico anche Stefano Benzoni, neuropsichiatra infantile e autore con Pietro Adamo di Psychofarmers (Isbn), una storia dello psicofarmaco con tanto di visite negli armadietti del bagno di notabili del Novecento, a cominciare da Kurt Cobain. “Andando su Mindfreedom.org” spiega Benzoni “in due o tre link si finisce su siti che propongono una retorica dell’antipsichiatria ormai tramontata in Italia, secondo cui i farmaci farebbero male a prescindere e la follia sarebbe un costrutto culturale. Niente di più dannoso per impostare un serio dibattito sulla salute mentale”.
Ma anche in Italia sta nascendo qualcosa. Da noi non si chiamano Mad pride ma non mancano gli appuntamenti in cui sono i malati a essere protagonisti. Una di queste nuove realtà è nata dal lavoro di Maria Grazia Bertelloni. Per curare il proprio disturbo bipolare si era rivolta a un gruppo di auto mutuo aiuto. Da lì è nata in breve tempo l’associazione Rete Toscana utenti salute mentale, che ogni anno riunisce anche altre associazioni da tutta l’Italia per un convegno con una formula inedita: i relatori sono le persone con disturbi mentali mentre gli psichiatri sono invitati ad ascoltare e imparare, ma senza diritto di parola.
Bertelloni non ha dubbi sull’utilità del protagonismo: “Chi meglio di noi puo spiegare la nostra malattia agli specialisti?”. Restano le perplessità sul coming out. “Il disturbo mentale non va nascosto, ma il problema è come dirlo” avverte Bertelloni. “L’opinione pubblica è cosi condizionabile che basta il titolo di un articolo per assimilare ogni schizofrenico a un potenziale violento criminale”.
All’ultimo incontro della rete nazionale seduto in platea ad ascoltare c’era anche lo psichiatra Marco D’Alema, già consigliere di Livia Turco per la Salute mentale durante lo scorso governo. “Purtroppo” ammette il fratello dell’ex ministro degli Esteri “in Italia lo stigma esiste. Ma il coming out è un approdo inevitabile, se vogliamo pensare all’integrazione sociale e avere la possibilità di fare interventi nei tempi giusti. Quello del Mad pride però mi sembra un urlo disperato” conclude D’Alema “meglio lavorare con meno chiasso, coinvolgendo le famiglie, le regioni, lo Stato, le aziende”.
Che gli specialisti italiani storcano il naso di fronte ai Mad pride non è un caso: “Siamo l’unico Paese al mondo che da trent’anni assiste la malattia mentale senza manicomi per effetto della legge 180″ ricorda Vito D’Anza, direttore del dipartimento di salute mentale dell’ospedale di Pistoia e uno dei pochi primari in Italia ad avere un reparto ‘aperto’. “Il nostro approccio è senz’altro più avanzato di quello americano, perché mette al centro del discorso la persona e non il tipo di malattia”.
Ma allora chi soffre di un disagio mentale deve dirlo o no? “All’inizio io parlavo molto della mia storia, dicevo che non dovevo vergognarmene” scrive Giusy sul forum del sito Bipolaristica. “Solo ora, a mie spese, do ragione al mio psichiatra quando mi dice che la gente ha paura di quello che non conosce e il malato mentale è un rebus terrificante”.
Per farsi un’idea basta andare in rete. I messaggi di italiani con disturbi mentali sono decine di migliaia: confessioni, richieste di aiuto, stralci di vita, dibattiti sull’opportunità di fare figli o meno, discorsi sul suicidio. Sono testi in cui non c’è mai una traccia di orgoglio. Spesso emerge la disperazione. Ma è sempre, prudentemente, anonima.

  • antonio.carnevale
  • Venerdì 23 Maggio 2008

Afterville: architetti e ufo sul futuro di Torino

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  • Tags: Afterville, architettura, Cinema, Fabio-Guaglione, Fabio-Resinaro, Fabrizio-Accatino, Massimo-Teghille, Michele-Bortolami, Studio-Undesign, Tommaso-Delmastro
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Frame tratto dal film [i]Afterville. The Movie[/i] di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, Italia, 2008.

LA GALLERY

Torino, 2008: una città stravolta in chiave visionaria. Non solo perché ospita il XXIII congresso mondiale degli architetti, che visionari lo sono per definizione. Ma anche perché, proprio nell’ambito del congresso, irrompe Afterville. The Movie: il cortometraggio fatto di architettura e fantascienza che racconta gli ultimi istanti di una Torino invasa dagli alieni.
“Più che fantascienza, è Science Fiction, genere poco praticato in italia”, precisano gli autori Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, che nel film si sono cimentati con l’idea di futuro, tema caro anche all’architettuta .
La storia di Afterville parte dal 2008. Giganteschi oggetti (Ufo? Rocce?) piovono dal cielo. Atterrano violentemente sulla città all’ombra della Mole. Si conficcano nel suolo fra le strade e i palazzi. E trasformano lo skyline, come fossero nuove architetture avveniristiche. I torinesi, che si aggirano attoniti tra gli ufo-rocce, scoprono che gli enormi intrusi non danno segni di vita, non si muovono, non emettono luci né suoni, non ospitano omini verdi con tre occhi. I mastodonti paiono innocue architetture salde nel terreno, immobili e inamovibili. Con piglio pratico, i torinesi decidono allora di metterle a reddito: ci costruiscono sopra un cinema multisala, una catena di fast food, dei musei. Ribattezzate “Le Rocce”, gli ufo architettonici diventano ameni luoghi di svago. Almeno, fino al grande colpo di scena: le Rocce - si scopre - emettono un segnale geomagnetico, che menti illuminate intuiscono essere un conto alla rovescia.

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, grafica, proposta per il film [i]Afterville. The Movie[/i], 2008.

La novità getta i torinesi dall’ansia. Il countdown è inarrestabile e nessuno ormai sa ignorarlo. “Cosa succederà dopo lo zero?”: la domanda s’insidia come un tarlo nella mente di ognuno. E il dubbio diventa lancinante nel 2058, quando mancano ormai poche ore allo scadere dello zero.
È su quegli ultimi momenti che il cortometraggio punta le telecamere. Spia le vite dei cittadini alle prese con la fine del countdown. E racconta le tante microstorie urbane che mettono in scena i tanti modi di porsi di fronte alla fine. Come immaginare ciò che verrà dopo lo zero? Che cosa fare prima dell’ultimo secondo?

Guarda il VIDEO con l’intervista agli autori
Afterville. The Movie

Il cortometraggio Afterville. The Movie, nella sua sintesi di fantascienza e design, è così il naturale proseguimento dell’intero progetto ideato e curato dallo Studio Undesign di Michele Bortolami e Tommaso Delmastro insieme a Fabrizio Accatino e Massimo Teghille. Sarà proiettato in prima assoluta mercoledì 16 aprile alle 21.00 al cinema Massimo di Torino. E a partire dal 12 giugno fino alla fine di luglio sarà anche nelle stazioni della metropolitana della città. Da lì partirà per le sale di Roma e Milano. Per poi fare tappa in una girandola di festival cinematografici, primo fra tutti quello di Venezia.

Voi come vivreste le ultime ore? Partecipate al FORUM

Qui il video con il backstage e le interviste agli autori (durata 20 min)

LA GALLERY

Manifesto di [i]Afterville. The Movie[/i], logo graphics art direction Undesign, progetto fotografico Carlotta Petracci,  2007.
La locandina del ciclo di eventi “Afterville. Tomorrow comes today”

  • antonio.carnevale
  • Lunedì 14 Aprile 2008

Lele Mora chiede udienza al Papa

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  • Tags: Benedetto-XVI, Lele-Mora, Papa, Ratzinger
  • 5 commenti

[i](Credits: Panorama)[/i]

Lele Mora spera di avere udienza dal Papa. L’agente dei vip, coinvolto nello scandalo di Vallettopoli - ma il procedimento è archiviato - ha deciso di confessare la sua passione per il Pontefice. E - come ha dichiarato all’Ansa - spera di essere ricevuto da Benedetto XVI per comunicargli tutta la sua ammirazione.

Non importa se Benedetto XVI, giovedì scorso, ha strigliato i media e lo star system accusandoli di “imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale”. E non importa nemmeno se Ratzinger se l’è presa esplicitamente con certa televisione che: “per favorire gli ascolti non esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza”. Il talent scout non vede nessuna contraddizione tra quelle parole e la propria attività. Anzi, vede il proprio mestiere come “una missione: quella di portare al successo le persone, facendo le cose nel miglior modo possibile, inseguendo il bene e non il male”. E già che c’è ne approfitta per togliersi pure un sassolino dalla scarpa: “I giornali mi dipingono come un lupo mannaro” dice “e invece sono l’opposto”.
L’ammirazione dell’agente dei vip per Benedetto XVI è sincera. E se il Pontefice non piace a tutti, basta dare tempo al tempo: “Anche Papa Wojtyla non era stato apprezzato immediatamente, c’è voluto tempo perché la gente capisse il suo valore” rievoca l’impresario. Ma attenzione a dare giudizi affrettati sull’accostamento Mora/Ratzinger. Servano da monito le parole che l’agente dei vip dispensa su Papanews.it, il quotidiano on line sul pontificato di Benedetto XVI: “Qualcuno ora si scandalizzerà e dirà: ‘Mora adesso vuole fare il religioso’. Ma so di essere sincero e ai moralisti di turno dico: non giudicate se non volete essere giudicati”. Come non credere alla sua conversione: non sembrano forse parole sante?

  • antonio.carnevale
  • Martedì 29 Gennaio 2008
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