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Cabbage, in anteprima le foto della mostra dedicata a David Stewart e Sandy Skoglund

David Stewart, June in February, 2008

David Stewart, June in February, 2008

“Capra e cavoli”, “cavoli a merenda”, “Una vita del cavolo”, “Cavolo!”: questo ortaggio è come il prezzemolo nella nostra vita e la infarcisce della sua presenza. Proprio sotto il segno del cavolo, anzi della sua variante inglese, Cabbage si aprirà la mostra dedicata a due artisti della fotografia, David Stewart e Sandy Skoglund: curatrice della rassegna è il critico Camilla Boemio, impegnata promotrice di allestimenti d’arte anche attraverso web.
La mostra “fisica” Cabbage aprirà presso gli antichi Forni a Macerata dal 16 gennaio fino al 3 febbraio; nel frattempo sul sito di Panorama on line mostriamo vedere in anteprima i cicli di fotografie sui surreali cavoli di Stewart e i paesagggi dove si verificano metamorfosi fra natura, (anche malata) e persone, di Sandy Skoglunnd.
Continua

Anteprima web: CITIES -Places visionaires, foto e video per esplorare le città

CITIES - Places visionaires, Michael Wolf

(Foto di Michael Wolf - “Transparent City” - Courtesy Atelier Elipsis - Istambul)

Una mostra di fotografie e video per capire come si trasformano le città e come cambiano coloro che le abitano. È CITIES -Places visionaires. Dal 28 settembre all’Auditorium Arte del Parco Della Musica di Roma. Da oggi in anteprima su Panorama.it.
Abbiamo incontrato la curatrice della rassegna, Camilla Boemio che ci spiega perché tra le architetture della metropoli diventiamo tutti “dei funamboli da terra”. Continua

Alessandro Mendini all’Ara Pacis

Mendini
Si entra nell’Ara Pacis di Roma accolti da sette imponenti coloratissime colonne in ceramica smaltata dalla collezione di 12 Colonne per Superego (2008) e lo spirito ironico sottile già pervade il visitatore. Poi si scende nella cripta, nello spazio espositivo del piano sottostante e qui il segno dissacrante e solare, divertito e funzionale del designer e architetto Alessandro Mendini (Milano 1931) si anima in cento oggetti e progetti di quasi mezzo secolo di storia del design italiano.
Lievità e intelligenza è quello che si prova guardando la multiforme produzione di Alessandro Mendini a cui è dedicata l’omonima rassegna che rimarrà aperta fino al 5 luglio (il catalogo è delle edizioni Corraini).
Dopo le precedenti mostre su Valentino, Prouvé e Munari, l’Ara Pacis si rivela uno spazio ideale per le mostre di design e moda, e un design come quello di Mendini coniuga l’innovazione, la radicale reinterpretazione, con il principio classico del miscere utile dulci, del mescolare l’utile al diletto, come i cavatappi per Alessi: il vecchio triste oggetto si veste da vezzosa fanciulla ed ha anche un nome: Anna G. che con i suoi boys, i cavatappi maschi, fra cui Alessandro M., proprio il suo alter-ego, tutti insieme formano un’orchestrina di “spirito”. Ed ecco poi gli swatch colorati , secondo quella tecnica del puntillismo con cui Mendini ha tratteggiato anche la famosa poltrona Proust , una poltrona “in fiore” la miglior rappresentazione delle fanciulle proustiane altrettanto in boccio.
E, ancora, vetri di Murano, le maniglie ricoperte da tessere di mosaico, una sezione di anelli e quella dei progetti, anzi del “progettare orizzonti” dalla Casa della Felicità sul lago d’Orta alla metropolitana di Napoli.
Fondamentale il Mendinigrafo: strumento con cui tracciare e moltiplicare gli stilemi ricorrenti del proprio pensiero, quando tutti gli altri architetti lavoravano ancora di squadra e riga.
La sezione “Progettare pensieri” è l’ espressione della grande libertà di Mendini, direttore di riviste prestigiose come Casabella e Domus, di progettare e pensare fuori da schemi avvinghianti o di facciata.
Anzi, in mostra si trovano alcune divertanti bacchettate allo strapotere dei designer secondo il principio castigat ridendo mores (castiga i costumi ridendo): ecco la parodia giacca da designer, tutta marchi e firme peggio di quelle tute straboradanti di etichette sposorizzate dei piloti della formula Uno. O ancor meglio il bicchiere imbevibile del 1979 in bronzo: la forma è quella di un disco volante con al centro un buco che “sembra” un bicchiere. Intorno infatti c’è il disco ed è impossibile bere, a meno che non si sia un cane. Oggetti così impossibili per ricordare che la finalità di un buon design è estetica e utilità. Sulla parete della mostra alcune riflessioni di Mendini: “Percepisco la modernità prima come minaccia, poi seduzione, i miei oggetti si pongono in essa come anticorpi, come anomalie, come fiori.” Garbato anti-Duchamp, Mendini non integra l’oggetto d’uso nel mondo dell’arte, ma questa nel mondo degli oggetti, per un “dacci oggi il nostro bello quotidiano” che è l’ironica sfida del “creativo” di professione a quella mercificazione che è il tormento e l’estasi d’ogni arte applicata, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Anteprima web: Mnemosyne, l’Atlante delle immagini

MNEMOCYNE - L'Atlante delle immagini

Guarda le IMMAGINI e i VIDEO in anteprima.

Only connect, solo connettere, il motto del romanzo Casa Howard di E.M.Forster diventa il procedimento che lega flussi di immagini video, fotografie e fotogrammi di un gruppo di artisti scelti dal critico d’arte Camilla Boemio per una rassegna pensata per esser presa in visione prima sull’ on line di Panorama.it e solo successivamente per approdare in una sede “fisica”, al Centro Arti Visive Pescheria e nella chiesa della Maddalena di Pesaro dal 13 giungo al 28 giugno.
Si può forse parlare dello spazio astratto del web quasi come del missing link ritrovato, dell’anello mancante per comprendere meglio la video arte, tecnica in cui si cimentano artisti come Matthew Swib, Nico Vascellari, Andrea Dojmi, Candice Breitzper, per citare alcuni autori scelti dalla Boemio.
In fondo sempre più si indaga su internet per vedere in anteprima i luoghi di un futuro viaggio, i musei o le città da visitare. Vedere prima strade, monumenti, paesaggi diventa con la rete la scelta per una migliore comprensione o l’assaporamento di un piacere futuro, un modo di fare un piccolo gioco di prestigio che anticipa il gusto del viaggio, della visita in carne ed ossa. Succede così anche per questa mostra. Un’anteprima sul Web per intensificare la visita a Pesaro.
Ma il motivo della scelta del web è dovuto anche al tema deciso da Camilla Boemio per la rassegna. “Creare un moderno Atlas of images, atlante di immagini-mondo che abbiano un potere energetico evocativo, siano magnete di nuovi legami fra ambiti artistici diversi, come sono state per Aby Warburg (1866- 1929) le sue tavole della memoria“, così afferma la curatrice. È proprio ripreso da un testo di Warburg, Mnemosyne, Atlas of images il titolo della rassegna ed è questo studioso, “ebreo di sangue, amburghese di cuore, d’anima fiorentino” come lui stesso si definiva, a creare una nuova modalità dell’ indagine artistica. Warburg osservava nelle opere artistiche, attraverso una tecnica che si potrebbe definire di fermo-immagine, la posa di un braccio, la capigliatura, lo sguardo, l’espressione dell’intera gamma delle emozioni, (l’aggressione, la difesa, il sacrificio, il lutto, la malinconia, l’estasi, il trionfo) e dimostrava attraverso questa tecnica definita iconologica come, dalle opere classiche a quelle rinascimentali e contemporanee, si irradiasse la ripresa quasi canonica sempre delle stesse formule. Warburg creava così un albero genealogico delle costanti nella memoria occidentale.
“L’ Atlante è un testo ricco di fascinazione , avvolto nel mistero, mai terminato”, prosegue Camilla Boemio.  “A Londra studiai le famigerate tavole di Aby Warburg. Mi sono chiesta come potrebbero essere ripartite le immagini contemporanee paragonate alle immagini della storia dell’ Arte e al Rinascimento studiate da Warburg”.
Nei pannelli dell’Atlante Warburg inseriva pezzi di giornali, monete, bozzetti. “Ho scelto le immagini accompagnate da alcune fotografie” riprende Boemio. “Ho dato la preferenza ai lavori maggiormente pregnanti: video e alcune fotografie degli ultimi anni, che ritengo profondamente legati ad un’ idea reinterpretata dell’ archivio di Warburg.” Ad esempio l’ artista olandese Guido Van Der Werve realizza dei film che Caspar David Friedrich, artista del romanticismo tedesco, potrebbe avere sognato se avesse avuto del senso di umorismo e l’accesso ad una macchina fotografica, o il film inedito, realizzato per la mostra da Klaus Thymann, gioca su immagini-astrazioni di personaggi coinvolti nella storia mitologica della nascita delle nove muse.
In mostra anche il video Soliloquy Trilogy di Candice Breitz, artista internazionale tra le più interessanti della sua generazione. “Profondamente colpita dalla società dello spettacolo”, afferma il critico, “l’artista sudafricana che lavora e vive a Berlino analizza con minuzia i meccanismi che rendono l’ immagine rilevante dal punto di vista iconologico.”
In video dell’artista si ripetono istantaneamente e insistentemente alcuni fotogrammi da film famosi: Clint Eastwood nell’Ispettore Callaghan , Jack Nicholson nelle Streghe di Eastwick e la famosa “accavallatura” di gambe di Sharon Stone in Basic Instinct.
Chissà se il volto attonito, quasi inespressivo di Eastwood (il regista Sergio Leone affermava che l’attore aveva solo due espressioni, “Con il cappello o senza”) oppure l’accavallatura di gambe di Sharon Stone creeranno tracce di persistenza nel segno di Mnemosyne, per una nuova stravagante mnemotecnica del Bello da regalare alle civiltà future.

Guarda le IMMAGINI e i VIDEO in anteprima.

Basilico, Fontana, Ghirri, Jodice, Vaccari: la grande fotografia a Modena

Gabriele Basilico - Genova, 1985

LA GALLERY

Uno: questo il titolo in verde acido sulle pareti della mostra aperta a Modena, negli spazi dell’ex ospedale Sant’Agostino. Uno come l’inizio di una conta, come il primo capitolo di una storia, o come la pietra iniziale di una costruzione, perché dopo questa rassegna sulla fotografia italiana il curatore Filippo Maggia prevede altri capitoli, per costruire una raccolta, una vera e propria biblioteca fotografica contemporanea di artisti internazionali.
La mostra Uno che rimarrà aperta fino al 24 maggio (catalogo Skira), prende avvio dal genius loci locale, perché proprio qui nella città della Ferrari e del rock padano (dalle Equipe 84 a Vasco Rossi) in quel paesaggio che va dalla “Via Emilia al West”, come canta Guccini, anche la fotografia ha avuto ed ha grandi maestri. Da Franco Fontana a Franco Vaccari, a Luigi Ghirri (reggiano, ma che ha mosso i primi passi nella fotografia a Modena), tutti e tre sono rappresentati in mostra insieme, con un numero consistente di immagini che hanno fatto scuola, e accanto a loro, altri due grandi fotografi, Mimmo Jodice, partenopeo e Gabriele Basilico nato a Milano.
Il progetto della mostra è individuare lo spostamento d’uso dell’immagine fotografica dagli anni Settanta agli Ottanta: esemplare per seguire questo mutamento il percorso di Mimmo Jodice. Nell’Italia degli anni 70, Jodice usa la camera fotografica come registrazione dell’ “anima della sua città, Napoli”, fra poesia e degrado. Le sue immagini non sono mai un reportage, neppure gli scatti dei malati di colera e del deterioramento urbano, della malattia mentale o industriale. Jodice cerca il senso ultimo e sospeso della morte. È questa metafisica dello stupore nero che lo porta alla svolta dagli anni Ottanta, con le rappresentazioni delle statue greco romane segnate in modo permanente dalle stimmate del tempo: corrosioni, rotture, rovine. Gli scatti diventano sia un’esortazione a non dimenticare, sia l’avvertimento della vicina dissipazione del genere umano, cioè della scomparsa della nostra identità, se privi di memoria.
Dagli scavi vesuviani di Jodice al “narratore delle pianure” Luigi Ghirri, vero innovatore dello scatto fotografico, morto prematuramente nel 92. Il suo incontro e l’interscambio culturale con Franco Guerzoni e Franco Vaccari porta questo geometra alla mappa lenticolare della quotidianità minuta negli anni 70: ne esce un humus concettuale che dà nuovo valore al semplice esserci del banale quotidiano, poi negli anni 80 nasce Il profilo delle nuvole e successivamente la serie di immagini di Versailles. Il modo di pensare la fotografia cambia: l’obiettivo dello scatto di Ghirri diventa il paesaggio e in queste fotografie apparentemente il talento sembra non esserci, perché si rivela in un dettaglio, una luce, una prospettiva, un alito dal peso minimo, i 27 grammi di anima. Franco Fontana abbaglia con i suoi cromatismi, crea paesaggi e immagini urbane (splendide quelle americane) dalle intensità terse e rigorosissime e dalla precisissima partizione, dimostrando come, nel paesaggio naturale e urbano, si possa ritrovare un’astrazione geometrica alla Mondrian.
Il più rigorosamente teorico del gruppo è Franco Vaccari. Nel video che scorre in mostra Vaccari precisa come sia nato il progetto del suo Bar Code-Code Bar presentato alla Biennale del 1993. La riflessione è sull’espropriazione da qualsiasi elemento di senso propria del codice a barre, estraneo a qualsiasi valore immaginativo. Di qui l’dea di costruire il Bar Code, cioè dare un’anima, uno spazio fisico a chi non ce l’ha, ridare sangue ad una larva della modernità. Per ristorarsi al termine della mostra, si entri pure nel Code Bar ricostruito qui. Fra luci ovattate e una falsa luna, lo spettatore seduto a tavolino “entra” definitivamente nell’opera, annullando ogni distanza fra l’illusione della realtà e la realtà dell’illusione artistica.

LA GALLERY

IL VIDEO

Beato Angelico, l’alba del Rinascimento in mostra a Roma

Beato Angelico - L'alba del Rinascimento
LA GALLERY

Un lungo tunnel azzurro intenso, di quella tonalità definita blu Madonna: in questo spazio avvolgente sono allineati i quadri d’oro del Beato Angelico (1395-1455). Sono proprio i colori dell’oro e del blu ad accogliere il visitatore della mostra Beato Angelico, L’alba del Rinascimento al terzo piano dei Musei Capitolini di Roma, dopo una salita su affacci di reperti romani, in una sorta di elevazione al cielo. Una rassegna che insieme a quella di Giotto, sempre a Roma, e quella di Raffaello a Urbino, celebra i vertici del Prerinascimento e Rinascimento italiano.
Per vedere il Beato Angelico, c’è tempo fino al 5 luglio. Occorre partire dal valore mistico della luce dell’oro per capire i quadri del Beato Angelico, che in questo allestimento si possono esaminare molto da vicino, avvolti nell’ombra che esalta il chiarore: si vedono arabeschi e intrecci in quella luce aurata. Dalla Madonna dei Cedri del 1423, a quella dell’Umiltà del 1434, alla fiammata di bagliori emanata dal Paradiso (1434-35) o dall’Annunciazione (1432), l’oro del fondo sbalza nell’oro intarsiato come un merletto d’oreficeria delle aureole, delle ali angeliche, nei raggi rigati e accecanti della potenza di Dio, nei riccioli biondi di miele degli angeli. Si racconta che fra’ Giovanni da Fiesole (noto come Beato Angelico) non prendesse in mano un pennello prima di aver pregato. Questo suo esser penetrato da dio nelle orazioni gli donava una luce che dava sostanza alla sua capacità ‘divina’ di tratteggiare il volto dei santi e della trinità, di qui l’appellativo di Angelicus Pictor.
In mostra si può percorrere l’evoluzione artistica del pittore fiorentino: “Dopo la grande antologica ospitata agli Uffizi nel 1955, abbiamo voluto ricostruire la complessa personalità di Beato Angelico, abile nell’intendere la lezione di Masaccio ma già pronto ad anticipare l´arte di Piero della Francesca”, dichiarano i curatori della rassegna Alessandro Zuccari, Giovanni Morello e Gerardo de Simone. Nelle prime opere in mostra, come la Tebaide, ancora forte è l’influenza gotica e il decor bizantino, e si può presagire un’impronta di Van Eyck, l’artista fiammingo attivo nel XIV secolo, sul volto del Cristo coronato di spine (1448-50) dove è impressionante come in tutta quella luce d’oro abbrunito sia il particolare dell’occhio arrossato e gonfio del Cristo a restituire una attonita sofferenza. Nelle opere della maturità prevale, nella trascendenza spirituale dei temi trattati, la modernità della prospettiva, la lezione di Piero della Francesca.
E Beato Angelico, oltre che Maestro della bellezza ideale, della contemplazione di Dio, diventa il virtuoso di narrazioni incisive, mediatore fra natura e divinità come nelle Storie di San Nicola di Bari e lì dentro si muove tutto un mondo fino agli esseri più piccoli: scorpioni e altri animaletti.
In mostra sono presenti opere mai esposte in passato, dal Trittico della Galleria Corsini di Roma alla predella della Pala di Bosco ai Frati, restaurate e rese ben leggibili per l’occasione. Altre, ad esempio l’Annunciazione di Dresda riassemblata nel XVI secolo, sono visibili per la prima volta. Ancora una rarità: i due sportelli dell’Armadio degli argenti, scanditi come uno straordinario repertorio a fumetti di racconti della bibbia pauperum. Nell’ultima sala alcuni rari disegni, incisioni, un gran libro da messale con le lettere capitali miniate: il mondo del Beato Angelico è tutto racchiuso nella sfera, raccolta e sfolgorante, del sacro.

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Chagall, Kandinskij, Malevich: l’avanguardia russa in mostra a Como

Kazimir Malevich - Suprematismo, 1915
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“Noi siamo la supremazia del nuovo”, scrive Malevich nel 1920, sostenendo che l’artista moderno deve guardare a un’opera finalmente liberata da finalità figurative, a un’arte scavata fino alle sue radici essenziali, al supremo ritrovamento del solo e puro colore. Nasce con Malevich il suprematismo russo, l’astrazione radicale che lo porta a dipingere Quadro bianco su fondo bianco, a conclusione del percorso pittorico dei ‘bianchi e neri’, ‘bianchi e colori’ e sono proprio Quattro quadrati, scanditi in bianco e nero, e Quadrato rosso (1915), intitolato anche Realismo pittorico di una contadina a due dimensioni, a campeggiare nella mostra Chagall, Kandinskij, Malevich - Maestri dell’avanguardia russa a Como, fino al 26 luglio, nella sede della splendida Villa Olmo affacciata sul lago.
Sono 80 le opere provenienti dal museo di San Pietroburgo, in questa mostra curata da Sergio Gaddi ed Evgenia Petrova, (catalogo Silvana editoriale, www.grandimostrecomo.it) per indagare fino agli anni Trenta l’attività di questi tre grandi artisti russi, che sviluppano in modi diversissimi una rivoluzione in pittura. Il termine ‘avanguardia’ è il fil rouge della mostra ed è un vocabolo militare che rimanda in campo artistico all’annientamento dell’esistente, del passato anacronistico. L’azione di distruzione/costruzione deve essere totale e coinvolgere l’intero contesto culturale, sociale e politico, come avveniva negli stessi anni col futurismo in Italia, aperto a 360 gradi, fino a postulare la “guerra, sola igiene del mondo”.
Quello che accade in Russia, in un capitolo della sua storia nello stesso tempo rivoluzionaria e tragica, è la deflagrazione dell’arte in una libertà creativa unica. La mostra di Como può esser letta quindi come un correlativo oggettivo di quello che avviene a Milano nei festeggiamenti del centenario futurista e sicuramente Malevich, che nel 1913 proclama in un manifesto il cubofuturismo russo, è quello più vicino alle pattuglie avanzate di questa trasformazione radicale, ma poi con i richiami all’ordine verso il figurativo voluto da Stalin, ecco che nei suoi quadri appaiono matrioske-contadini, in spirito nazional-socialista come quella Testa di contadino (1928-29) simbolo della mostra.
Altro è l’incanto di Chagall, del suo spirito libero, aereo. Basta guardare lo spettacolare L’ebreo russo, Lo specchio, Gli amanti in blu, La bottega del barbiere dai colori argentini, dalla forza cromatica propulsiva del fauve, per capire che niente è più agli antipodi dal suprematismo di questa pittura dove freschezza e felicità dell’infanzia si abbracciano.
Anche con Kandinskij si approda ad una nuova rivoluzione, verso lo Spirituale nell’arte secondo il titolo di una sua opera. Le opere degli anni Dieci sono ancora immerse nell’amore per l’arte popolare, russa, poi tedesca o per soggetti mitologici (gli oli su vetro delle Amazzoni in mostra incantano); successivamente l’artista lavora sul senso dei colori, sradica dai quadri ogni riferimento spaziale, usa La linea e il punto (altro titolo di un suo testo) nello stesso tempo elementi di confine e colori autonomi, come nei Due ovali 1919, o nella Figura femminile 1915, e Paesaggio 1915; si approda all’astrazione, dove il colore accende accordi musicali.
Alla conclusione nel percorso della mostra di Como c’è una chicca, i lavori di un artista poco noto: Pavel Filonov, ostracizzato dal regime russo, creatore dell’arte analitica, alla quale resterà fedele lungo tutta la sua vita di stenti e censure. Le due teste (1925) o Animali (1930) chiariscono cosa intenda Filonov per analisi: il bisogno di “disegnare tenacemente e con precisione ogni atomo” della realtà. Tutto lo spazio della tela è coperto di particelle, fili colorati, così strettamente intrecciati da non lasciar sussistere il minimo spazio: l’horror vacui, anche l’orrore della dittatura degli anni Trenta in Russia per un attimo vengono messi a tacere dall’arte.

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Cy Twombly, a Roma fino al 24 maggio

A Roma la prima retrospettiva di Cy Twombly
Terra di elezione di Cy Twombly (Lexington, 1928) è l’Italia dal 1957. “Sono un pittore mediterraneo” dice di sé l’artista americano, ai suoi esordi pittorici compagno di strada di Robert Rauschenberg con cui compie negli anni Cinquanta un viaggio fatale in Italia, voluto proprio dagli dei, e nel Bel Paese l’artista si ferma innamorato della sua luce bianca e del mito classico: “Per me il passato è la sorgente”, afferma Twombly: nella sua pittura e scultura si conciliano la bellezza dell’antico e l’espressionismo astratto americano. La frenesia del Dio Pan, Apollo bello come il sole, Bacco ebbro di vino, Ero e Leandro i teneri amanti divisi dalle pericolose acque del Bosforo emergono nei teleri di Twombly in tenui segni, graffi, scarabocchi che si mutano in parole scritte quasi fossero un sussurro, tutto impastato in gocciolature che si dissipano in evanescenza e vengono immerse nel bianco; del color del latte sono coperte anche le sculture e su queste ci si affaccia entrando nella prima sala della mostra dedicata alla retrospettiva di Cy Twombly a Roma, presso la Galleria d’Arte Moderna, (Gnam) aperta fino al 24 maggio.

La rassegna, curata da Nicholas Serota e organizzata in collaborazione con la Tate Modern di Londra e il Guggenheim di Bilbao, (sedi dove la mostra di Twombly è stata esposta nei mesi precedenti ) è articolata in dieci sezioni e procede a ritroso; un filo che si riavvolge dalle opere più tarde verso le prime produzioni di Twombly. (Il catalogo è pubblicato da Electa, per informazioni ). Le sculture della prima sezione si trovano in spazi ariosissimi, liberi, e una sola, in tanto bianco, è bicroma The Turkish Delight, sanguigna e verde; le altre, nate da materiali poveri e di scarto assemblati e tinti di bianco, è come se emergessero con la patina dell’antico, quasi fragili reperti archeologici.
“Cy è il talento bianco…”aveva affermato il poeta Emilio Villa nella sua rivista Appia Antica negli anni Sessanta. Alcune tele sempre raccolte in questa sezione iniziale sono dedicate al Dio dell’ebbrezza e della irrazionalità, Bacchus. Sulla tela bianca sono tracciati segni rossi che si ingarbugliano sempre più in una confusa matassa, color del vino e del sangue: spruzzate di mito immerse nella realtà, quelle della guerra americana contro l’Iraq, il momento storico in cui le tele sono state elaborate. Le quattro stagioni riprese da Twombly negli anni Novanta rappresentano cromaticamente i movimenti stagionali; le tele disposte ad angolo scandiscono in variazioni cromatiche uno spartito vivaldiano in puri colori emotivi. Al secondo piano del Museo si trovano le Tavole Nere di Treatise on the Veil (1970), l’opera più estesa in mostra, giganteschi pezzi di un’ enorme pellicola cinematografica sulla quale sono appena accennati alcuni segni grafici. Grumi di colori, schiacciati direttamente dal tubetto e tratti segnici si mescolano nelle opere dei primi anni italiani, come The Italians (1961), School of Athens (1961) e The Second Voyage to Italy (1962). Nel ‘58 viene aperta la Prima mostra di Twombly, presentato da Palma Bucarelli, il carismatico sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte moderna, alla Tartaruga di Plinio De Martiis: è in questa galleria che approdano dagli Usa Leo Castelli e Ileana Sonnabend alla ricerca di talenti. Nel ‘71 per la morte di Ninì Pirandello, moglie di De Martiis, Twombly compone un nuovo ciclo, ritorna prepotente il grafismo, quasi una scrittura, ma incomprensibile e illeggibile. “Questa maldestrezza della scrittura (peraltro inimitabile: provate a imitarla) ha in Twombly una funzione plastica” afferma Roland Barthes, è l’invenzione di una lingua d’arte, somiglia forse a quella lingua delle “Gitane che non c’è più”, come raccontava Pascoli, o di quella che scorre “nel vento e nell’acqua rapida”, per riprendere l’immagine di un poeta molto amato da Twombly: Catullo.

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L’artista viaggiatore da Gauguin a Klee, da Matisse a Ontani

L'artista viaggiatore. Da Gauguin a Klee, da Matisse a Ontani

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“La felicità ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo”: le parole sono di José Saramago, e ci possono fare da guida in questa mostra a Ravenna dedicata all’Artista viaggiatore da Gaugin a Klee, da Matisse a Ontani ( Mar Ravenna - Fino al 21 giugno).
All’ingresso della rassegna sfilano modelli di galeoni, globi terrestri e celesti settecenteschi, il viaggiatore mitico per eccellenza, Ulisse, in un olio di De Chirico  la Boite en valise di Marcel Duchamp, per sottolineare che non si viaggia senza valigie e un artista porta con sé, come bagaglio a mano, il proprio museo tascabile, nella Boite ecco che emergono le riproduzioni miniaturizzate dei lavori duchampiani.
Questo è il filo d’Arianna della rassegna curata da Claudio Spadoni e Tulliola Sparagni (il catalogo è di Silvana Editoriale). La rassegna è articolata in quattro sezioni, in cui si sviluppa un periplo fra quattro continenti : Asia, Africa, Americhe e Oceania, e ci fa comprendere quanto questi artisti-viaggiatori si siano allontanati nella creazione pittorica dagli “antichi parapetti dei Europa” secondo le parole di Arthur Rimbaud nel suo Battello ebbro. Sono l’ebbrezza luminosa e i bagni cromatici dai toni intensissimi eppure caldi e violetti a rinnovare la pittura ottocentesca insieme al fascino indiscreto dell’ erotismo innocente delle popolazioni primitive: nasce il fenomeno dell’esotismo, dell’orientalismo; subito il pensiero corre alla Tahiti di Paul Gauguin, di cui varie sono le opere in mostra dalla Donna tahitiana (1898) alle xilografie Te Faruru (Qui si fa l’amore) e Noa Noa (1893-94) dove, nel mito d’una terra libera, l’esotismo si fa strada nelle larghe e ambrate carni pacificate delle donne di Papeete creando un sogno succoso e sgargiante. Questi luoghi si travestono subito di magie e da spazi fisici scivolano in spazi magici di speziate evasioni.
Nella prima sezione della mostra, quella africana, i quadri di Ippolito Caffi, Egitto. Riposo di una carovana, Egitto. Boolak al Cairo, Il Cairo. Palazzo del Pascià, tutti del 1844, creano il fascino della terra dei Faraoni, dai colori accecanti e dagli ori di sabbie spostate dal Simun. Anche Stefano Ussi e Roberto Guastalla sono i pellegrini pittorici di questi climi e paesaggi africani dove i tratti epici delle figure e dei luoghi superano il racconto realistico. Galileo Chini, agli inizi del Novecento chiamato in Siam dal Re Rama V, crea alla sua corte uno stile sospeso fra art nouveau e simbolismo. Poi avviene un mutamento: quando Matisse si tuffa nelle lagune polinesiane galleggiando sulla superficie fra le “bande di pesci blu, gialli, zebrati di nero”, ne nascono estasiate stilizzazioni di azzurri e verdi.I tratti spigolosi delle facce negre di Nolde non concedono nulla all’orientalismo, come la rarefazione dei disegni africani di Paul Klee o i deserti algerini di Dubuffet degli anni ‘50. Non mancano i viaggi degli anni Settanta di Schifano e quelli di Alighiero Boetti e infine l’Oriente onirico di Luigi Ontani , dove idoli dalle lacche sgargianti richiamano in una moderna sgrammaticata maccheronea disneyana i sogni di esplorazione dell’infanzia, e questa paccottiglia colorata analoga agli specchietti e perline che Cristoforo Colombo dava agli Indios , ci inganna di un surplus di fascino, ridà senso alle atmosfere lontane.

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L’antico mondo dei samurai in mostra a Milano

L'esposizione a Palazzo Reale

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L’eleganza come bellezza dell’animo. Non è uno spot degli stilisti contemporanei, o dei dandy ottocenteschi, ma una delle regole fondamentali dell’Hagakure, il codice segreto dei samurai dettato da Yamamoto Tsunetomo ad un suo allievo agli inizi del Settecento. La morte non doveva sorprendere un samurai dimesso, ma nello splendore della sua bellezza; né i nemici dovevano deriderlo, ma sorprendersi della icastica eleganza o meravigliarsi della maschera che copriva il volto e del kabutu, l’elmo decorato con ornamenti, dai più elaborati con figure animalesche, orsi, draghi, aragoste e tritoni e anche a testa di mucca (uno dei più rari è in mostra), a quelli più semplici, fatti di placche di metallo scintillante, con nappe e corde, lacche e inchiostri, magari adornati con lunghe orecchie di pipistrello.
Questo mondo di perfezione, di riti bellici che si trasformano subito in riti estetici si è aperto a Milano a Palazzo Reale con la mostra Samurai. La loro calata sarà visibile fino al 2 giugno e il sito della rassegna può far apprezzare anche ai più maniaci armature e kabuto in tutte le angolazioni.
La rassegna, curata da Giuseppe Piva e dalla Fondazione Mazzotta, editrice anche del catalogo, è quasi un unicum in questa sua maniacale esplorazione della armature da guerra dei samurai, la maggior parte provenienti dalla collezione Koelliker, con alcune integrazioni delle Raccolte d’Arte Orientali del Castello Sforzesco.
In mostra le armature sono esposte secondo la successione temporale di creazione dal periodo Muromachi (1333-1573) e soprattutto Edo (1603-1867), l’antico nome della città di Tokyo, fino al periodo Meiji (1868-1912): circa novanta pezzi tra armature complete, elmi, lame e katane. Dentro le stanze dell’appartamento Reale si respira il mito del Samurai, e non solo quello hollywoodiano alla Tom Cruise (L’ultimo Samurai), ma quello epico dei 7 Samurai di Akira Kurosawa.
La mostra non è fatta solo di armi ma anche di narrazioni, come quella di Mihamoto Musashi (1584-1645), l’autore del libro dei Cinque Anelli, riprodotta sui cartelloni di una delle sale. Il maestro, ritiratosi dopo una lunga vita di combattimenti, siede in una locanda dove viene sorpreso da tre prepotenti. I finti samurai vogliono impadronirsi delle sue due lame appoggiate dietro di lui alla parete. Dileggiano l’antico maestro, che non risponde mai, neanche alle provocazioni più sfrontate e brutali, continuando a mangiare la sua ciotola di riso, quando con un gesto fulmineo infilza con una delle bacchette tre mosche avventuratesi vicino a lui. I tre malfattori capiscono dalla rapidità, dalla perfezione silente del gesto di fronte a chi si trovino e battono in rapida fuga. L’atmosfera zen che si respira nelle sale si rompe in quella finale, dove sono stati ricostruiti in macro i robot dei cartoni animati giapponesi da Mazinga a Godrake a Gudnam: malinconico epicedio per i veri samurai, sconfitti e sottomessi dall’inesorabile legge del manga.

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Cinema, di SImona Santoni
Musica, di Gianni Poglio
Televisione, di Marida Caterina
Sport? Quale sport? di Emanuele Rossi

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