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“La felicità ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo”: le parole sono di José Saramago, e ci possono fare da guida in questa mostra a Ravenna dedicata all’Artista viaggiatore da Gaugin a Klee, da Matisse a Ontani ( Mar Ravenna - Fino al 21 giugno).
All’ingresso della rassegna sfilano modelli di galeoni, globi terrestri e celesti settecenteschi, il viaggiatore mitico per eccellenza, Ulisse, in un olio di De Chirico la Boite en valise di Marcel Duchamp, per sottolineare che non si viaggia senza valigie e un artista porta con sé, come bagaglio a mano, il proprio museo tascabile, nella Boite ecco che emergono le riproduzioni miniaturizzate dei lavori duchampiani.
Questo è il filo d’Arianna della rassegna curata da Claudio Spadoni e Tulliola Sparagni (il catalogo è di Silvana Editoriale). La rassegna è articolata in quattro sezioni, in cui si sviluppa un periplo fra quattro continenti : Asia, Africa, Americhe e Oceania, e ci fa comprendere quanto questi artisti-viaggiatori si siano allontanati nella creazione pittorica dagli “antichi parapetti dei Europa” secondo le parole di Arthur Rimbaud nel suo Battello ebbro. Sono l’ebbrezza luminosa e i bagni cromatici dai toni intensissimi eppure caldi e violetti a rinnovare la pittura ottocentesca insieme al fascino indiscreto dell’ erotismo innocente delle popolazioni primitive: nasce il fenomeno dell’esotismo, dell’orientalismo; subito il pensiero corre alla Tahiti di Paul Gauguin, di cui varie sono le opere in mostra dalla Donna tahitiana (1898) alle xilografie Te Faruru (Qui si fa l’amore) e Noa Noa (1893-94) dove, nel mito d’una terra libera, l’esotismo si fa strada nelle larghe e ambrate carni pacificate delle donne di Papeete creando un sogno succoso e sgargiante. Questi luoghi si travestono subito di magie e da spazi fisici scivolano in spazi magici di speziate evasioni.
Nella prima sezione della mostra, quella africana, i quadri di Ippolito Caffi, Egitto. Riposo di una carovana, Egitto. Boolak al Cairo, Il Cairo. Palazzo del Pascià, tutti del 1844, creano il fascino della terra dei Faraoni, dai colori accecanti e dagli ori di sabbie spostate dal Simun. Anche Stefano Ussi e Roberto Guastalla sono i pellegrini pittorici di questi climi e paesaggi africani dove i tratti epici delle figure e dei luoghi superano il racconto realistico. Galileo Chini, agli inizi del Novecento chiamato in Siam dal Re Rama V, crea alla sua corte uno stile sospeso fra art nouveau e simbolismo. Poi avviene un mutamento: quando Matisse si tuffa nelle lagune polinesiane galleggiando sulla superficie fra le “bande di pesci blu, gialli, zebrati di nero”, ne nascono estasiate stilizzazioni di azzurri e verdi.I tratti spigolosi delle facce negre di Nolde non concedono nulla all’orientalismo, come la rarefazione dei disegni africani di Paul Klee o i deserti algerini di Dubuffet degli anni ‘50. Non mancano i viaggi degli anni Settanta di Schifano e quelli di Alighiero Boetti e infine l’Oriente onirico di Luigi Ontani , dove idoli dalle lacche sgargianti richiamano in una moderna sgrammaticata maccheronea disneyana i sogni di esplorazione dell’infanzia, e questa paccottiglia colorata analoga agli specchietti e perline che Cristoforo Colombo dava agli Indios , ci inganna di un surplus di fascino, ridà senso alle atmosfere lontane.
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L’eleganza come bellezza dell’animo. Non è uno spot degli stilisti contemporanei, o dei dandy ottocenteschi, ma una delle regole fondamentali dell’Hagakure, il codice segreto dei samurai dettato da Yamamoto Tsunetomo ad un suo allievo agli inizi del Settecento. La morte non doveva sorprendere un samurai dimesso, ma nello splendore della sua bellezza; né i nemici dovevano deriderlo, ma sorprendersi della icastica eleganza o meravigliarsi della maschera che copriva il volto e del kabutu, l’elmo decorato con ornamenti, dai più elaborati con figure animalesche, orsi, draghi, aragoste e tritoni e anche a testa di mucca (uno dei più rari è in mostra), a quelli più semplici, fatti di placche di metallo scintillante, con nappe e corde, lacche e inchiostri, magari adornati con lunghe orecchie di pipistrello.
Questo mondo di perfezione, di riti bellici che si trasformano subito in riti estetici si è aperto a Milano a Palazzo Reale con la mostra Samurai. La loro calata sarà visibile fino al 2 giugno e il sito della rassegna può far apprezzare anche ai più maniaci armature e kabuto in tutte le angolazioni.
La rassegna, curata da Giuseppe Piva e dalla Fondazione Mazzotta, editrice anche del catalogo, è quasi un unicum in questa sua maniacale esplorazione della armature da guerra dei samurai, la maggior parte provenienti dalla collezione Koelliker, con alcune integrazioni delle Raccolte d’Arte Orientali del Castello Sforzesco.
In mostra le armature sono esposte secondo la successione temporale di creazione dal periodo Muromachi (1333-1573) e soprattutto Edo (1603-1867), l’antico nome della città di Tokyo, fino al periodo Meiji (1868-1912): circa novanta pezzi tra armature complete, elmi, lame e katane. Dentro le stanze dell’appartamento Reale si respira il mito del Samurai, e non solo quello hollywoodiano alla Tom Cruise (L’ultimo Samurai), ma quello epico dei 7 Samurai di Akira Kurosawa.
La mostra non è fatta solo di armi ma anche di narrazioni, come quella di Mihamoto Musashi (1584-1645), l’autore del libro dei Cinque Anelli, riprodotta sui cartelloni di una delle sale. Il maestro, ritiratosi dopo una lunga vita di combattimenti, siede in una locanda dove viene sorpreso da tre prepotenti. I finti samurai vogliono impadronirsi delle sue due lame appoggiate dietro di lui alla parete. Dileggiano l’antico maestro, che non risponde mai, neanche alle provocazioni più sfrontate e brutali, continuando a mangiare la sua ciotola di riso, quando con un gesto fulmineo infilza con una delle bacchette tre mosche avventuratesi vicino a lui. I tre malfattori capiscono dalla rapidità, dalla perfezione silente del gesto di fronte a chi si trovino e battono in rapida fuga. L’atmosfera zen che si respira nelle sale si rompe in quella finale, dove sono stati ricostruiti in macro i robot dei cartoni animati giapponesi da Mazinga a Godrake a Gudnam: malinconico epicedio per i veri samurai, sconfitti e sottomessi dall’inesorabile legge del manga.
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Nella foto: Mark Dion, Concerning Hunting, Hunting Blind-The Librarian, 2008 (Credits: Adolf Bereuter, courtesy the artist and Georg Kargl Fine Arts Vienna)
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Come bisogna vedere una mostra che parla del piacere estetico della caccia? L’approccio drammaticamente si divide subito fra chi è visceralmente contrario alla caccia e chi invece la ama. Ma fosse così semplice! Ecco una mostra come Concerning Hunting, alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Modena, che mette in crisi posizioni apodittiche.
La rassegna rimarrà aperta fino al 26 aprile, ed è curata da Dieter Buchhart e Verena Gamper, catalogo edito da Hatje Cantz, con un saggio introduttivo di Angela Vettese, in cui le pagine sono elegantemente contornate da frasche. Nel vasto salone della Galleria sono costruite quattro torrette di avvistamento, quelle utilizzate dai cacciatori per osservare e attendere la preda. A questi gabbiotti-palafitta, che sono simboli di una ricostruita edenica primitività, fatta generalmente per singoli Adami (nel rifugio torretta infatti si installa quasi sempre solo una persona o sono ammessi pochi amici scelti), si accede alcune volte con scale irte.
Lo spazio interno delle quattro installazioni modenesi rivela il mondo minimo, concentrato di quattro maniacalità in cui si rispecchiano altrettante tipologie dei “grandi predatori”. Ecco ad esempio il cacciatore-dandy: il suo spazio è fatto di comfort, vecchi brandy da sorseggiare nell’attesa del giusto colpo. Non mancano vasellame e vassoi d’argento, trofei di corna e un trionfale corno da caccia, uno specchio riflette il tutto per ulteriore, snobistico piacere. C’è poi il cacciatore-bibliotecario, con una scelta precisa di libri sul mondo della natura e delle bestie, il fucile è lì a portata di mano, lustrato e oliato, vicino all’immancabile pipa; il cacciatore bibliotecario assapora cultura e tabacco, per un piacere lento più contraddittoriamente consapevole della morte che va a infliggere. Il capanno del cacciatore-ingordo è vasto; la caccia è cibo, non quello della sopravvivenza, ma quello del piacere conviviale fra salamotti, prosciutti impepati appesi, tutti prodotti sostitutivi di un ideale mattatoio, scannatoio e trattamento ben riuscito delle carni di animali cacciati; il tutto annaffiato generosamente da riserva reale di vini su tavola imbandita con un servizio di piatti in tema. Tocca infine all’habitat del cacciatore-sciatto, dove il manifesto della playmate, la coniglietta, trionfa. Con un gioco di parole si potrebbe dire la play- meat, carne di coniglietta su cui fare il tiro assegno e guarda caso nel gabbiotto non manca il quadrante con le freccette, perché questo è un cacciatore sempre in tiro.
L’allestimento continua sulle pareti dove si presenta la vasta scelta fotografica di trofei di caccia, fra arie stolide o di superiorità sull’orso o sull’antilope o sul leone, sguardi con quel tanto di fanfaronesco che accompagna sempre il cacciatore come il pescatore o il cacciatore di uomini. Fa parte dell’allestimento una quinta torretta in frantumi, crollata a terra come una malinconica rovina, quasi a indicare che la caccia è finita. Eppure quando si è dentro in mostra ci si sente prede o cacciatori: Mark Dion è riuscito paradossalmente a produrre con la sua installazione effetti di realtà e a toccare un nervo scoperto. L’efficacia interattiva della mostra sta nel suo produrre effetti di realtà, bisogna dire che verrebbe voglia di distruggerla: un effetto controverso che aveva fatto nascere anche Cattelan con i suoi fantocci impiccati su un albero a Milano. Che lo vogliamo a no, sembra dirci Dion, la caccia continua. E sta a noi scegliere da che parte stare.
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All’inseguimento del moderno con “violenza travolgente e incendiaria”, questo è il proclama del Futurismo nel Manifesto di Marinetti la cui prima pubblicazione è avvenuta il 5 febbraio 1909 sulla Gazzetta Dell’Emilia, come rivendica a tutta forza Bologna, contro la più aulica e strombazzata uscita su Le Figaro il 20 febbraio dello stesso anno. Certo che il prestigio e la vetrina cosmopolita a cui apriva la rivista parigina erano unici, ma storicamente la primogenitura va riconosciuta alla città emiliana. Proprio da questo episodio prende spunto la mostra 5 febbraio 1909-Bologna avanguardia futurista, curata da Beatrice Buscaroli e tesa a rievocare un Futurismo di nicchia: quello bolognese. A Roma alle Scuderie del Quirinale arriva il 20 febbraio la mostra Futurismo- Avanguardiavanguardie, la versione italiana di quella parigina appena chiusa.
Ma i grandi festeggiamenti hanno inevitabilmente acceso anche Milano, dove si celebrano i FuturisMI: mostre, spettacoli, eventi: dai rombi e maree polifoniche che hanno invaso Piazzetta Reale, al FuturTram, alle serate musicali e di teatro-danza futuristi che rientrano nella mostra Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione aperta a Palazzo Reale fino al 7 giugno. Non poteva mancare una mostra tutta dedicata al detonatore del movimento F.T.Marinetti=Futurismo alla Fondazione Stelline, sempre fino al 7 giugno.
Lo srotolarsi di iniziative proseguirà fino all’inizio del 2010, per dare un’accelerata a Milano, per offrirle del gas usando un termine che sarebbe tanto piaciuto ai rombanti futuristi, idolatri delle macchine. Quale combustibile è stato messo nella mostra Futurismo 1909-2009. -Velocità+Arte+Azione? La rassegna di Palazzo Reale, curata da Giovanni Lista e Ada Masoero, presenta oltre 400 pezzi per parlare di Milano agli inizia del Novecento, una Città che sale (peccato che l’opera di Boccioni del 1910, quadro cardine del futurismo, non sia in mostra). La scansione della rassegna è quasi monumentalmente accademico-didattica. Si indagano le origini sotto l’insegna del divisionismo, maestri che nel dissacratorio gioco della torre non furono cancellati dai futuristi come passatisti, perché “non può sussistere pittura senza divisionismo” e così ecco ” i salvati” Previati, Segantini e Medardo Rosso, con le sue cere plasticamente dinamiche. Poi la velocità anima le opere, non solo nel Cavallino ocra e bluette e nel Treno in corsa del 1912, autore Boccioni, ma anche nel suo bellissimo Plasticità (sempre del 1912), e poi in mostra si succedono come da manuale la stanza di Gino Severini e quella del feroce e divertito geometrismo di Fortunato Depero (divertente il meccano del Gobbo esoterista), le severe volumetrie di Mario Sironi.
Se il momento più rivoluzionario del futurismo è quello degli anni Dieci, la mostra vuole valutare la rivoluzione globale futurista dalla letteratura alla musica, al teatro, all’architettura, dal Paroliberismo di Marinetti, al teatro, alla pubblicità di Farfa e Fillia e dello stesso Depero, alla fotografia con Arturo Bragaglia, all’aereo-pittura degli anni Trenta in cui viene scompaginata la prospettiva con Benedetta Cappa Marinetti e Gerardo Dettori. Proprio da questo caduta libera della focalizzazione prende abbrivio il colpo d’ala del Fontana spazialista, un nipote affiliato al futurismo (in mostra con uno dei suoi tagli del 1959); se nel quadro niente può essere più reso per la mancanza di qualsiasi prospettiva, allora è la tela a venire incisa per far emergere, al di là del “taglio”, la nuova materia universale. La mostra si chiude con l’omaggio di Schifano Futurismo rivisitato del 1966, un saluto ludico e pop.
Sotto l’insegna “Paroliberiamoci”si è aperta inoltre al Palazzo delle Stelline di Milano la rassegna dedicata a F.T.Marinetti=Futurismo (fino al 7 giugno). Ritratti e caricature (primo fra tutto il ritratto che gli fece Rumena Ratzkova), ma anche la Battaglia a 9 piani del 1915, la tavola Parole in libertà- Bombardamento sola igiene sempre del 1915, oltre alla più grande tavola parolibera mai esposta prima e proveniente dalla UCLA University di Los Angeles, Bombardement d’Adrianople (1915). E non poteva mancare il parolibero “Zang Tumb-Tumb”, recitato dagli allievi del Piccolo Teatro ad apertura di rassegna fra lo spumeggiare di un’incredibile folla.
Tra riviste, cartoline autografe, fotografie, ecco la serie di Manifesti, non solo i notissimi, ma quello sulla Lussuria o Uccidiamo il chiaro di luna, fino a quello dell’Arte dei rumori e per rumorosità i futuristi sono stati grandi davvero.
Mostra dal taglio precisissimo poi quella del Mart di Rovereto: Futurismo 100. Illuminazioni. Avanguardie a confronto. Italia – Germania – Russia, aperta fino al 7 giugno. Severissimo è il catalogo (edizioni Electa) costituito solo da documenti, brillanti i fili nervosi che la curatrice Ester Cohen ha messo in luce fra Futurismo, Espressionismo tedesco e Cubo-futurismo russo (in mostra i documenti mai visti prima del mitico viaggio russo di Marinetti, la caffeina d’Europa nel 1914), ma anche i legami con l’America di Gino Severini con Stielglitz. Insomma una rassegna alla ricerca dei futurboy in tutta l’Europa e non solo.
GALLERY: Futurismo al Mart di Rovereto - La mostra di Palazzo Reale a Milano
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Ad apertura della mostra Déco- Arte in Italia 1919-1939, a Palazzo Roverella a Rovigo, accanto allo splendido Ritratto di Wally Toscanini, logo della rassegna, è apparsa con Vittorio Sgarbi l’ elegante contessa di Castelbarco, figlia di Wally e prestatrice del pastello dipinto nel 1925 da Alberto Martini. E con lei ha fatto irruzione in mostra la storia di questa madre bellissima ritratta come Regina di Saba, sdraiata su una sorta di dormeuse, aureolata da un copricapo a ventaglio rilucente d’oro e di fili di perle, che scivolano su una pelle lattea, e uno sguardo che più caldo di così non si può. Wally era figlia di Arturo Toscanini e si era innamorata di un uomo sposato, Emanuele di Castelbarco, intellettuale raffinato con la passione per la poesia, amico e mecenate di grandi artisti come Tamara de Lempicka e lo stesso Alberto Martini. Un amore scandaloso per l’epoca, a cui Wally non si è mai sottratta, con un gesto di fortissima emancipazione.
Infatti sono proprio questi anni fra le due guerre a vedere un’evoluzione femminile, negli atteggiamenti e nei costumi: via busto, braccia scoperte, abiti geometrici ma morbidi e sinuosi, cappelli tagliati alla garçonne, gli immancabili lunghi giri di perle, il charleston e i ritmi sensuali di Josephine Baker: queste nuove donne sono le protagoniste dell’Art Déco a Rovigo, fino al 28 giugno.
Il termine Déco, che nasce dalla contrazione di Art Décoratifs, titolo della mostra di Parigi del 1925, ma che a partire dagli anni 60 designerà quest’epoca fra le due guerre, ha contrassegnato a lungo solo un gusto collettivo legato strettamente al filone delle arti applicate: la creazione di oggetti bon ton per l’alta e media borghesia, che accoglieva tagli cubisti e dinamismo futurista, ma li declinava con una curvatura ancora liberty, accensioni cromatiche fauves ma nella morbidezza di ornamenti esotici, japanese. La voglia postbellica di un “Lusso non necessario” contro l’ asciutta e monumentale arte del regime fascista. Fra i begli oggetti di “ottimo gusto” ci sono quelli di Giò Ponti per la Richard Ginori (alcuni sono in mostra, ma a Villa Badoer di Fratta Polesine in casa Palladio, poco distante da Rovigo, continua una sezione speciale della mostra tutta dedicata alle sue creazioni di design). Il taglio della rassegna dato dai due curatori Francesca Cagianelli e Dario Mattoni, che si sviluppa in undici sezioni, è invece proprio quello di riconoscere statuto pittorico autonomo al déco italiano, pur nell’ibridismo estetico.
Sono i ritratti di donne a tessere il fil rouge della rassegna. Un tout se tien in una sorta di gusto post moderno ante litteram dal geometrismo stilizzato di Depero con La Ciociara a Elisabeth Chaplin con la sua donna flessuosa e decorata nella scia di Gustav Klimt, dall’esotica Giapponese di Anselmo Bucci, alla “ninfa” fitomorfica del Nudo in prato fiorito di Guido Cadorin; dalla donna in tubino nero di Ciro Cancelli ma in posizione quasi rinascimentale a quella in veste d’attrice del grande sogno cinematografico di Cinecittà, con i tratti eterei della Garbo, fasciata in un boa nero di pelliccia di Marcello Dudovich, fino alla soubrette dai tratti schematici e geometrici di Cornelio Gerenzani, alle Mannequins di Ram o alla Bionbruna di Balla, con cui si chiude la mostra, una donna drago e ciminiera per quel fumo che le esce dalle nari. Come si sa “la donna è mobile” e neppure la grande retorica fascista riesce a fermare il suo piacere mercuriale per il moderno che trapassa le maglia del regime. Per una volta la moda, che Leopardi considerava sorella della morte, si rivela invece sorella delle Muse, compresa la decima: il cinema, che contribuirà a fissare in modo indelebile i canoni dell’Art Déco, al di fuori di manifesti programmatici, avanguardismi refoulé o nuove correnti artistiche esplicitamente configurate. Pur nella sua innegabile connotazione alto-borghese, alla fine il Déco si rivela soprattutto come un’imprevista e ancor godibile forma di «democratizzazione» artistica, uno stile non imposto da un’ élite, ma affermatosi in modo eterogeneo per una felice cospirazione del gusto.
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Flowers, soprattutto le carnali orchidee, ma anche le spettinate dalie sono colte nei cibachrome di Nobuyoshi Araki nell’attimo estremo ed effimero della loro bellezza, poi non può che esserci la morte, lo sfiorire opaco. Accanto a questi “quadri” di nuvole di fiori, ecco i corpi avvinghiati in cinghie di esili giapponesi, i seni strizzati da corde che rigano le carni, immagini di bondage, dove il sadismo è una categoria estetica. Qual è il legame fra i fiori e le ragazze impastoiate? L’acme della perfezione di Araky, maestro giapponese della macchina fotografica, presente nella mostra Asian Dub photography aperta a Modena fino al primo marzo, presso il Foro Boario. Com’è lontana da quella europea, coi suoi eccessi barocchi, la pulita riflessione di Araky su bellezza e morte, sull’antico concetto di vanitas. In questo senso la mostra Asian Dub Photography vuole mettere a confronto lo spettatore occidentale con i mondi orientali, perché in mostra non ci sono solo alcuni maestri giapponesi fra i più noti, come Daido Moriyama con le sue glaciali foto in bianco e nero e Yasumasa Morimura con un video, Laugh at the Dictator, dove si rimaterializza un Hitler dai tratti di Chaplin nel Grande Dittatore, ma anche artisti cinesi e coreani, che utilizzano il mezzo fotografico, così afferma il curatore della mostra Filippo Maggia, secondo la tecnica musicale Dub, da cui il titolo della rassegna.
Il termine dub significa semplicemente doppio: musicalmente indica la resa distorta elettronicamente e solo ritmica di pezzi di reggae; applicata al mondo delle fotografie orientali il dubrappresenta la ripresa di un pensiero classico tradizionale, però distorto, modificato, rivissuto attraverso le nuove tecniche digitali. La realtà orientale ha subito in questi ultimi anni un’evoluzione così veloce e la società, soprattutto quella cinese, è stata sottoposta a rapidissime trasformazioni economiche e sociali, tanto radicali da rendere conflittuale il rapporto tra tradizione e innovazione e tanto profonde da mettere in discussione l’identità stessa dei singoli individui.
Yan Fudong elabora un video, The half hitching post, dove l’artista non utilizza tecniche high tech, ma racconta passo per passo una storia arcaica e poetica: un arrancare su asinelli e una lenta ascesa verso una montagna della Cina del Nord, dove nella fatica e silenzio si cerca di dare un senso ai cambiamenti. Nelle fotografie in bianco e nero tratte dalla performance di Ma Liuming, Walks the Great Wall, l’artista con il volto truccato da donna passeggia sull’emblema architettonico della Cina, la Muraglia Cinese, in una provocatoria e radicale conciliazione tra maschile e femminile, tra yin e yang. Il dub, e il dubbio, assillano felicemente le nostre identità assediate.
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C’è una celebre foto firmata da Annie Leibovitz che ci mostra un volto di profilo quasi da indio, scavato da canali di rughe: è quello di Louise Bourgeois, 97 anni compiuti a Natale, artista e scultrice franco-americana. Gli occhi nell’immagine sono serrati; vicino al volto la mano dal palmo aperto quasi a placare o a difendersi da visioni e incubi. Ed è proprio la scultura di uno fra i mostri inquietanti che hanno infestato l’esistenza dell’artista ad accogliere il visitatore a Napoli, al museo di Capodimonte. Nel chiostro della Reggia un enorme ragno alto oltre nove metri e con 13 zampe sottili e acuminate introduce alla retrospettiva Louise Bourgeois per Capodimonte (in programma fino al 25 gennaio).
Quale impressione scoprire che in realtà la schifosa tarantola gigante (un altro ragno, Crouching Spider, occupa lo spazio centrale della Sala degli Arazzi d’Avalos) s’intitola Maman, una mamma Spiderwoman: così Bourgeois ha immaginato la figura materna, il cui lavoro aveva proprio a che fare con la tessitura e la riparazione di arazzi. Bourgeois ricrea con forza visionaria il mito classico di Aracne, la fanciulla così brava a filare tessuti da sfidare la dea Atena; ma la divinità, offesa per questa audacia, la trasforma in ragno. Bourgeois dà carne al vecchio mito come un’ossessione surreale e kafkiana, il Gregor Samsa della Metamorfosi insegna. Proprio mettendo in mostra i suoi demoni, Bourgeois è diventata un’icona della modernità. Il suo è un mondo dai due cuori: quello materno e quello insano del padre, sfacciato amante della sua bambinaia. In un video l’artista racconta di come il padre, lei bambina, avesse ricavato dalla scorza di un mandarino un pupazzetto con un pene eretto. Poi rivoltosi ai commensali: “Mi dispiace che mia figlia non possa esibire una simile bellezza. Lei, è ovvio, lì non ha granché”. E così adesso in una scultura intitolata Filette, un pene decapitato se ne sta impiccato, tanto perché il significato della castrazione venga rinforzato, davanti al quadro di Giuditta e Oloferne di Mattia Preti grande pittore seicentesco, che raffigura Giuditta con la testa recisa di Oloferne. Non solo quest’opera “erotica” (varie sono quelle in mostra) è messa in dialogo con un autore classico, ma tutto il percorso della mostra è stato studiato dalla stessa artista in una precisa regia di dialoghi provocatori. Così, ecco un percorso di “sacre conversazioni”, dove Umbilical cord, cordone ombelicale “parla” a una Madonna con Bambino e angeli di mezzo millennio prima: quella di Botticelli. In The Arrival un’altra madre, un tronco di stoffa, partorisce un bambino di fronte alla Madonna di Vivarini. Ed è dialogo tra la vasca di marmo rosa Pink Fountain e la Madonna della gatta di Giulio Romano, e soprattutto The Blind leading the Blind - una sorta di scultura dentata - parla alla Parabola dei ciechi di Bruegel. Due le opere mai esposte prima, intitolate Cell, due stanze-case, di cui una con una scala elicoidale forse per ascendere finalmente in Paradiso, o sprofondare nell’inferico Dna borghese di Louise Bourgeois.
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“L’animo saturnino è cupo e depresso, e tuttavia ispirato e radioso; talvolta ribelle e magnificamente produttivo. La tradizione lo considera il temperamento proprio dell’artista” Parola di Daniel Birnbaum che naviga nel pianeta della malinconia così studiato nel Novecento da Panofsky, Klibanskj, da Walter Benjamin a Sigmund Freud. Sotto l’insegna di Saturno, alla ricerca di una nuova costellazione di artisti che “lavorino nel segno dell’ambivalenza”, questo è stato il progetto per T2, 50 Lune di Saturno la seconda triennale di arte contemporanea torinese curato proprio da Daniel Birnbaum, prossimo Direttore della Biennale di Venezia. Tre le sedi della manifestazione aperta fino al 1 febbraio 2009: il Castello di Rivoli, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Palazzina della Società Promotrice delle Belle Arti a Torino. Due le star della rassegna: il cinese di Hong Kong, Paul Chan e il danese Olafur Eliasson, e poi 48 i giovani artisti, quasi nuove lune.
Al castello di Rivoli Eliasson ha creato uno stupefacente lavoro site specific, The Sun has no money, in perfetto clima saturnino: fasci luminosi sprigionati da anelli nel buio delle sale fanno nascere combinazioni magiche di lune iridescenti, spettri di mondi e stelle, tutte irraggiungibili e inafferrabili. Paul Chan alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo gioca sulle pulsioni erotiche sadiane: video, quasi videogiochi di meccanica sessuale, dove gli orgasmi hanno proprio il significato francese di petit morte, e la loro reiterazione non dà che senso di nera soppressione, quella nigredo che è essenza della malinconia, melanoma di se stessa.
Forse perché gli influssi di Saturno, astro sinistro e solitario, non siano diretti, al Castello di Rivoli Ulla von Brandenburg ha creato una scenografia con Five Folded Curtains, cinque sipari rossi arricciati e piegati, ma quelle cortine di stoffa possono alludere anche a una bocca, pronta a divorare proprio come fa Saturno, gran pasteggiatore dei propri figli, basti ricordare il quadro di Goya dove Saturno/Cronos è raffigurato come un orribile vecchio intento al pasto di carne umana. Un suo moderno rifacimento in mostra può essere considerato il video di Giulia Piscitelli, Rodolfo 102, che riprende quasi al ralenti un vecchio di 102 anni mentre mangia in malinconica solitudine, con l’occhio umido degli anziani. Urano mangia il futuro, ecco perché in mostra tante sono le opere che riguardano la bocca, come le anatomie buccali di Carruba alla Fondazione Sandretto e il video Croisée of crossing di Zoulikha Bouabdellah dove una giovane donna in chador nuziale abbassa lievemente il velo bianco dalla bocca ed ecco che, mentre i suoi occhi fissano attoniti la telecamera, da essa “partorisce” una croce e i grani d’un rosario.
È Freud a descrivere l’individuo melanconico come un cannibale simbolico. E, fra gli atti cannibalici, occorre ricordare il vampiro, mito rielaborato nello spazio della Promotrice delle arti da Gert & Uwe Tobias, ma anche chi è stato vampirizzato dalla propria follia, come racconta il triste video di Meris Angioletti che fissa la finestra della torre di Tubinga, ultima visione del poeta tedesco Friedrich Hölderlin prima d’affossarsi nella pazzia. Anche una montagna vuole mangiare i visitatori: è la grottesca struttura mobile di Anna Galatarossa, che replica un paesaggio montano, ma di stracci, trine specchietti e ammenicoli femminili. Il pasto non le riesce e allora la creatura manda un urlo cavernoso e addolorato (qui il video). Oggi, a quanto pare, Saturno ha la digestione difficile.
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