Non serve orecchio. Che si tratti di lei, Anastacia, si capisce subito. Nonostante i miracoli di photoshop che la immortalano sulla copertina del cd con 20 anni di meno, la bionda è sempre la bionda: tutta sensualità e acuti. Il che, accidenti, non è sempre un bene. Anastacia, infatti, è come una soap opera: puoi perderti 230 puntate, ma quando per caso facendo zapping ti ci imbatti, capisci subito la trama, tutto torna insomma. Torna che questo album, Heavy rotation, è simile ai precedenti. Il dna è quello del pop-soul che più pop-soul non si può, nobilitato, va detto, da una voce black decisamente più sofisticata di quella di una qualunque cantante di piano bar, per via di quella fantastica estensione vocale di cui Anastacia è capace. I brani si somigliano un po’ tutti, li scorri, li ascolti, batti il piedino, ti viene voglia di fare le pulizie grosse o se stai guidando, di premere sull’acceleratore. Poi ti aspetti il lentone strappa lacrime. Conti 10 tracce e ti si spalanca nelle orecchie: Never gonna love again. Occhio al settimo brano, I call it love: c’è un po’ di Amy Winehouse nelle prime note, che non si sa mai, visto che cantare come lei va di moda. Ma dopo qualche secondo torna il rassicurante pop soul. Per fortuna, o per sfortuna. Chissà.
Lo sanno anche i sassi: i duetti nella vita artistica di Ornella Vanoni non si contano. Al di là dello storico, iper produttivo (e sentimentale) sodalizio con Gino Paoli, molti ricorderanno che nel ‘64 vinse il Festival di Napoli cantando Tu sì ‘na cosa grande, con Domenico Modugno. Negli anni ‘70 fu la volta della collaborazione con il meglio della bossa nova, Vinicius De Moraes, Roberto Carlos e Toquinho. Il risultato? Un capolavoro assoluto: La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria. Negli anni ‘80 si legò a Fabrizio De André, Pierangelo Bertoli, George Benson, solo per citarne alcuni. E brava Ornella. Che, oggi, con parecchie rughe in più, su input del “Presidente” (della Epic-Sony immaginiamo), come riferiscono le note autografe di copertina, propone Più di me.
Un album con due inediti, uno con Eros Ramazzotti, Solo un volo, l’altro con Mina, Amiche mai. E poi nove successi conclamati made in Vanoni scelti dagli stessi artisti che hanno partecipato al progetto. Non ne abbiano i palati fini, ma il tandem con Giusy Ferreri (Una ragione di più) è sorprendente. La tigre di X-Factor si merita un applauso perché sapientemente intreccia la ruvidezza della sua voce ai toni nasali della rossa. Il risultato è vicino alla perfezione. Ascoltare per credere. L’onnipresente Jovanotti, in Più e Io so che ti amerò, si mette umilmente al servizio della Diva e fa il suo. Senza infamia e senza lode scorre Domani è un altro giorno con Claudio Baglioni. Eccellente La musica è finita con Morandi. Apprezzabile L’appuntamento con l’extra snob Carmen Consoli (per amarlo bisogna ascoltarlo più volte di seguito). Di livello superiore le due collaborazioni con Lucio Dalla, una sinuosa Senza fine e Fiorella Mannoia che canta, in tutti i sensi, Senza paura. La stessa assenza di paura che dovrebbe indurre, nella produzione di un ipotetico capitolo secondo, a preferire il confronto di Ornella con cantanti giovani e maggiormente disponibili all’emozione.
LEGGI ANCHE: Ornella Vanoni: Ho l’Eros nel cuore
Sono tornati. Dopo 9 anni d’assenza ecco qui i Boyzone, capitanati dal biondo, pizzetto munito, Ronan Keating. Domanda: “Ma chi glielo ha chiesto?”. Non ne abbiano i 5 ragazzotti, ma l’autogol se lo sono fatti da soli. A partire dal titolo del nuovo cd: Back again… no matter what. La traduzione spartana potrebbe essere: “Ri-eccoci, qualunque cosa accada”. Be’, qualcosa in effetti accade. Accade che un album così lo puoi sentire al massimo in un coiffeur per signore a Liverpool o in un pub di provincia, con tavolacci di legno con inciso “Katia ti amo.Tuo Ivan” o “Samantha sei la mia vita”. Per quanto molte delle tracce siano famosissime cover, una per tutte Father and son di Cat Stevens (sempre sia lodato), i Boyzone non fanno il minimo sforzo (vocale e musicale) per renderle apprezzabili. L’inedita Love you anyway regala, invece, armonie da Zecchino d’Oro, tipo che se Katia la sente (vedi sopra) lascia Ivan per sempre. Uno strazio e/o lagna monocorde dalla prima alla diciassettesima traccia. Sia ben chiaro, assolvono a pieno titolo l’onesto lavoro di una boyband. Riprovateci ancora ragazzi. Anzi no.