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Alzi la mano chi, tra le lettrici, non pagherebbe per una notte d’amore con Brad Pitt. Senza necessariamente procreare. Pare invece che la moglie, la bellissima Angelina Jolie, pur di evitarla, abbia preferito concepire in provetta i suoi gemelli. Tutta presa dall’istinto materno e per niente interessata all’amplesso con la statuario consorte, avrebbe deciso infatti di ricorrere alla fecondazione assistita.
Secondo la rivista Us Weekly, ripresa dall’agenzia di stampa Agi, Knox Leon e Vivienne Marcheline, nati il 12 luglio in un ospedale di Nizza, sono quindi frutto dell’inseminazione artificiale. Il motivo per cui Angelina ha preferito il gelo di un laboratorio medico all’ardore della camera da letto? Lo spiega una fonte vicina alla coppia: “Erano pazzi dal desiderio di avere altri figli”, ma la Jolie ha scelto di non sottoporsi “allo stress di tentare di rimanere incinta”.
I due genitori vip non hanno mai nascosto la volontà di mettere su una famiglia numerosa. Dopo i tre bambini adottivi, Maddox, Pax e Zahara, due anni fa è arrivata Shiloh, la prima figlia biologica di Brad e Angelina. E la possibilità di avere due gemelli ricorrendo alla fecondazione in vitro è molto più alta rispetto al metodo naturale (25% contro meno dell’1%).
Intanto la famiglia “Brangelina” trascorre l’estate in una mega tenuta nel sud della Francia, intorno alla quale ronzano sciami di paparazzi tenuti a bada da un esercito di guardie del corpo. Le foto dei bimbi esisterebbero già, ma chi le ha scattate si guarda bene dal pubblicarle. Gli avvocati di Brad Pitt infatti hanno minacciato azioni legali terribili. Non resta quindi che aspettare le immagini ufficiali, che i genitori venderanno a qualche tabloid per, si stima, 11 milioni di euro. Soldi che non serviranno a pagare le spese dell’inseminazione, ma che pare andranno in beneficenza.
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Tutti i film sono uguali. Dalla platea, intendo. Buio, silenzio, qualcuno bisbiglia, certi si annoiano, altri sorridono se è il caso. Sex and the city è l’eccezione inaspettata: il vero show è in platea. Milano, un mercoledì sera in un cinema sulla circonvallazione. Appena entri in sala, ti accorgi che qualcosa è diverso. La prima differenza è scontata. Il 95 per cento degli spettatori sono donne. I dieci uomini presenti sono venuti proprio perché sapevano che si sarebbero trovati in un gineceo, meglio dell’8 marzo nei locali del centro.
Ci sono anche due “ragazze” vip. Un’annunciatrice Rai, che è stata sul podio di Miss Italia una decina di anni fa e una soubrette straniera ex Isola dei Famosi. Sbuffano platealmente quando sono costrette a lasciare la poltrona che avevano occupato alle legittime intestatarie. Tutte le altre sono comuni single (almeno per una sera) metropolitane travestite da Carrie. Sandali alti 12 centimetri, gioielli eccentrici, borsette improbabili. Hanno meno bon ton però della protagonista della serie. A film già iniziato un paio di loro si accapigliano per il posto e si sfiora la rissa. Durante la proiezione poi risate fragorose, commenti ad alta voce, brusii interminabili e applausi da circo.
La mia vicina, una 18enne bionda in minigonna, conosce a memoria tutti i vestiti griffati delle protagoniste. (E non è un’impresa facile, visto che la sola Carrie si cambia d’abito ogni 30 secondi: un record, credo, nella storia del cinema). Quando la scrittrice più fashion di New York tira fuori un completino vintage color avorio,lei e la sua amica hanno un mancamento. E io che pensavo che il mondo patinato descritto sullo schermo, fatto di cabine armadio grandi come un bilocale, footing a Central Park con tre cagnolini al guinzaglio e feste di San Valentino a base di sushi sparso su corpi nudi, fosse surreale. Non è così: tutte intorno a me fanno come se esistesse veramente.
Quanto al film, perde l’irresistibile leggerezza della serie e diventa melenso, scontato, a tratti grottesco. Basti pensare che la password per leggere le e-mail che portano all’inevitabile lieto fine è “Love”. E che persino Miranda, di solito la più “umana” delle quattro, torna per magia a fare sesso travolgente con Steve dopo una crisi e due sedute di terapia di coppia. Non manca il politicamente corretto: Carrie assume un’assistente personale di colore, paffuta e sveglia, mentre Charlotte adotta un’adorabile bimba orientale. Solo Samantha rimane fedele a se stessa. Alla soglia dei 50, dopo cinque anni di fidanzamento con uno splendido attore ventenne, torna single. Dimostrando che femme fatale si nasce, fedeli non si diventa.
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Le vittime dei lager nazisti, dalla mostra “Le immagini dell’inimmaginabile”
Arrestato in fabbrica, la Breda di Sesto San Giovanni, deportato a Mauthausen, ucciso che non aveva ancora 40 anni durante una “marcia della morte” da un lager all’altro. Guido Valota, classe 1905, è uno dei 553 operai della città alle porte di Milano finiti nei campi di concentramento nazisti. Duecentotrentuno non tornarono mai a casa. A ricostruire la sua parabola tragica, insieme a quella degli altri prigionieri, è il figlio Giuseppe, che oggi ha 69 anni ed è presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati) di Sesto, nel libro edito da Guerini e Associati Streikertransport (letteralmente “trasporto scioperanti”, ndr) - La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni, 1943-1945.
“Sono uno dei pochi figli di deportati ad aver messo insieme, tassello dopo tassello, l’intera vicenda del padre”, dice Giuseppe Valota. E comincia il racconto, lo stesso che fa da anni ai ragazzi delle scuole che lo invitano. “Mio padre faceva l’attrezzista nel reparto aeronautico e per passione suonava il violino. Lo chiamavano ‘Soccorso Rosso’, perché raccoglieva soldi clandestinamente per le famiglie degli operai in difficoltà”. Nel marzo del ‘44 Guido partecipa agli scioperi in fabbrica e per questo viene arrestato dai fascisti.
Finisce a San Vittore, dove i nazisti prendono in consegna i prigionieri. Per Mauthausen parte dalla stazione di Bergamo. Arriva al campo il 20 marzo, dopo tre giorni di viaggio a bordo dei vagoni piombati dei treni merci. Da qui, dopo essere stato immatricolato, depilato e vestito con l’uniforme a righe, viene trasferito prima a Gusen e poi a Vienna, dove lavora nelle fabbriche dell’aeronautica. Alla fine di marzo i nazisti sono ormai alla vigilia della disfatta. Einrich Himmler ordina che tutti i prigionieri rientrino a Mauthausen.
Per Guido e i suoi compagni comincia la “marcia della morte”. Duecento chilometri a piedi, al freddo, per strade secondarie. “Le cronache dell’epoca dicono che piovve otto giorni di fila”, ricostruisce Giuseppe. Pioveva anche il giorno in cui Guido Valota morì, era il 5 o il 6 aprile 1944. I prigionieri che non ce la facevano più a marciare venivano giustiziati con un colpo alla nuca dai soldati e poi ricoperti con un po’ di terra dagli “spalatori”, loro stessi deportati. “Per impedirne l’identificazione, prima di ucciderli, gli strappavano dai vestiti i numeri di matricola”, spiega Giuseppe Valota.
“Mio padre è crollato a Steyr, una bellissima cittadina a sud di Linz”, continua lo storico. “In città confluiscono due fiumi e ci sono due ponti. Vicino ai ponti c’è una breve salita, saranno cento metri di pendenza minima. È lì che mio padre si è arreso, invocando i nomi di sua moglie e dei suoi figli. Quel giorno è morto con lui anche il suo amico, l’ingegner Cima Pericle della Tosi di Legnano (Valota chiama i suoi personaggi rigorosamente con cognome e nome, ndr), mi piacerebbe molto conoscere i suoi parenti”. Ogni anno Giuseppe Valota va sui luoghi dello sterminio nazista insieme agli altri soci dell’Aned. Due anni fa è stato a Steyr e grazie a un’associazione culturale del posto ha capito che fine ha fatto il corpo di suo padre.
“Lì c’era un lager, ma senza fondo crematorio”, ricorda. “Ne aveva però uno il cimitero cittadino”. Lo scorso anno Guido è tornato a Steyr e finalmente il cerchio si è chiuso. “Siamo andati al cimitero, dove sono custodite le urne con i resti di 350 persone ignote morte durante la guerra. Ho guardato il mio accompagnatore locale e ‘Eine moment’, gu dì (‘un momento’, gli ho detto, in un misto di tedesco e dialetto, ndr). Mio padre era lì. Ho pianto, soprattutto pensando che 25 anni prima avevo dormito lì vicino durante un altro viaggio e non sapevo nulla”.
Come è riuscito questo operaio in pensione e nonno bonario a trovare il punto esatto della morte di suo padre dopo 63 anni dai fatti e dopo 15 anni di ricerche? Grazie alle testimonianze, prima di tutto quella della madre e del fratello maggiore. Giuseppe aveva 5 anni all’epoca ed era sfollato a Bergamo dai nonni. E seguendo il filo dei ricordi di due reduci ottantenni, ora scomparsi, che sono stati deportati e hanno marciato col padre: “Il Croci Santino e il Sardini Adamo, che mi hanno indicato il luogo in cui hanno dovuto lasciarlo a terra”.
Poi ci sono “i pizzini dei deportati”. Una scia di bigliettini che i prigionieri gettavano dai vagoni non appena si fermavano vicino a un centro abitato. “Ci scrivevano i nomi e gli indirizzi dei loro cari e qualche anima buona li ha raccolti e li ha spediti alle famiglie, aggiungendo qualche pietosa bugia. Frasi come: ’suo marito sta bene, le scriverà dalla Germania’”, spiega Valota che ha ripercorso quella scia di messaggi e li ha trascritti nel suo libro.
A Sesto San Giovanni, allo Spazio Mil di via Granelli, è aperta anche fino al 22 febbraio una mostra di fotografie inedite sui lager. “Le immagini dell’inimmaginabile” raccoglie gli scatti delle stesse SS, fatte a scopo di propaganda e conservate quasi per caso, documentando lo sguardo del carnefice sul proprio orrore. Orari di apertura: dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 17.30.
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“La figlia di un deportato sfratta gli ex deportati”. Alla sede dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati) di via Bagutta a Milano, vicino a piazza San Babila, sono rimasti a bocca aperta quando lo scorso 11 gennaio hanno ricevuto la raccomandata da parte del Comune. Il messaggio è chiaro: l’associazione deve lasciare liberi gli uffici entro il 30 giugno 2009, dopo oltre 40 anni.
“Abbiamo chiesto spiegazioni”, dice il presidente della sezioni milanese Dario Venegoni, “ma finora non abbiamo ricevuto risposte. Non capiamo il motivo di un’iniziativa da parte di un’istituzione con cui abbiamo sempre avuto buoni rapporti (abbiamo ricevuto diversi Ambrogino d’oro) e oggi guidata dalla figlia di un ex deportato”. Paolo, il padre di Letizia Moratti infatti, fu arrestato durante la Resistenza e rinchiuso a Dachau. “Abbiamo sempre pagato regolarmente l’affitto”, continua Venegoni, “circa 10 mila euro l’anno e ci manteniamo con le nostre sole forze. In altre città l’Aned viene ospitata gratuitamente in edifici comunali”.
L’associazione degli ex deportati promuove 200 iniziative ogni anno, convegni, pubblicazioni, commemorazioni, lezioni nelle scuole per ricordare le vittime dei lager nazisti, “senza distinzione di religione e parte politica”, sottolinea il presidente milanese. “Il Comune mostra di non riconoscere il valore storico e culturale della nostra associazione”. E alla Giornata della memoria, domenica 27 gennaio, i membri dell’Aned rischiano di trovarsi sul palco di fianco ai rappresentanti di Palazzo Marino.
L’assessore alla Casa Giovanni Verga spiega in un’intervista a “Chi ama Milano” che la lettera inviata all’Aned è solo un avviso di routine di fine contratto e non uno sfratto. Per capire che fine farà quindi la sede dell’associazione l’opposizione ha inviato un’interrogazione al sindaco, firmata dal capogruppo del Pd Marilena Adamo e dal consigliere Carmela Rozza, che dice: “Non ci è stato ancora risposto e non sappiamo cosa il Comune intenda fare degli uffici di via Bagutta. Si tratta di un caso simile ma non identico a quello dell’Anpi (che ha ricevuto lo sfratto perché l’edificio in cui ha sede verrà cartolarizzato, ndr), di una comunicazione di fine locazione senza richiesta di rinnovo. Vogliamo sapere se qualcuno si è preoccupato di trovare una sistemazione alternativa a enti che rappresentano principi cardine della nostra storia”.

L’immigrato dorme per strada, vive di elemosina ed è braccato dalla polizia. Nonostante ciò nella telefonata al padre rimasto in patria racconta che va tutto bene. È questo, secondo il governo svizzero, il destino degli africani che decidono di cercare fortuna nella Confederazione Elvetica. E la trama di uno spot girato per convincere gli stranieri a restare a casa.
Non senza qualche polemica il filmato è stato mandato in onda sulle tv nigeriane il 20 novembre scorso, durante l’amichevole di calcio Svizzera-Nigeria (finita 0-1, per la cronaca). Uno spot simile è stato usato anche in Camerun e presto arriverà quello da diffondere in Congo.
Il quotidiano di Ginevra Le Temps ha anche pubblicato il prezzo della campagna. Per il Camerun la Confederazione ha speso 150 mila dollari, mentre 5 mila sono arrivati dall’Unione Europea. Erano previsti anche dei manifesti con l’immagine di una barca che sta per affondare e il messaggio “Ogni anno le migrazioni clandestine fanno migliaia di morti”. Oltre che delle t-shirt con lo slogan “Sortir ne suffit pas à s’en sortir” (Andarsene non basta a cavarsela). Per la Nigeria invece la Svizzera ha speso 150 mila dollari e l’Ue 21 mila.
“Abbiamo la responsabilità di aprire gli occhi a queste persone, affinché si rendano conto della vita che potrebbe attenderle”, ha spiegato Eduard Gnesa, responsabile del Dipartimento dell’immigrazione e promotore dell’iniziativa. E il leader populista e ministro della giustizia Christoph Blocher ha aggiunto: “Dobbiamo dimostrare agli africani che non siamo un paradiso”. Intanto anche la Spagna ha finanziato una campagna contro l’immigrazione sulle piroghe verso le Canarie.
Lo spot svizzero trasmesso in Nigeria:
“La mia idea di privacy è un po’ fuori dal comune, lo ammetto. Non considero la mia foto un dato sensibile”. Dal 2003 Dania, precaria quasi trentenne, pubblica tutto, ma proprio tutto, di sè sul suo blog. Immagini, profilo, riflessioni, numero di cellulare, indirizzo di casa.
Nessun pudore o imbarazzo?
La mia è prima di tutto una provocazione: molti blogger credono di far parte di chissà quale sistema comunicativo. Invece siamo persone normali. E poi non scrivo un diario personale, con sentimenti profondi che mi imbarazzerebbe mostrare. Semmai sono gli altri, quelli che mi cercano, ad avere pudore.
Cioè?
Mi telefonano per curiosità, ma quando rispondo senza esitazioni quasi si intimidiscono. Come se chi si conosce tramite Internet avesse qualcosa da nascondere.
Non ha mai avuto problemi con qualcuno di invadente?
No. Nessuno verrebbe fino a Udine per cercarmi… Però ho ricevuto dei fiori, dei libri e una volta anche un pacco di pasta in regalo. Non mi sono pentita di aver messo i miei dati online, era e rimane un modo divertente di socializzare e di confrontarsi. Poi, certo, ci sono dei buontemponi che mi chiamano solo per ansimare al telefono o i seccatori. Ma si stancano presto.
Episodi spiacevoli?
Di solito gli insulti arrivano via mail o nei commenti sul blog, coperti da rigoroso anonimato. A voce o di persona non mi è mai capitato. Chi lo fa ha paura di essere riconosciuto.
E in città? Al lavoro?
Capita che per strada mi riconoscano e mi salutino. Al lavoro invece c’è stata qualche chiacchiera e anche qualche sms di troppo. In azienda mi hanno anche chiesto di non fare riferimenti a loro.

La rock star intona versi contro George W. Bush e improvvisamente la trasmissione video va in tilt. È successo domenica sera a Chicago durante l’esibizione dei Pearl Jam al Lollapalooza Festival, uno dei più famosi negli Stati Uniti. “Censura”, denunciano la band sul sito ufficiale e i fan scatenati sui forum, ripresi da giornali specializzati e testate locali. “Solo un errore tecnico”, risponde la At&t, la compagnia telefonica che ha trasmesso in diretta il webcast del concerto e che ha pubblicato una dichiarazione dopo le polemiche scoppiate sul web.
I fatti. Eddie Vedder, leader del gruppo, canta Daughter. Durante l’esecuzione inserisce un brano di Another brick in the wall dei Pink Floyd e cambia alcuni versi con contenuti politici: “George Bush, leave this world alone/ George Bush find yourself another home”. Non è la prima volta e molti se lo aspettano, i Pearl Jam infatti sono storici oppositori dell’amministrazione Bush, spesso presa di mira durante i loro concerti.
Ma nella trasmissione video subito dopo la prima frase (che verrà ripetuta due volte) salta l’audio e le immagini si bloccano. Tutto riprende regolarmente qualche secondo più tradi. Il giorno sucessivo i fan segnalano l’accaduto sul sito della band, che chiede spiegazioni alla At&t. La società risponde che non c’è stata censura, ma che si è trattato di un errore della regia nel taglio delle immagini. Il video della performance dei Pearl Jam viene tolto dal sito del festival.
Ecco le due versioni, con e senza l’interruzione, a confronto:

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Niente gossip nè frivolezze. Tantomeno chiacchiere personalistiche. Vive e respira solo la sua arte Joaquin Cortes, il ballerino di flamenco più celebre al mondo. Con quel physique du rôle e l’italiano parlato con accento ispanico è passione allo stato puro. Se poi accenna un passo di danza, la fantasia di ogni donna, dai 15 ai 95 anni, prende il volo. Ma lui sfugge alla curiosità femminile e alle domande maliziose. “Parliamo del mio amore assoluto?”, chiede: “il ballo”.
Come dirgli di no? Ha cominciato a ballare all’età di 12 anni e ha ormai conquistato un successo planetario. Cosa rappresenta per la sua carriera questo nuovo spettacolo (Mi Soledad, in tournée per l’Italia dal 17 luglio al 17 agosto)?
Per me è sempre emozionante portare in scena uno spettacolo nuovo. Mi Soledad è andato molto bene finora. La cosa più bella è girare il mondo e vedere che la gente capisce la mia storia.
E il titolo? Le piace la solitudine?
Mi piace parlare della solitudine. L’idea mi è venuta sorseggiando un caffè. Ho riflettuto sul fatto che questa è una condizione che tutti viviamo, che ci accomuna. Perciò ho deciso di costruirci uno spettacolo.
Lei non è solo un ballerino, è stato anche attore con Almodòvar, coreografo, musicista, produttore. Qual è l’esperienza professionale che le manca?
Io sono come un bambino alla scoperta del mondo, sono ancora tantissime le cose che vorrei fare. La mia fantasia e la mia illusione sono sempre vive. Tutto è possibile. Magari un film da regista, perché no?
E che attore sceglierebbe?
Ce ne sono molti che apprezzo. Ma di certo nel mio film lavorerebbero attori giovani e di talento.
Di puro sangue gitano, si batte per i diritti dei rom.
La mia cultura e le mie radici sono nomadi, i rom sono la mia gente. Mi sento zingaro prima che spagnolo. Per questo credo che sia giusto che io utilizzi la mia celebrità per richiamare l’attenzione sulla causa del mio popolo, che subisce ancora troppe discriminazioni.
Che rapporto ha con l’Italia?
Fantastico. Tornare qui è sempre bello, considero il vostro Paese la mia seconda casa. Lo sento molto vicino a me, amo la vostra cultura, la vostra cucina. E gli italiani ricambiano in pieno il mio affetto.
Lei lavora tantissimo. Cosa fa quando non balla?
Quando preparo un nuovo spettacolo, mi ci dedico completamente. Praticamente 24 ore su 24, senza quasi dormire. Ma quando ho del tempo libero, mi piace stare tranquillo in compagnia della mia gente, la mia famiglia e i miei amici.