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Nata nel 1948 a Spanish Town, Giamaica, Grace Jones festeggia 60 anni con un nuovo album inedito, Hurricane, in uscita oggi. Nel decimo Cd della regina della disco music, attrice e modella, hanno lavorato Tricky, Brian Eno, Wendy and Lisa, tanto per citare qualche nome e il video del primo singolo Corporate Cannibal il 4 luglio, in anteprima su Youtube, ha calamitato quasi 150 mila fan.
La clip di Corporate Cannibal si apre con la sua voce: “Piacere di conoscerti, piacere di averti nel mio piatto”, recita: sono passati 19 anni, ma resta la pantera che conoscevamo…
Ero davvero ossessionata dall’argomento del cannibalismo da parecchio tempo. Alla fine ho scritto una canzone, anche grazie alla collaborazione di un artista che per me è un poeta: Mark Van Eyck.
Ha raccontato di aver ricevuto un’educazione severa: ha scelto un’immmagine aggressiva per ribellarsi?
Mio padre, il reverendo Robert Jones, era rigidissimo rigido e io l’ho odiato a lungo. Poi l’ho amato: non è diventato vescovo per molti anni a causa della mia carriera, che era un ostacolo nel suo ambiente. Lui mi ha sempre appoggiata, fregandosene. Da lui ho ereditato la teatralità: il pulpito era il suo palcoscenico.
A proposito di teatro: da sempre ama vestirsi con abiti che sembrano costumi di scena.
Mi piace mischiare e, soprattutto, indossare capi bizzarre. Sono stata votata per il look peggiore, altro che icona di stile! Quante persone mi dicono che sarebbe meglio che mi guardassi allo specchio, prima di uscire!
Anche Amy Winehouse non scherza, in fatto di look eccentrici…
Ha uno stile molto personale e se ne frega dei giudizi. È una ragazza speciale, con un gran talento. Mi piace anche Kate Moss, che ha carattere, stile e ne approfitta per divertirsi, qualità non facili da trovare in una modella.
Se lo dice lei, che era una delle poche top model negli anni Settanta e ha posato per Andy Warhol…
Le modelle di solito sono semplici cornici, fatte di pelle e ossa, su cui appoggiare abiti. Io sono stata trasgressiva anche in questo: dopo una cover di Vogue mi sono depilata le sopracciglia, rasata a zero la testa e non piacevo più a nessuno. Cosa ho fatto? Me ne sono andata!
Sono 6 le date live fissate per ora da Grace Jones, tutte a gennaio e tutte in Gran Bretagna: 19 Birmingham (Symphony Hall), 22 Glasgow (Clyde Auditorium), 24 Manchester (Apollo), 25 a Bristol (Colston Hall), 26 e 27 Londra (Roundhouse).

È nei negozi il nuovo cd degli AC/DC, Black ice. L’album, dopo 8 anni di silenzio, riporta sulle scene una delle band che ha fatto la storia del rock: a onorare l’evento, la pubblicazione di 3 versioni del disco. Il Cd digipack deluxe con “marchio di fabbrica” blu, copertina rigida e libretto interno di ventotto pagine; il digipack con libretto di dodici pagine, la cui prima tiratura circolerà con AC/DC giallo, rosso o grigio (nelle emissioni successive rimarrà solo la cover con sigillo rosso) e infine il doppio Lp in vinile 180 grammi con logo rosso. L’entusiasmo dei fans italiani del gruppo australiano per questa rentrée è testimoniato dal “tutto esaurito” fulminante che ha sigillato entrambi i concerti italiani (Milano, Datchforum; 19 e 21 marzo) e la maggior parte delle date del tour mondiale. Del resto, c’era da aspettarselo: oggi come non mai il pubblico segue con grande interesse gli artisti dal curriculum vitae chilometrico. E Angus Young lo sa bene: per questo è tornato a indossare la divisa da scolaretto, a 53 anni.
Rock n roll train è la sintesi perfetta dello stile AC/DC…
E il treno è una vecchia immagine del rock e del blues: noi facciamo quello che sappiamo fare, non seguiamo le tendenze.
Lei, che è il modello per tanti chitarristi, a chi si è ispirato?
Chuck Berry. Non l’ho mai incontrato, purtroppo: non ama questo genere di cose. Un po’ come me: preferisco cantare invece di parlare di me.
Come si sente, di nuovo con l’uniforme da studente?
In effetti non mi vestivo così da qualche anno: l’ho tolta dall’armadio per girare il video di Rock n roll train e mi sono detto: “Sì, devi proprio metterla”.
State per partire in tour mondiale (il 28 ottobre dagli Stati Uniti, dal 18 febbraio in Europa): si emoziona ancora?
Sì e siccome divento nervoso, prima di salire sul palco cerco di concentrarmi. Malcolm tempo fa mi disse: “Non pensare a niente. Suona e basta, sei qui per questo” e ho sempre seguito il suo consiglio. Poi, davanti alla platea, passa tutto e mi sento bene. L’esperienza serve, ti tranquillizza.
A proposito di suo fratello: andate d’accordo?
Adesso più di una volta: eravamo cane e gatto. Però l’ho sempre ringraziato perché mi ha trovato un lavoro! E devo ammettere che fa più lui per me di quanto non faccia io per lui.
Un giudizio su Black ice?
Credo che abbiamo trovato il mood giusto. Non abbiamo dovuto spremere le meningi per arrivare alle idee e non abbiamo subìto pressioni; semplicemente ci siamo seduti, abbiamo parlato - Brandan O’Brien (produttore di Bruce Springsteen, ndr) è stato fondentale - e abbiamo registrato in 7 settimane.

Keith Emerson non pubblicava un album con una band dal 1994. Non una band a caso, ma gli ELP, ovvero Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer. Ora il mago dell’organo Hammond e dei sintetizzatori Moog - a 64 anni e in piena forma - azzarda e torna alle origini: il nuovo Cd si intitola Keith Emerson Band featuring Marc Bonilla e mischia 19 tracce di virtuosismi alle tastiere con arrangiamenti moderni. La voce graffiante del chitarrista Bonilla, storico collaboratore e le bacchette preziose di Gregg Bissonette, già batterista nella band di David Lee Roth e nella L.A. Super Session, fanno il resto. A parlarne con Panorama.it è l’artista.
Quanto tempo ha impiegato per realizzare il nuovo lavoro?
Tutto si è svolto velocemente e abbiamo registrato in pochi mesi le tracce. Poi abbiamo aspettato questo periodo per pubblicarlo, affinché fosse in vendita per Natale. Chi lavora nelle case discografiche, o in quello che ne rimane, consiglia di non far uscire un nuovo prodotto, se non è pronto per l’autunno.
Come definirebbe l’album?
È il mio primo album in studio dopo gli ELP e rappresenta il culmine del lavoro di una vita nella musica, ecco perché ho voluto completarlo con un Dvd del making of. Le composizioni sono nuove di zecca e portano la firma mia e di Bonilla e mi piace pensare che spingano in avanti il prog attraverso il format di cui mi sono servito in passato: un’opera concettuale di una certa estensione, seguita da pezzi più brevi e leggeri. Questo mix si svilupperà nei concerti, in cui adopererò le tastiere originali del disco con l’aggiunta di esecuzioni dal vivo.
Quindi ha in programma un tour.
Sì, ho voluto aspettare di pubblicare il Cd, prima di cominciarlo: ho fatto così tanti concerti sul repertorio degli ELP che qualcosa di nuovo ci vuole. Anche perché stanno facendo la stessa cosa altri due ragazzi: Carl Palmer, sebbene non abbia un tastierista, ha un chitarrista che suona il mio stesso materiale, e Greg Lake. Tanti si chiedono: se ci sono tre persone impegnate nello stesso obiettivo, perché non si mettono insieme? Bè, io sono pronto, ma bisogna muoversi. E Carl Palmer ha escluso più volte l’eventualità.
Porterà in giro i suoi vecchi strumenti?
Sì, mi accompagneranno i soliti Mog. Ma prima avranno bisogno di essere controllati a dovere. Bisognerà farlo anche dopo ogni viaggio: ci sono così tanti contatti nel sistema modulare che devono essere perfettamente puliti perché, se un contatto è difettoso, va a discapito dell’intera sessione.
LA GALLERY
“Questo per noi è solo un altro grande disco degli Oasis. La droga non aiuta, uccide la creatività. Infatti, per concludere questo album, ci siamo strafatti di gazzosa”. A presentare Dig out your soul - il Cd di inediti in uscita il 3 ottobre - mancava Noel, così Liam ha approfittato per lanciare al fratello qualche frecciata e fare il suo show da provocatore. Ironico, sagace, spocchioso, british fino al midollo.
Il nuovo album contiene riferimenti a di Dio, al bene e al male: si tratta di una svolta mistica?
Il mercato religioso porta milioni di persone, soprattutto in America, così cerchiamo di farci sentire anche da loro…
Soldier on, il brano che chiude il Cd, è una traccia piena di paura.
Più che una canzone sulla paura, è un pezzo sui momenti difficili che bisogna affrontare, tenendo duro per andare avanti. E poi la paura è una cosa reale e Soldier on esorta a superarla, quindi direi che esprime un concetto positivo.
Come decidete i brani da inserire nei vostri album? In questo ce ne sono due firmati da lei.
L’importante è che io possa cantare, poi non ha importanza che io canti pezzi miei o di altri.
Noel ha espresso il desiderio di dedicarsi a un progetto solista, ma ha aggiunto che non farà nulla senza il consenso dell’intero gruppo. Lei come si vede senza Oasis?
Fare dischi da soli è da sfigati e io non ne ho alcuna intenzione. Se qualcuno del gruppo sente la necessità di un proprio lavoro, si accomodi, ma non fa per me.
Da cosa è nata l’idea di passare le nuove canzoni agli artisti di strada?
Inizialmente era uno scherzo: tutti ormai scaricano i dischi gratis da Internet, così abbiamo deciso di regalare un brano. Poi abbiamo allegato a una rivista le partiture, che sono state suonate dai buskers. Le vendite dei dischi stanno calano da tempo, ma questo non cambia il nostro approccio verso la musica. E comunque la gente va sempre più volentieri ai concerti.
A proposito di live: il vostro tour mondiale sembra alquanto impegnativo…
Sarà la tournée più lunga della carriera; è già cominciata con un concerto in Canada e proseguirà fino a buona parte del prossimo anno.
I recenti gruppi di successo sono sempre meno legati al rock’n’roll puro, mentre voi continuate a suonare con chitarra, basso e batteria. Perché i fan non vi abbandonano? C’entra il suo carisma?
Che io abbia una personalità accattivante è sicuro. Se parliamo dell’Italia, a voi piacciono gli Oasis come agli Oasis piacete voi. Siete cool sotto ogni punto di vista: le donne, il cibo, il calcio… anche se è meno figo di quello inglese, in questo momento.
La copertina di Dig out your soul, opera del designer londinese Julian House, è molto psichedelica, mentre il vostro sound è cambiato parecchio.
Noi siamo meno psichedelici perché non ci facciamo più, chi ha disegnato la cover, invece, si fa ancora.
Qualche gruppo britannico che vi piace?
I Kasabian gireranno con noi l’Europa a gennaio e febbraio: sono gli unici che meritano una lode insieme ai soliti Primal Scream e Paul Weller. Gli Arctic Monkeys? Così così. E i Coldplay somigliano molto a Sting.
LA GALLERY
“Falsi d’autore” jazz : il maestro Alessandro Di Puccio (tra i suoi allievi anche il pianista Stefano Bollani) definisce così il progetto che ha ideato e realizzato con Les Italiens, l’orchestra fiorentina di cui è fondatore e direttore. Il gruppo, infatti, propone brani composti e arrangiati da Di Puccio stesso - con testi di Franco Pinzauti e Massimo Altomare - che ricreano l’atmosfera magica del jazz nato a Firenze nel dopoguerra. Venerdì, Les Italiens renderanno omaggio alla loro città con lo spettacolo gratuito Dopo la guerra arrivò un giorno la musica… in attesa della pubblicazione del Cd, che sarà pronto a inizio 2009. Panorama.it ha incontrato il maestro Alessandro Di Puccio.
Il jazz sta tornando di moda: cosa vi distingue dalle altre orchestre che rilanciano il genere?
Senza polemizzare, un conto è eseguire pezzi di Fred Buscaglione in un programma televisivo nazional-popolare, un altro è ricreare l’immagine storica, filtrata come in un film dall’immaginazione: noi ci impegniamo in questo da dieci anni.
Com’è nato il progetto?
Dal desiderio di riscoprire la musica italiana del dopoguerra e, in particolar modo, il jazz arcaico che si è sviluppato in Italia nel periodo successivo al veto fascista degli anni Trenta. E pensare che Romano Mussolini è stato un ottimo pianista jazz; mi ha confidato che, con il fratello Vittorio, fu sorpreso dal padre mentre ascoltava Glen Miller: Benito sparì, poi tornò con il violino per dimostrare la sua abilità. Torno alla domanda: gli anni Quaranta sono stati quelli di talenti come Duke Ellington e Benny Goodman, che unirono eccellenza e divertimento: il jazz negli Stati Uniti era nato da una sorgente popolare – spesso nei bordelli di New Orleans – per raccontare le storie drammatiche della comunità afro-americana, proprio come il blues. Poi, con lo swing, si era arricchito di danza e musica leggera e con questa dote sbarcò qui e trovò in Firenze la sede più accogliente.
Per quale motivo?
Fino al 1948, dal 1945, l’esercito nazista occupava ancora il nord e le sedi dell’Eiar, in seguito diventata Rai, di Torino, Genova, Milano erano chiuse; il capoluogo toscano era già stato liberato quindi tutti gli artisti si rifugiavano lì. Mio padre mi ha raccontato che sembrava di essere a Chicago: nelle orchestre Ferrari e Barzizza militavano il batterista Francesco Bausi, che non aveva nulla da invidiare ai colleghi americani e Marcello Boschi e Tullio Tilli, sassofonisti straordinari. Questi musicisti hanno creato qualcosa di unico avvicinando il liscio della nostra tradizione con lo swing: fino a mezzanotte, mazurka e valzer, poi jam session fino alle 3.
Gli stessi intenti con cui venerdì sera a Firenze celebrate il jazz nella sua culla italiana…
Nella splendida Piazza della Passera, con le voci di Mary Loscerbo, Massimo Altomare e la narrazione di David Riondino regaleremo - l’ingresso è gratuito - alla platea un assaggio dell’epoca. Con la sua ironia e la sua creatività, Riondino è perfetto per presentare Les Italiens: nel Cinquecento e nel Seicento il vocabolo indicava gli attori della commedia dell’arte che improvvisavano su un canovaccio. Come fa lui puntualmente.
Les Italiens sono: Alessandro Di Puccio (vibrafono, percussioni) Luca Marianini (tromba), Simone Santini (sax alto), Marco Bini (sax tenore), Dario Cecchini (sax soprano, baritono), Stefano Onorati (pianoforte), Luca Gelli (chitarra), Francesca Taranto (basso elettrico, voce), Alessandro Fabbri (batteria),Massimo Altomare e Mary Loscerbo (voce).

Tommy Lee dei Motley Crue - (AP Photo/Damian Dovarganes)
Voce sensuale, un po’ assonnata: quando gli parliamo, Tommy Lee è in California e il fuso orario segna le 13.30: i Mötley Crüe hanno suonato ieri sera e il batterista si è svegliato da poco. Ci aspettiamo un paio di risposte secche e poca cortesia, al contrario, l’ex marito di Pamela Anderson è disponibile e di buon umore. Motivo per cui gli non ci facciamo scappare l’occasione di chiedergli del suo privato, oltre che del nuovo album Saints Of Los Angeles e della tournée che porterà tra qualche mese la band in Italia (e online gratis venerdì).
Come definirebbe il nuovo album dei Mötley Crüe?
“Saints Of Los Angeles è una bomba! Mi piace molto perché siamo riusciti a fondere le sonorità moderne con quelle che hanno caratterizzato il nostri primi lavori. Una miscela di old school e new school niente male”.
A proposito di scuola: lei è un mito per molti batteristi: qual è il suo?
“Senza dubbio John Bonham dei Led Zeppelin è da sempre la mia fonte di ispirazione, ma di colleghi bravi ne girano parecchi”.
Siete in tour da quasi un mese e ogni concerto è sold out…
“Stiamo ricevendo un’accoglienza incredibile. Per questo abbiamo deciso di fare un regalo ai nostri fan: venerdì, chiunque può collegarsi al sito e gustarsi gratis lo show di Las Vegas. Basta prenotare il posto alla svelta su www.deeprockdrive.com”: le poltrone virtuali stanno andando a ruba”.
Il live toccherà anche l’Italia?
“A settembre terremo una conferenza stampa per il tour europeo: non abbiamo ancora fissato il calendario preciso, ma credo che saremo da voi verso novembre”.
La vedremo ancora volare sopra il pubblico con la sua batteria?
“Certo! Arriverò a testa in giù fino all’ultimo spettatore! In questa tournée, poi, mi porto dietro tre set di batterie: quella sul palco è tradizionale, mentre le altre due sono una tutta in metallo e una elettronica”.
Il lato positivo e quello negativo di passare mesi on the road?
“Quando sto a casa a lungo, non vedo l’ora di partire in tour e viceversa… Direi che il bello di stare in giro è che ti permette di apprezzare la vita casalinga. Il brutto è la lontananza dai miei figli Brandon e Dylan, che abitano con me. Se sono in vacanza, riesco a vederli di più, ma se vanno a scuola, è un’impresa stare con loro”.
Cosa fate insieme?
“Tutto. Brandon ha 12 anni, Diylan 11: giochiamo ai videogame, nuotiamo, suoniamo: stanno imparando batteria, chitarra e piano. Poi andiamo in moto e sullo skate”.
E che valori insegna loro?
“Ad avere buone maniere, a essere rispettosi e leali. Sembrerà impossibile, ma è così: un padre non può che impartire questo genere di lezioni”.
Ha sempre avuto compagne bellissime: cosa pensa delle donne italiane?
“Le trovo splendide e adoro il loro accento. Ho sposato due bionde (Pamela Anderson e Kimberlea Gayle Cloughley ndr), ma devo ammettere che ho un debole per le brune”.
S’ è mai fidanzato con una mora?
“Sì, un anno e mezzo, con la ex moglie di Prince, Mayte Garcia. Pelle ambrata, sguardo intenso, bocca carnosa: semplicemente bellissima!”.

Xavier Rudd
Xavier Rudd è uomo di mare e immerge ogni suo Cd nelle acque cristalline della sua Bell’s Beach, nel sud dell’Australia, resa celebre dal film Point Break.Anche il nuovo album Dark Shades of Blue, il settimo - che sarà pubblicato il 5 settembre - trae ispirazione dalla natura meravigliosa e dalle tradizioni nelle quali è cresciuto questo talento musicale.
Il biondissimo 30enne che passa con nonchalance dalla chitarra al surf, dal didgeridoo (strumento a fiato degli aborigeni australiani) alle manifestazioni in favore degli aborigeni, è in Italia per tre one man show impedibili: il 24 luglio ad Arezzo (Parco Fortezza) e il 27 a Roma (Roma Rock Festival) aprirà i concerti di Ben Harper, surfista come lui, mentre domenica 27 si esibirà a Osnago (Festa di Liberazione).
Si divide tra musica e surf: la tavola l’ha ispirata molto per le canzoni?
“Parecchio. Ho trascorso tutta la vita a pochi passi dalla spiaggia: era inevitabile per me trarre spunto dalla natura e dal mare. Ma è soprattutto dalle ore a cavallo delle onde che nascono i pezzi; poi torno a riva e butto giù le idee. In Nuova Zelanda con Jack Johnson ho composto Traffic In The Sky. Anche quando scivolo sullo snowboard la mente si libera: in Canada ho scritto The Mother dopo una discesa spericolata”.
E la sua passione per la musica a quando risale?
“Mio padre ha sempre ascoltato i cantautori, è un grande fan di Neil Young e Paul Simon e, quando avevo dieci anni, mi ha portato al mio primo concerto: una tappa dello strepitoso Graceland Tour di Paul Simon. Sono stato folgorato dalla forza del ritmo e ho deciso di prendere in mano la chitarra; poi mi sono cimentato con le percussioni e con alcuni strumenti autoctoni come il didgeridoo: ora mi accompagnano tutti sul palco”.
Lei si batte anche per i diritti degli aborigeni australiani…
“Mio padre è aborigeno, mia madre è metà irlandese e metà olandese: la cultura aborigena er il mondo intero è un regalo immenso, purtroppo non abbastanza celebrato. Sono molto legato alla mia terra e alla natura, sono cresciuto in mezzo al verde: da piccolo contemplavo ciò che avevo intorno e lasciavo libero il cuore. Lo faccio ancora e continuo ad abitare tra gli alberi e cerco di difendere i diritti delle popolazioni indigene perché la loro è una cultura antica e mi ritrovo in loro: come me, credono in madre natura, nel suo spirito creatore e affondanole radici nelle tradizioni ancestrali”.
Qual è il messaggio del nuovo Cd?
“Dark Shades of Blue è più cupo rispetto ai lavori precedenti, più heavy, sia nei testi sia nelle sonorità. Eppure, di fondo, rimane la positività che mi contraddistingue, che sprigiona il sole. Il disco è un diario di bordo, perché l a vita che affronto giorno per giorno è un viaggio. Spero che le tracce possano diventare la colonna sonora di qualcun altro: sarebbe un grande onore. Nelle canzoni benedico il magnifico tempo che viviamo in questo mondo. Un mondo splendido che stiamo mandando al macero”.
Ha lavorato alla colonna sonora del film Surfer Dude: ha incontrato Matthew McConaughey, il protagonista?
“Sì anche lui è un surfista e mi ha proposto di dare il mio contributo dopo avermi ascoltato dal vivo alle Hawaii. È un tipo simpatico, molto alla mano”.
E Jack Johnson e Ben Harper con i quali ha condiviso il palco?
“Jack è straordinario: umile, gentile e riflessivo. Ben, per ora, l’ho soltanto salutato in qualche occasione: finalmente in questi giorni riusciremo a parlare di slide guitar e surf!”.
Ha già suonato in Italia?
“L’anno scorso, a Milano e Roma, ed è un piacere tornare: è il Paese del sole e siete calorosi e disponibili come nessun altro. Ho ricevuto così tanti inviti per cene e festei che, se li avessi accettati tutti, sarei dovuto fermarmi due mesi…”.

Nel Regno Unito non esiste una band più acclamata: The Ting Tings sono Jules De Martino e Katie White e il loro pop è di culto per le raffinatezze indie.
Dopo aver trionfato a Glastonbury, il duo britannico questa sera accenderà Livorno (il concerto fa parte della rassegna Italia Wave) con i brani infiammati del Cd di debutto We Started Nothing. L’album è balzato in un lampo testa alle classifiche di mezzo mondo grazie ai singoli Great Dj e That’s Not My Name e scommettiamo che il terzo pezzo Shut Up And Let Me Go si farà largo tra le hit.
La frontwoman e il batterista raccontano a Panorama online la loro carriera fulminante.
Avete un nome curioso: da dove avete tratto ispirazione?
Katie: Ting Tings proviene dal cinese mandarino e significa il suono dell’innovazione in una mente aperta, ma anche quel genere di gazebo in cui le band suonano nei parchi. E poi ci piaceva il suo suono onomatopeico. Solo dopo abbiamo scoperto che, togliendo la ’s’, è una parolaccia in giapponese!.
Come definisce lo stile del gruppo? Pop con velleità indie o viceversa?
K: Le nostre sonorità sono puro pop, ma per qualche ragione si è sparsa la voce che eravamo cool e cool in Gran Bretagna è sinonimo di indie… Abbiamo cercato in tutti i modi di dimostrare il contrario, ma non c’è stato verso! Però, ammetto che ci caratterizza un aspetto indie: i dischi fatti in casa. Ci piace scrivere le canzoni e occuparci per conto nostro dei dettagli.
Quando è nata la vostra collaborazione?
K: Lavoriamo insieme da quasi cinque anni e la nostra base è Salford, nel nord dell’Inghilterra. Sono nata lì, in una fattoria, a pane e musica pop: ascoltavo i Take That, suonavo la chitarra e cantavo nella solita girlband anni Novanta nei night club per lesbiche. Poi ho incontrato Jules, che si è trasferito da Londra e, in un vecchio stabilimento in disuso abbiamo creato il Mill, un laboratorio artistico dove Jules mi ha fatto ascoltare per la prima volta Talking Heads e Velvet Underground e Smiths. Ci siamo dedicati progetto Dear Eskiimo, del quale faceva parte un anche un Dj, ma ci mancava la fiducia, forse non riuscivamo a dare il massimo e la casa discografica ci ha sbattuto la porta in faccia all’improvviso. Poi, un giorno, Jules ha preso in mano le bacchette della batteria, io ho imbracciato la chitarra ed è cominciato l’esperimento Ting Tings…
Jules: Katie suonava un accordo che le avevo insegnato senza impegnarsi particolarmente. Lì ho realizzato che era arrivato il nostro momento: con un accordo strampalato avevamo trovato la carica giusta. Abbiamo aggiunto un loop e Great Dj era pronta.
Come lavorate? Vi dividete i compiti?
J: No, partecipiamo in identica misura alla composizione dei testi e delle musiche: se un’idea suona bene, non importa chi ne sia l’artefice. Spesso gli spunti nascono per strada, in viaggio, magari in tour, poi andiamo in studio e cerchiamo di registrare in tempi rapidissimi: non esiste un luogo che ammazza la creatività più di quello. We Started Nothing in sei settimane era terminato, per questo non mi stupisco che il pubblico lo recepisca al primo ascolto: lanciare una bomba di energia era proprio quello che intendevamo fare.