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Basta la parola, recitava un vecchio slogan pubblicitario. Il problema, come sempre, è capire quale parola. Prendete per esempio il verbo navigare: storicamente indica lo spostarsi per fiumi o per mare, il viaggiare di persone e cose. Oppure il tentare di cavarsela in situazioni non facili. Da qualche anno però, navigare indica pure “il muoversi all’interno di un ipertesto”, un mare di parole (appunto) e immagini: Internet. Niente di nuovo per carità. Da sempre funziona così. Il tempo consuma, arricchisce, trasforma o deforma. Pubblico per molti è l’aggettivo riferito a proprietà e servizi dello stato. Per tanti è innanzitutto quello che sta davanti alla televisione. Lo slittamento semantico è all’ordine del giorno, non da oggi. Purtroppo, anche l’uso approssimativo delle parole.
Su Rai 3, da qualche anno, ogni mattina va in onda un programma - Verba Volant di Peter Freeman e Alessandro Robecchi - che cerca di capire come siamo cambiati e stiamo cambiando. A partire da una parola, prova a leggere l’evoluzione della nostra società.
“Dopo l’aria e l’acqua le parole sono la cosa che usiamo tutti, tutti i giorni, ma raramente ci chiediamo come le usiamo”, spiega Robecchi, giornalista e autore tv. “Eppure è strabiliante quello che dicono le parole, anche quando non vogliamo dirlo. Io e Peter Freeman ci pensavamo da un pezzo. Poi un giorno abbiamo sentito al telegiornale che presunti terroristi avevano consegnato una “presunta videocassetta”. Proprio così: presunta pure la videocassetta. E ci siamo detti: ma che razza di modo è di usare le parole. Poi ci siamo stati più attenti e abbiamo troviamo migliaia di casi, alcuni divertenti, altri strabilianti, altri proprio lunari…”. Un lavoraccio, verrebbe da dire. La parola più divertente da raccontare? “Fin’ora, in quattro edizioni di Verba Volant, abbiamo esplorato più o meno 400 parole, dunque capisci che è difficile fare una classifica. Ci sono parole molto “dense”, che vanno spiegate e raccontate nelle loro diverse accezioni, tipo “laico”, per esempio, o “precario”, che viene da preghiera e rende bene l’idea di qualcuno che implora un lavoro… Ma poi si finisce sempre a divertirsi di più quando si gioca con parole normali, quotidiane, persino banali”.
In definitiva, la parola logora (nel senso che ne siamo tramortiti) o si logora (nel senso che ne abusiamo)? “Tutte e due le cose, e anche no. Mi spiego”, prosegue Robecchi: “Alcune parole logorano noi, alcune le logoriamo noi, altre si modificano, cambiano, vengono usate in un’accezione per qualche anno, poi cambiano significato, svoltano senza mettere la freccia, modificano il loro senso senza preavviso. Non c’è inquisito in Italia che non dica “sono sereno”. “Evento” intende sia lo sbarco sulla Luna che un appuntamento mondano. Insomma, alla fine non è facile dire se siamo noi che corriamo dietro alle parole o loro che prendono in giro noi. È una bella lotta. In ogni caso è molto stimolante farlo in tv, perché quando alle parole devi associare delle immagini (il montaggio è molto serrato, alla Blob) le ambiguità si moltiplicano e una parola può diventare come un cubo di Rubick… a proposito: “cubo”, e “cubista”? “Trono”, e “tronista”? Ho l’impressione che potrebbe non finire mai..”
Verba Volant: la parola “Fortuna”
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Lo chiamano marketing virale e, tradotto in italiano, suona più o meno così: “un’evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna”. Sommato alla partecipazione attiva degli utenti (user generated content) può dare risultati soprendenti, come dimostrano le campagne pubblicitarie di alcune aziende.
Prendete Google. Lo scorso luglio, Gmail - il servizio gratuito di posta elettronica gestito da quello che ormai viene riduttivamente definito motore di ricerca - ha lanciato un’iniziativa aperta a tutti gli utenti della rete: aiutateci a fare un video. Ovvero: date un volto, trovate un’immagine, sintetizzate in un frame il funzionamento e il senso della posta elettronica. Meglio, della nostra posta elettronica. Gmail, appunto. Girate la vostra clip, pubblicatela su Youtube (che è sempre di Google) e poi vedrete.
Nel giro di poco più di un mese - il contest si è chiuso un paio di settimane fa - a Gmail hanno risposto oltre un migliaio di persone da una sessantina di paesi (qui si possono vedere tutti i video e qui c’è invece una mappa, ottenuta con software Google, che indica da quali parti del mondo sono arrivati i filmati). Eccone alcuni:
Così, a costo quasi zero, Google fa parlare di sé in rete, genera traffico su Youtube (solo il video di Gmail final cut, al momento, è stato visto da quasi tre milioni di persone) e spinge gli utenti a usare i suoi prodotti (Gmail, Gmaps, Gearth e Youtube). Il risultato finale (Gmail Final cut) di questa campagna pubblicitaria in cui autori e target coincidono, è una bella clip, montata da quelli di Google mischiando piccoli spezzoni di alcuni dei video arrivati. Eccola:

Film lovers will love this. S’intitola così, con un certo ottimismo visto i luoghi comuni imperanti, il filmato che l’Unione Europea ha presentato qualche mese fa al Festival di Berlino e ha pubblicato di recente su Youtube. Un video di 44 secondi che mette insieme 18 spezzoni di film firmati da registi del calibro di Almodovar, Jeunet e Lars von Trier. Piccoli frammenti che raccontano di amanti che si amano (e cosa dovrebbero fare, altrimenti?) fino a raggiungere l’agognata meta. Quindi, una scritta: Let’s come together.
“Gli amanti dei film lo ameranno”, dunque, ma molti lo criticano. Immorale, lo bolla per esempio il parlamentare europeo Maciej Giertych, eletto per conto della “Lega delle famiglie polacche” ed evidentemente all’oscuro della celebre battuta (”È sporco il sesso? Solo se è fatto bene”) di Woody Allen.
In ogni caso, gli scandalizzati (ma anche i non) possono sempre rifarsi con questi altri video - realizzati sempre dalla Ue nell’ambito delle sua campagna a sostegno del cinema europeo. Buona visione.
Romanticism still alive in Europe’s films
Singing the blues on the silver screen
European films — tapping into the talent

I confini tra chi scrive e chi legge, tra chi guarda e chi filma, sono spesso meno netti di quanto ci si immagini. Da tempo piccole aziende e grandi società hanno deciso di provare a coinvolgere direttamente il pubblico per ideare uno spot o realizzare una campagna pubblicitaria. Partecipazione, interazione e condivisione - le parole chiave di quell’insieme di tecnologie che va sotto il nome di Web 2.0 - sono anche alla base di diversi esperimenti in rete, per esempio di scrittura collettiva. Un modello partecipativo che per Nokia significa anche cinema 2.0. Detto in italiano: lo spettatore smette di essere “semplicemente” tale e partecipa attivamente a tutta la fase di realizzazione del film. Si fa venire un’idea - quella sarebbe sempre indispensabile - scrive una parte della sceneggiatura o si propone come attore, discute con gli altri come sarebbe meglio procedere. Cinema partecipativo, si dice.
Il progetto NseriesLovesCinema di Nokia - che oltre all’idea e ai soldi ci mette i dispositivi multimediali che servono per girare il serial movie - muove da qui. Un serial-movie- Tigri di carta - su Internet, in 14 episodi di 3 minuti ciascuno, con due attori italiani di fama (Alessandro Haber e Rocco Papaleo), la regia di Dario Cioni e il contributo di due autori di fumetto: John Doe e Daniel Zezelj, che avranno il compito di guidare tutti i partecipanti al sito www.playthelab.it. Il pubblico, appunto, che dovrebbe smettere di essere tale e partecipare alla stesura della trama, al casting e anche alla recitazione. A partire dal 28 maggio, ogni 15 giorni, i due fumettisti forniranno ai partecipanti una traccia da cui partire per realizzare un episodio del serial-movie o proporsi come attore per uno dei personaggi. Alla giuria artistica (Haber, Papaleo, Batoli, Zezelj e Cioni) l’ardua sentenza. Il risultato finale dovrebbe essere una contaminazione di stili, di tecnologie e di generi. Il film di Nokia, coprodotto con On my Own in collaborazione con Medusa Multicinema, sarà girato nei prossimi mesi e pubblicato on line successivamente.
Il Plot del serial movie è più o meno questo. Loro sono Ugo ed Enea: due sognatori che lavorano per una misteriosa organizzazione paragovernativa: il Gruppo Tigri. La loro arma è la fantasia. Il loro compito capire che fine fanno le creature magiche. Intanto, Enea Urano (Alessandro Haber) e Ugo Merope (Rocco Papaleo) hanno accettato di rispondere in esclusiva ad alcune domande (o presunte tali) di Panorama.it. Ecco il video.
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Il plot del serial movie Tigri di carta è più o meno questo. Loro sono Rocco ed Enea. Due sognatori in servizio permanente che lavorano per una misteriosa organizzazione paragovernativa: il Gruppo Tigri. La loro arma è la fantasia. Il loro compito capire che fine fanno le creature magiche: esseri fantastici realmente esistenti, a dispetto dei luoghi comuni. Medium, fatine e vampiri, capaci di aprire una crepa nel grigiore di una società che mortifica i sognatori. Da qualche tempo le creature magiche spariscono nel nulla. Come per incanto, appunto. Ugo, 40 anni e disoccupato cronico è il tipo capace di finire nei guai piuttosto di rinunciare a una battuta. Il sarcasmo non manca però neanche al finto burbero Enea, 50 anni e una vita passata nel Gruppo Tigri. Per dire, Enea apostrofa così Ugo: “Oggi è un buon giorno per morire, ma è un giorno ancora migliore per uscire con tua sorella”. Insieme, Rocco ed Enea cercano di capire cosa stia succedendo alle creature magiche. L’esito di questa ricerca però è tutta da scrivere. Letteralmente. Per farlo, leggete tutti i dettagli del caso su www.playthelab.it. Al via il 28 maggio 2007, con la traccia del primo episodio: “Sogno quindi sono”.
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Un racconto visivo che parte dalla fine dell’Ottocento e arriva fino ai primi anni Duemila: un centinaio di scatti fotografici, selezionati dalla Fratelli Alinari, che descrivono come l’evoluzione demografica e i cambiamenti economici e culturali hanno ridefinito il concetto stesso di famiglia. Ritratti - cento anni di famiglie italiane è il titolo della mostra fotografica, allestita all’Istituto degli Innocenti di Firenze fino al 23 giugno 2007, che racconta per immagini la trasformazione della famiglia italiana.
Nel 1951, per esempio, più della metà della popolazione italiana (il 54%) viveva in famiglie di 5 o più componenti. Poi, quasi tutto è cambiato (file .doc) nel giro di quarant’anni. Nel 2001, solo un abitante su 7 (il 14%) viveva in una famiglia numerosa. Detto in altri termini: è aumentato il numero delle famiglie, si è ridotto il numero medio dei suoi componenti. Sono cambiate molte altre cose in questi anni, anche per questo diversi studiosi preferiscono ormai declinare il termine famiglia al plurale. A ben vedere, poi, non è novità nemmeno questa. Già Federico Fellini diceva che “la più grande unità sociale del Paese è la famiglia. O due famiglie: quella regolare e quella irregolare”.
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- Tags: Agip, Algida, carosello, China-Martini, Falqui, Gigliola-Cinquetti, Paulista, pubblicità, Raffaella-Carrà, rai, spot, video
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Carosello è durato vent’anni scarsi: tanti per un programma televisivo. Nato nel 1957, è stato però chiuso oltre trent’anni fa, nel 1977. Eppure, quei due minuti e quindici secondi vengono ancora oggi celebrati su Internet, omaggiati nei musei e sulle pagine dei giornali.
Forse, perché il carosello rimane per un’intera generazione il ricordo di infanzia più nitido. Televisivamente parlando, è chiaro. Quando ancora non c’erano 7 canali generalisti, Sky, il decoder e il digitale terrestre, decine di canali per bambini e altre decine che ci trattano come bambini, la frase tipica di ogni genitore era: “Il carosello, e poi a letto“. Anche se spesso non era vero.
Il carosello è stato un modo di fare pubblicità che ha fatto la storia delle televisione e che rivisto oggi sembra dirci molto anche sul modo di pensare e di parlare tipico di quegli anni. Di cui non è detto si debba avere nostalgia. O forse il carosello raccontava invece un italiano fantastico, che non esisteva.
In ogni caso, il format era rigido nei tempi e nei modi: bianco e nero, qualche minuto di “storia” e al massimo 35 secondi di reclame del prodotto. Altri tempi, in tutti i sensi, rispetto alle veloci clip di oggi. Piccolo storie capaci di catturare milioni di persone. Eccone qualcuna.
Sigla carosello
Lambretta Innocenti, con Gigliola Cinquetti
Algida, con Patty Pravo
Agip, con Raffaella Carrà
Falqui
Paulista
Barilla, con Mina
China Martini
Miguel, il merendero
La linea Lagostina
L’ultimo carosello: Stock, con Raffaella Carrà
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto/5maggio_flickr/normal_zillig.jpg)
Quello che succede in un certo istante, in tutto il mondo, nello stesso giorno. Nello specifico, il 5 maggio 2007. Un’immagine e una sola per raccontare la propria giornata. Questa la proposta lanciata nelle scorse settimane da Flickr, il sito che consente di pubblicare e condividere le proprie foto e che raccoglie in tutto il mondo migliaia di appassionati e professionisti.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto/5maggio_flickr/normal_umami.jpg)
Terminata la 24 ore, adesso sul sito è possibile guardare le prime foto che raccontano quello che migliaia di flickers hanno immortalato. Immagini curiose, belle o anche decisamente poco interessanti. Nessun problema, fa parte del gioco. Che prosegue ancora: c’è tempo fino al 21 maggio per inviare il proprio scatto. Poi, il gruppo di Flickr sceglierà le migliori e ne farà un libro. A pagamento e con parte dei proventi destinati a Médecins Sans Frontières.
Guarda la Gallery con una selezione di foto di 24 hours of Flickr