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Oltre i confini: barcamp letterari e web radio per la Fiera del Libro

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  • Tags: barcamp, confini, Fiera-del-Libro, libri, Litcamp, Luca-Sofri, Matteo-Bordone, Radio3Web
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[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/maguisso/]luisvilla[/url] by Flickr)[/i]
La Fiera del Libro di Torino festeggia il suo ventesimo compleanno all’insegna del confine, il tema scelto come filo condurre dell’edizione 2007: “il confine è infatti ciò che segna un limite, e dunque separa, ma insieme unisce, mette in relazione” (leggi Torna la Fiera del Libro di Torino: avere vent’anni e non sentirli). Internet e le nuove tecnologie, intese come la possibilità di essere contemporaneamente fruitori e produttori di qualcosa, hanno spesso reso meno evidente quella linea di separazione che divide lettori, scrittori e editori. “La Rete dei Segni” è appunto il nome del Litcamp, ovvero il barcamp letterario che si terrà sabato 12 maggio a Torino, “in contemporanea con la Fiera del Libro di Torino per garantire la possibilità ai visitatori della Fiera di partecipare al Litcamp e viceversa” come si legge sul blog degli organizzatori.

Il barcamp è un incontro pubblico che però, a differenza di quelli più tradizionali, ha l’ambizione di abolire la distinzione tra pubblico e relatori. Per questo viene spesso presentata come “non conferenza”. Nati come eventi in cui discutere di argomenti tecnologici (leggi ZenaCamp: in 200 alla non-conferenza dedicata al Web), i barcamp hanno decisamente ampliato la gamma di temi affrontati. Il Litcamp di Torino è dunque un barcamp letterario che chiama a raccolta decine di blogger italiani, ma anche giornalisti, scrittori e chiunque sia interessato a discutere di “scrittura ed editoria all’epoca di Internet”. Per i pigri o già impegnati altrove, gli organizzatori del Litcamp hanno previsto anche una diretta web audio e video.

Sempre oltre i confini, ma quelli dell’etere, è invece l’iniziativa Rai di Radio3Web. Luca Sofri e Matteo Bordone, giornalisti, blogger e conduttori di Radio 2, hanno infatti in programma di seguire la Fiera del libro attraverso una webradio che trasmetterà solo su Internet, in collaborazione con Fahrenheit e Radio3Scienza, due programmi culturali storici della radio pubblica. Il palinsesto prevede “24 ore su 24 con un ciclo di otto ore che si replica tre volte”. Vale a dire: “in diretta dalle 12 alle 20″ e poi si risente quello che eventualmente ci si è persi. L’indirizzo internet a cui collegarsi è www.radio3web.rai.it. E l’obiettivo è chiaro: cercare, scrive Luca Sofri sul suo blog, “di inventarci delle cose diverse e di togliere solennità e prevedibilità al mondo editoriale”.

  • andrea.dambrosio
  • Lunedì 7 Maggio 2007

Citazioni di film e video autoprodotti: precari su Youtube

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  • Tags: filmato, lavoro, precariato, video, youtube
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Un omino, forse in bicicletta, sale e scende con difficoltà lungo una pista.
La strada è dissestata, l’equilibrio incerto. Il rischio di cadere costante. Benvenuti nel mondo del precariato, così come lo racconta con un breve video Martina, che spiega su Youtube: “La vignetta rappresenta il mondo del lavoro oggi, con le sue rampe, i suoi salti e le sue discese”.


Basta fare una rapida ricerca su Internet per imbattersi in decine di video autoprodotti, spezzoni di programmi televisivi o citazioni di film che raccontano il lavoro (o il non lavoro). Filmati divertenti, amari, disperati o autoironici. Eccone qualcuno.

Precario in un torbido lunedì

Precario per aria

Ascanio Celestini - Lavoratori notturni


Albanese-Cetto La Qualunque: liste di collocamento


I vitelloni: Alberto Sordi saluta i lavoratori

Woody Allen: colloquio di lavoro

  • andrea.dambrosio
  • Venerdì 27 Aprile 2007

Flickr: raccontate il mondo con le foto. Tutti lo stesso giorno

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  • Tags: 5-maggio, Flickr, foto
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Cosa succede nel mondo in un giorno qualunque? Per saperlo, e vederlo, bisognerà aspettare il 5 maggio 2007, e fare un salto su Flickr. Il sito, che consente di pubblicare e condividere le proprie foto e che raccoglie in tutto il mondo migliaia di appassionati e professionisti (leggi Il Festival di Roma ha scoperto le foto di Flickr), ha infatti lanciato per il 5 maggio una “24 ore” in cui invita ognuno a raccontare la propria quotidianità. L’obiettivo è condividere attraverso le immagini il mondo per come lo vediamo. Tutti lo stesso giorno. Ci sarà poi tempo fino al 21 maggio per spedire le foto a Flickr, che celebrerà l’evento anche con un libro e diversi altri eventi. Tutti i dettagli su 24 hours of flickr.

  • andrea.dambrosio
  • Venerdì 27 Aprile 2007

Centochiodi torna a dividere. Cosa sono in fondo i libri?

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  • Tags: centochiodi, ermanno-olmi, Giornata-mondiale-libro, libri, sapere, vita
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“I libri, se non diventano vita incarnata, sono oggetti inchiodati nella rigidità di un sapere inutile”. Ermanno Olmi torna a spiegare così uno dei passaggi emblematici del suo ultimo film, quello dell’inchiodatura dei libri.
Il regista di Centochiodi (e anche de L’albero degli zoccoli, Il mestiere delle armi e molti altri film) replica oggi sulle pagine del Corriere della Sera alle critiche che Oliviero Diliberto, bibliofilo e segretario del Pdci, gli aveva mosso qualche giorno fa in occasione della Giornata mondiale del libro: “Sarò provocatorio, ma ora ci si è messo pure Ermanno Olmi: lui lo avrà fatto pure con le migliori intenzioni, ma lo scegliere di inchiodare libri in nome di una presunta purezza del cristianesimo è profondamente diseducativo, perché individua il libro come un pericolo da estirpare. Operazione non dissimile a mille altre fatte in passato che hanno portato a immani tragedie”. E ancora: “i libri vengono distrutti sempre in occasione di eventi terribili e luttuosi”. Come per esempio è accaduto in Iraq: “Le guerre distruggono le città e di conseguenza bruciano anche le biblioteche. Basta ricordare le ultime devastazioni criminali in Iraq”. Una critica che ha trovato sponda in Alfredo Mantovano, ex sottosegretario di An: ”Per una volta sono d’accordo con Oliviero Diliberto. Un evento direi. Trovo anch’io diseducativo il film di Olmi. Bruciare i libri? Si sa come si comincia, ma non si sa dove si va a finire”.

Il regista ribatte sul Corriere che evidentemente non si è colta la “provocazione del paradosso” e conclude con ironia: “Tuttavia, dopo essere stato redarguito, mi rendo conto della gravità della mia colpa e farò pubblica ammenda. Riconosco che il paradosso del mio film è talmente diseducativo che il contesto in cui ci troviamo inorridisce: infatti, la qualità del dibattito della nostra classe politica, la correttezza dei comportamenti parlamentari, il rigore della spesa nelle funzioni pubbliche, la sollecita giustizia, la eguaglianza di trattamento nella sanità, la autorevolezza degli insegnanti nella scuola, l’educazione e il sostegno della speranza per i giovani, la democrazia stessa, tutto è così altamente educativo che per consolarmi della mia colpa cercherò anche un solo amico disposto a bere un caffè in mia compagnia”. In un’intervista all’Avvenire, Olmi aveva già provato a chiarire il suo punto di vista in materia: “Mi chiedi se l’inchiodatura dei libri che mostro nel film può sembrare dissacrazione della cultura accademica e anche religiosa. Posso rispondere che troppo spesso proprio certa cultura mal intesa e le religioni stesse hanno profanato la sacralità della vita umana”.

Il film e anche il trailer che lo ha accompagnato (”Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”) hanno sollevato critiche (come quelle di Giuliano Ferrara o di Nico Orengo, per esempio), ma anche elogi (tra gli altri Claudio Magris, nel libro pubblicato con lo stesso titolo del film da Federico Motta editore, e Padre Ruggiero Cantalamessa, predicatore di Casa Pontificia che ha rievocato la famosa scena del film per poi citare San Paolo: “La scienza gonfia, l’amore edifica”). Polemiche rimbalzate dai giornali ai blog. Il rapporto tra fede, cultura e vita i temi del dibattito. Perché, per Olmi, “la parola scritta può anche dire solide verità. Ma la sostanza di un gesto, di un atto compiuto, vale più di qualsiasi sostantivo impresso in una pagina. Prova a domandarlo a qualsiasi innamorato. Insisto: la parola può evocare la vita, ma solo la vita è viva”. E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con Olmi?

Leggi da Panorama n.15, del 12 aprile 2007 le opinioni di Mauro Anselmo, Filippo Di Giacomo, Adriano Sofri, Ignazio Ingrao, Goffredo Fofi.

Il trailer del film

La religione, l’educazione e la religione per Ermano Olmi

  • andrea.dambrosio
  • Giovedì 26 Aprile 2007

Videominuto: 60 secondi per dire tutto. Con un filmato

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  • Tags: Centro-per-lArte-contemporanea-Luigi-Pecci, video, Videominuto, youtube
  • Un commento

http://www.videominuto.it/
Sessanta secondi non sono sufficienti neppure per leggere il bando di concorso. Eppure, devono bastare: “Il tempo stringe, specie in video”. Videominuto è infatti il nome del festival, giunto alla sua 15esima edizione, organizzato dal Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci e da Controradio in collaborazione con Comune e Provincia di Prato. Una rassegna internazionale di video che si  propone di indagare la sintesi e la brevità come forma espressiva. Le condizioni per partecipare sono: avere una buona idea e saperla realizzare. In sessanta secondi. L’iniziativa infatti al pari di altre, per esempio la mostra Tous photographes!: leggi l’articolo, si propone di coinvolgere chiunque abbia estro creativo e dimestichezza con una videocamera. I filmati devono pervenire entro il 5 giugno 2007; la proiezione delle opere selezionate avverrà al Centro L. Pecci di Prato il prossimo 8 Settembre. Il primo classificato, l’anno scorso c’erano in concorso 300 opere provenienti da 30 paesi, si porta a casa 1000 euro (da qui il nome del concorso: 1000 EURO x 1 MINUTO).  “60 secondi possono bastare ad elaborare video-cartoline, appunti per lungometraggi a venire, aforismi, note filosofiche, short cuts, documenti in pillole, spot devianti, ipotesi narrative…” si legge sul sito della rassegna. E c’è da credergli. Basta guardare su Youtube alcuni video (per curiosa scelta dei promotori non è possibile pubblicarli su nessun altro sito) selezionati negli anni passati.

  • andrea.dambrosio
  • Martedì 24 Aprile 2007

Design anonimo: la storia sono loro, gli oggetti senza nome

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  • Tags: alberto-bassi, ciao, cose, design-anonimo, electa, gedy, lagostina, merci, Osvaldo-Cavandoli, superga, umberto-eco
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Il motorino, il tram, le scarpe da ginnastica, i doposci, la pentola a pressione, la Bic, la moka, il tratto pen e i cerini (nel senso di fiammiferi). Ma anche il fiasco di vino, la tanica da benzina, il lucchetto antifurto o la grattugia per il formaggio parmigiano. Oggetti, semplici oggetti che tutti usiamo (o usavamo) ogni giorno. Quasi sempre senza sapere, né domandarci, chi li ha progettati. Cose che spesso identifichiamo con il loro valore d’uso o con il nome dell’azienda che li produce. Merci no brand e no name senza le quali, come già scriveva Umberto Eco più di vent’anni fa, “non si capisce né cosa sia l’Italia, né cosa sia il design”.

Si deve ad Alberto Bassi, critico del disegno industriale e docente dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, il merito di aver messo in fila uno dopo l’altro i tanti oggetti d’uso che popolano la nostra vita e di averli raccontati nel saggio “Design anonimo in Italia - Oggetti comuni e progetto incognito” (Electa). Una storia delle cose e delle merci (guarda le immagini) che si fa racconto dei consumi, del design e dell’industria italiana, e che soddisfa anche la curiosità di chi è cresciuto con un paio di Superga ai piedi, guidando il Ciao o mettendo sul fuoco la caffettieria napoletana. O anche la pentola a pressione. Correva l’anno 1960 e Lagostina lanciava il suo nuovo prodotto che tanti italiani avrebbero imparato negli anni a riconoscere anche grazie alle pubblicità televisive de “la Linea“, il personaggio disegnato dal grafico Osvaldo Cavandoli scomparso di recente.


La pentola a pressione: un oggetto, scrive Bassi, capace di interpretare il nuovo (doppio) ruolo della donna, casalinga e lavoratrice che ha bisogno di “strumenti pratici e versatili, in modo da velocizzare la preparazione del cibo con minore fatica mantenendone i valori nutritivi”. Dalla cucina al bagno, e il passaggio non indigni, grande successo ha registrato nel tempo anche il “Portascopino Cucciolo”: progettato per la Gedy di Varese da un designer giapponese da tempo in Italia assolve dal 1974 alla sua umile funzione. E, alla faccia degli scettici, è pure inserito nelle collezioni di importanti musei nel mondo, come per esempio il Moma di New York.

Design anonimo non significa perciò sguardo nostalgico rivolto al passato, anzi: “ancora oggi, la maggior parte degli oggetti che usiamo sono anonimi” racconta a Panorama.it Alberto Bassi, “basti pensare agli apparecchi elettronici, merci a tecnologia complessa che in genere scegliamo per la tipologia e le funzioni di utilità. Il computer e il cellulare, tra l’altro, forse oggi sarebbero da riprogettare” per renderli più facilmente utilizzabili dalle persone. “Da questo punto di vista il design”, sostiene Bassi, “dovrebbe sempre stare dalla parte di chi usa le cose e non essere solo immagine, come invece spesso accade”. Il tema è sicuramente di grande attualità, visto il Salone del Mobile ormai alle porte: “Si può progettare un utensile da cucina, per esempio, e tenere conto anche delle esigenze economiche e ambientali di risparmio energetico. Il nuovo” conclude Bassi “ha senso e può stimolare il mercato a condizione però di avere dietro un’idea, come dimostrano i prodotti Apple, i walkman o anche i post-it”. Altrimenti, tanto vale tenersi stretta la vecchia e gloriosa caffettiera napoletana.

La galleria di immagini del design anonimo italiano

  • andrea.dambrosio
  • Venerdì 13 Aprile 2007

Quegli alberi di Sarajevo: storie dell’assedio 15 anni dopo

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  • Tags: alberi, assedio, balcani, Beirut, Berlino, bosnia, città, guerra, Laura-Cipollini, memoria, Sarajevo
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[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/procorde/]steffen42[/url] by Flickr)[/i]
I dettagli sono importanti. Aiutano a capire. Basta fare un giro per Sarajevo e cercare gli alberi, per farsene un’idea. Se ci sono, significa che in quel posto c’erano anche i nazionalisti: gli occupanti, quelli che assediavano. Quando invece non se ne trova traccia vuol dire che, probabilmente, da quelle parti resistevano ancora gli orgogliosi abitanti di Sarajevo. (leggi Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992). Stremati dall’assedio più lungo del Novecento, trasformavano il verde degli spartitraffico e i giardini in orti, per avere qualcosa da mangiare. E tagliavano gli alberi, per riscaldarsi e per cucinare. Quelli che tormentavano la città con i loro cannoni ricevevano invece le provviste da fuori e avevano quindi proibito il taglio della vegetazione. Pena, la morte. La presenza o assenza di alberi indica perciò la città occupata e quella difesa. E anche le linee di confine: era sconsigliabile andare a fare legna sotto il tiro dei cecchini serbi. Alberi, orti, giardini: dettagli quasi invisibili che raccontano una città e chi la abita(va) prima, durante e dopo la guerra.

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/procorde/]steffen42[/url] by Flickr)[/i]
Laura Cipollini ha affrontato l’argomento - ovvero chi sono oggi gli abitanti di Sarajevo e come è cambiata la loro percezione della città negli anni - nel libro a più mani Città e Memoria - Beirut, Berlino e Sarajevo (Bruno Mondadori).
“La peculiarità di Sarajevo rispetto per esempio a Beirut o Berlino”, dice l’autrice, “è che negli ultimi 15 anni è cambiata in modo rilevante la popolazione residente e questo ha modificato il rapporto con la città, l’identità stessa di Sarajevo”. Le persone non sono più le stesse perché molti di quelli che sono scappati non sono più tornati e perché, al contrario, tanti sono arrivati a Sarajevo dalle campagne, dalle montagne e da altre zone di guerra (leggi Chi abita oggi a Sarajevo). Ma le persone non sono più le stesse anche perché è cambiata la loro testa, la loro psicologia, la percezione che hanno dei luoghi.
La distruzione fisica di parte della città e di tanti simboli della Sarajevo multiculturale e laica ha avuto naturalmente un ruolo determinante, spiega Laura Cipollini. Ci sono però quartieri in cui, al di là delle devastazioni, molti non sono più tornati per anni. Perché magari lì avevano visto ammazzare i propri parenti. La dimensione urbanistica - il significato della città e anche la sua estensione - è cambiata in rapporto alle esperienze di guerra delle singole persone: interi quartieri o strade sono diventati tabù per alcuni o, al contrario, luogo di salvezza per altri. Per i profughi arrivati a Sarajevo, per esempio. Non è stato così ovunque. Non per sempre. Il nucleo antico della città, luogo fisico e simbolo della resistenza, ha rafforzato negli anni “la sua connotazione positiva”. E gli alberi, quelli massicci di alcuni giardini storici del centro, quelli ci sono ancora. Nonostante l’assedio, la fame e il freddo.

IL NOSTRO SPECIALE
TESTIMONIANZE - GALLERY 1-2 - VIDEO e DOCUFILM - INTERVISTA A che punto è la pace - La missione militare

  • andrea.dambrosio
  • Venerdì 6 Aprile 2007

Chi abita oggi a Sarajevo

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  • Tags: Beirut, Berlino, Bruno-Mondadori, Città-e-Memoria, Elmar-Kosser, Laura-Cipollini, Mazen-Haidar, Sarajevo
  • 2 commenti

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/procorde/]steffen42[/url] by Flickr)[/i]
Mazen Haidar, Laura Cipollini e Elmar Kosser sono gli autori del saggio Città e Memoria - Beirut, Berlino e Sarajevo (Bruno Mondadori). Obiettivo dei tre studiosi è partire dai “luoghi emblematici di città spianate e stravolte dalle guerre, luoghi che sono stati radicalmente alterati da un processo di ricostruzione che è al tempo stesso cesura con un passato traumatico e incessante rivendicazione del nuovo” per cercare di capire quale rapporto c’è oggi tra il “luogo attuale” e quello scomparso. La ricerca su Sarajevo dell’architetto Laura Cipollini (nel merito, leggi anche qui) anche si è basata essenzialmente su lunghe interviste “qualitative”: parlare con gli abitanti e osservare i luoghi, per capire cosa è successo. Le persone sono state selezionate sulla base di criteri di rappresentatività, ma il campione non ha valore statistico in senso stretto. D’altra parte, ancora oggi, i numeri a Sarajevo sono evanescenti. “L’ultimo censimento risale al ‘91, poi più niente. Forse, il prossimo sarà effettuato nel 2010, ma non è sicuro. Il problema” spiega Laura Cipollini “è che queste informazioni potrebbero diventare fonte di polemiche. Si suppone per esempio che oggi ci sia una maggioranza musulmana e che buona parte degli ortodossi non abbia fatto ritorno dopo la fine della guerra. Numeri che, nel caso, indicherebbero che le politiche di riconciliazione degli operatori internazionali non hanno avuto gli effetti sperati. Numeri che potrebbero venir usati strumentalmente, vista la delicata situazione politica nei Balcani”.
La mancanza di informazioni statistiche, prosegue Cipollini, rappresenta una forte lacuna anche per i progetti di riqualificazione della città. “Difficile fare progetti specifici, per esempio di accoglienza, se non si sa chi sono e quanti sono i nuovi abitanti di Sarajevo”.

  • andrea.dambrosio
  • Venerdì 6 Aprile 2007
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