Archivio per autore: » daria.bianchi
Gesto teatrale nello spazio pubblico, quando per spazio pubblico si intende non solo l’utilizzo di vicoli e piazze come scenografia, ma anche l’inserimento dell’azione scenica nella vita dello spettatore, con demarcazioni, tra palcoscenico e platea, sempre meno definite. Questo è lo spirito di Inteatro vetrina di teatro contemporaneo nazionale e internazionale, arrivata quest’anno alla sua 31esima edizione, che si terrà tra Polverigi e Chiaravalle (Ancona) dal 28 giugno al 5 luglio prossimo.
Sedici le compagnie attese che si esibiranno nei teatri e nelle piazze dei due borghi anconetani al prezzo politico di 5-10 euro.
Punta di diamante dell’edizione 2008, Benjamin Verdonck artista multiforme che dopo aver vissuto per sette giorni in un grande nido - da lui costruito con paglia e fango - a trenta metri di altezza sulla parete di un grattacielo a Rotterdam (qui il video) vuole rievocare, da una cantina sotterranea nel Roccolo di Polverigi, con lo spettacolo “La neve” che eseguirà a ripetizione tutte le sere dal 2 al 5 luglio, la creazione e la conservazione del ghiaccio quando i frigoriferi ancora non erano stati inventati. Gli attori della compagnia berlinese Nico and the Navigators (video) racconteranno in anteprima italiana, l’amicizia con mix surreale e ludico di teatro fisico e visuale, danza, testo e design, i romani di Muta Imago con tre pannelli di plexiglass, tanta farina e tre lampade, esploreranno la lotta di un uomo con il suo passato, mentre i colleghi di Ravenna della compagnia Orthographe, posizionando in scena una camera ottica gigante dove entrerà il pubblico, continuano esplorare lo sfasamento tra azione teatrale e visione del pubblico.
Guarda i video
LA GALLERY
La poetica dell’oggetto tecnico. Non poteva avere titolo più emblematico la mostra in cartellone all’Ara Pacis di Roma dal 20 giugno al 14 settembre 2008 dedicata a Jean Prouvé (Parigi 1901 - Nancy 1984), un architetto, designer, fabbro e costruttore che ha sempre messo al centro delle sue opere, innanzitutto, la funzionalità. Convinto che l’estetica nasca dall’etica, che gli edifici siano meccanismi “da” abitare e i mobili meccanismi “per” abitare: versatili, leggeri, a incastri e affidabili. Come fatti con i mattoncini lego.
Si tratta della retrospettiva più completa sull’opera del designer francese ed è stata organizzata dal Vitra Design Museum con il Deutsches Architektur Museum ed il Museum Akihabara. La poetica dell’oggetto tecnico racconta la vita di Prouvé attraverso più di cento opere che comprendono 50 parti originali di mobilia, dieci opere architettoniche originali e numerosi modelli, fotografie e riproduzioni delle sue architetture.
Prouvé comincia a lavorare come fabbro, ma dopo la seconda guerra mondiale, quando diventa sindaco di Nancy, si trova costretto a impiegare tutte le sue risorse nella progettazione di alloggi prefabbricati prodotti industrialmente per i senzatetto. Un incarico che deve aver plagiato la sua vena artistica e che lo ha spinto a pensare a nuove soluzioni abitative prefabbricate “facili da usare”. Terminata l’emergenza del dopoguerra è tornato nel suo Atelier a Maxeville a studiare nuovi materiali e tecniche costruttive, pensando a prefabbricati smontabili e leggeri, da destinare all’edilizia, ma anche all’industria automobilistica (ha lavorato anche per la Citroen) e all’aeronautica. Non è un caso che tra i pezzi in mostra i visitatori potranno trovare una sua casa al completo e precisamente la “Maison de Sinistrés”. La maggior parte dei pezzi esibiti fanno parte della collezione del Vitra Design Museum, altri sono stati prestati dai galleristi parigini Philippe Jousse e Patrick Seguin, dagli archivi del Départementales de Meurthe et Moselle di Nancy e dalla famiglia Prouvé.
LA GALLERY

A guardarli giù dal palco della Casa 139 di Milano dove ieri sera si sono esibiti in concerto, Tiny master of today, i due fratellini prodigio del garage rock mondiale, fanno davvero tenerezza. Ieri sera Ivan, il maggiore dei due compiva 14 anni; mentre la piccola Ada, che tra una canzone e l’altra tradiva un po’ di ansia mangiandosi le unghie e toccandosi i capelli, a soli 12 anni imbracciava un basso che pareva più grande di lei.
Eppure questi due esili ragazzini di Brooklyn si stanno rivelando degli campioni del rock: David Bowie li adora, Karen O degli Yeah Yeah Yeahs ha addirittura inciso con loro, e in alcune date del tour Russel Simins, il primo e ormai leggendario batterista di Jon Spencer Blues Explosion, ha voluto suonare al loro fianco.
Certo, non sono i Ramones o i Green Day, ma non dimentichiamo che sono poco più che bambini, e che anche se i testi sono elementari e i ritmi schematici, le loro canzoni spaccano. Se riescono a superare l’infanzia senza i traumi della sovraesposizione mediatica, con ogni probabilità diventeranno delle star.
Incontrali è come darsi appuntamento in una scuola: stanno lì su un angolo che giocano a biliardino, mangiano gelati, al fianco della immancabile mamma.

Allora ragazzi, parlaimo un po’ di voi. Cosa amate fare nel tempo libero quando non siete in studio, in tour o a scuola?
Tutto quello che fanno i ragazzi della nostra età”, dice Ivan giocando a biliardino. Ada aggiunge “io leggo Harry Potter e scrivo, mentre Ivan guarda i film e ama i Flinstones”.
Visto che siete così impegnati, quando li fate i compiti?
“A scuola non veniamo giustificati perchè siamo in tuor”, ammette Ivan a malincuore, “quindi il più delle volte dobbiamo farli in treno”.
E i vostri amichetti, vi sostengono?
“In realtà”, dice Ada, mostrando il volto di un’infanzia un po’ sacrificata, “noi non li frequentiamo più tanto. Però penso che comprino i nostri Cd e ci sostengano da lontano”.
Vi aspettavate di avere un ammiratore così leggendario cone Bowie?
Ivan: “No in realtà non ci aspettavamo nulla. È tutto arrivato così all’improvviso. Non nascondo che ci piacerebbe fare anche qualcosa con lui. Magari potessimo collaborare”.
E i vostri genitori?
Ada: “Ci accompagnano e ci sostengono ovunque. Stanno sempre nel pubblico a urlare e tifare per noi e sono stati loro a insegnarci a usare gli strumenti. Io a sette anni suonavo la pianola e due anni fa ho cominciato ad usare il basso”.
So che purtroppo non avete avuto tempo di vedere nulla in Italia perché siete arrivati da poche ore e domani (oggi, ndr) partirete per la seconda data Italiana a Torino nella Stanza 211. Ma quali posti vi sono piaciuti di più in Europa?
Ada: “Sicuramente a Francia. In realtà ci siamo stati solo un giorno e neanche a Parigi, ma per quello che abbiamo visto ci piace molto. In Spagna addirittura ho avuto la possibilità di capire quello che le persone dicevano, visto che studio un po’ di spagnolo a scuola. Ma in Italia ancora non abbiamo visto nulla. Spero che domani prendendo il treno per Torino, riusciremmo a vedere qualcosa dal finestrino…”
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_01~0.jpg)
LA GALLERY
I Black Rebel Motorcycle Club, in concerto venerdì 30 novembre al Rolling Stone di Milano, promettono di far scatenare sulla pista da ballo sia liceali rockettari, sia adulti fissati con Johnny Cash e il country blues americano. Il trio di San Francisco approda in Italia per presentare Baby 81, il loro quarto album che secondo la critica riesce a sintetizzare il rock di cui erano imbevuti i primi due lavori da studio B.R.M.C. e Take Them On, On Your Own (2003), con il folk e country blues che invece è caratterizza i suoni del successivo Howl (2005).
Gli spettatori si troveranno davanti una band compatta come il suono che produce, con un cantante e chitarrista, Peter Hayes (qui una sua intervista esclusiva), che all’occasione suona pure il basso, l’armonica e il trombone, un bassista, Robert Levon Been, che in caso di bisogno prende in mano la chitarra e canta, e un batterista, Nick Jago (unico non americano, originario del Davon) che si dedica alle percussioni e che piace molto al pubblico femminile.
Nessuno prevarica nessuno, sono tutti protagonisti e si dividono più o meno equamente la scena e i pezzi. E questo dopo che il gruppo nel 2004 aveva rischiato di sfasciarsi sotto i colpi dello stress da tournée, la rottura del contratto con la Virgin e le dipendenze dai narcotici di Jago. A guardarli sul palco con i loro giacconi in pelle nera sembrano dei motociclisti. E non è un caso visto che per il nome hanno preso spunto proprio dalla banda di Marlon Brando nel film del 1954 Il Selvaggio.
LA GALLERY
I VIDEO

Un gioco sottoforma di videoarte, o più semplicemente eco-creatività, chiamatela come volete: qui vince il visitatore che risparmia energia, ricicla i rifiuti e punta sulle risorse rinnovabili. Questo è lo spirito di Umane energie, un’istallazione artistica dedicata allo sviluppo sostenibile, che si sta svolgendo a Perugia e va a chiudere il cartellone di eventi di arte contemporanea da titolo Le arti in città.
Girare per la mostra è un po’ come vivere in un videogioco: sulle pareti vengono proiettati sei immagini collegate ad altrettanti marchingegni (una bicicletta, un girello, dei modellini di phon, lavatrice e stereo) che se messi in azione dal visitatore, vanno a modificare l’istallazione, incidendo sul bilancio energetico di tutto ecosistema della mostra. Ecosistema è infatti proprio il nome del software che collega tutte le videoistallazioni, il quale conta quanta immondizia è stata prodotta, e quanta elettricità, petrolio e acqua sono stati consumati. Nella prima istallazione il visitatore può accendere gli elettrodomestici, nel video si illuminano gli edifici e nel sistema diminuisce la quantità di energia; nella seconda può raccogliere immondizia: se la ricicla riduce l’inquinamento, altrimenti aumenta la montagna di detriti sul video, nella terza istallazione il visitatore è chiamato a pedalare: più si sforza e più aumenta i riciclo dell’acqua, se invece sta con le mani in mano, l’acqua si disperde. Nel quarto video si vedono pale eoliche e pompe petrolifere: se il visitatore fa ruotare il girello dal lato destro, fatica di più ma attiva le pale eoliche, se lo gira dal lato sinistro con un minor sforzo attiva le pompe. In entrambi i casi l’energia aumenta, ma nel secondo aumenta pure l’inquinamento. Videoarte sì, ma che esiste solo in virtù dell’azione umana.

LA GALLERY
L’anno scorso si potevano ammirare gli scorci più suggestivi d’Italia fotografati dall’alto, quest’anno sarà la volta della fierezza della natura umana e animale, firmata National Geographic. Si tratta della mostra fotografica intitolata Equilibrum e organizzata da Anua, l’associazione per la natura, l’uomo e l’ambiente che, in collaborazione con National Geographic, fino al 28 dicembre allieterà il passeggio a Milano, lungo tutta l’isola pedonale di via Dante. Chi da Cordusio andrà al Castello Sforzesco, o viceversa, si troverà davanti a cento riproduzioni fotografiche - cinquanta sul lato destro e cinquanta sul lato sinistro del corso - montate su degli eleganti pannelli, accuratamente corredati di altrettante didascalie, perennemente illuminati, e perciò fruibili sia di giorno sia di notte.
Il sodalizio Anua-National Geographic non è casuale. Anua è guidata dalla parigina Marie Laurence Chicouri, curatrice esperta di mostre fotografiche in spazi aperti che hanno il vantaggio, oltre che di abbellire gli scorci cittadini, di essere gratuite e di raggiungere il cuore del maggior numero di persone possibili. Proprio Chicouri, non a caso, ha portato per la prima volta in Italia questo format ispirandosi alla mostra di Yann-Arthus Bertrand che da anni porta in giro per il mondo le più belle immagini della Terra vista dal cielo. E National Geographic è la controparte più appropriata visto che la sua mission è proprio quella di diffondere la conservazione delle risorse culturali, storiche e naturali del mondo. E quale strumento è più efficace di una fotografia?

LA GALLERY
Vacanze agli sgoccioli per gli universitari, ma per molti è già tempo di partire: stanno preparando le valige più di 15 mila studenti selezionati che andranno a frequentare i corsi nelle più importanti Università europee, da un minimo di tre mesi fino a un massimo di 12, grazie all’Erasmus, un accordo comunitario lanciato 20 anni fa attraverso cui gli Atenei si scambiano per brevi periodi gli studenti per corsi di laurea omologhi.
Gli studenti in partenza ancora non se ne rendono conto, ma quel soggiorno cambierà la loro vita. Torneranno più europei, con amici distribuiti in tutto il mondo, parleranno meglio le lingue e impareranno a conoscere a fondo i cibi e le musiche straniere.
Districarsi tra la mole di pagine htlm per trovare le informazioni più utili in vista del proprio soggiorno all’estero non è facile. C’è un sito che mette in guardia gli stranieri circa gli ostacoli della burocrazia italiana, o che invita alla pazienza per chi cerca un buon alloggio in Spagna e offre informazioni su visti, assistenza sanitaria, contratti d’affitto e operatori di telefonia mobile e fissa, tariffe più convenienti e come aprire un conto, nei principali Paesi europei.
Ma gli studenti Erasmus, per godersi la permanenza all’estero e sopire la nostalgia di casa, hanno bisogno soprattutto di entrare a pieno nella vita universitaria del Paese ospitante, e vogliono essere informati su eventi, visite guidate, feste, concerti e mostre. Quindi oltre alle notizie ufficiali, che si possono trovare sui siti di tutti gli Atenei e dei loro municipi, sono i blog degli ex Erasmus le pagine più utili alla sopravvivenza. Solo chi ha già sperimentato l’Erasmus sa davvero a cosa va incontro un italiano all’estero, e può indicargli i supermercati più forniti, la discoteca più alla moda, il pub più in, avvertendoli sulle difficoltà e sulle reali facilitazioni di quella esperienza: dalla Francia, alla Germania, al Regno Unito fino alla amatissima Spagna (tra le mete preferite degli italiani visto che sul lifestyle spagnolo i blog sono addirittura doppi!). Per chi volesse leggere leggere le opinioni sul bel Paese, postate dagli studenti stranieri venuti nelle città italiane, è significativo il sito di iagora.com.
Tra i soggiorni all’estero più apprezzati dagli studenti Erasmus spiccano quelli dell’Europa del nord. Lì, gli studenti italiani rischiano di restare folgorati dall’iper-efficienza nordica. Tanto per cominciare ancora prima di partire gli viene assegnato un alloggio nel campus adiacente (a differenza delle fatiche che i fuori sede italiani sono costretti a sobbarcarsi a causa dell’assenza di residenze ad hoc). Tutte le stanze sono servite da connessione veloce e, per gli atenei più all’avanguardia telefono e intranet gratuiti. Appena arrivato lo studente viene schedato nel rettorato ospite e riceve una scheda magnetica che apre le porte all’Università. Nel vero senso del termine. Quella card permette di entrare non solo nelle aule dove si svolgono le lezioni e gli esami, ma anche nei centri informatici attrezzati con Pc e in biblioteche con milioni di volumi, accessibili sia di giorno sia di notte. Il campus significherà studio serrato nei giorni feriali (la cui frequenza è generalmente obbligatoria), meritocrazia in sede d’esame e divertimento nei pub o club del campus nei weekend.
Forse è vero ciò che dice Beppe Severgnini nell’articolo vent’anni di Erasmus, “allontanare un ventenne italiano da casa, e mettergli in tasca la chiave di una nuova porta, è di per sé un programma rivoluzionario. È crudele esporre i nostri studenti a dosi massicce di mercato, merito e selezione a tutti i livelli: e poi riportarli indietro, nell’ambiente che conosciamo, fatto di infrastrutture inadeguate, docenti-fantasmi, concorsi aggiustati, fuori-corso patologici, 3+2 balenghi e università-bonsai”.

Al Palasharp di Milano, ieri sera è stata la volta di Elio e le storie tese, il gruppo capitanato da Elio (che in realtà si chiama Stefano Belisari) che, dopo l’esperienza live del 2006 con Claudio Bisio dal titolo Coèsi se vi pare, è ritornato in scena vestito da boyscout a presentare un nuovo album in uscita presumibilmente per il prossimo Natale.
Ieri sera, tra un susseguirsi di capolavori storici (da John Holmes, al Vitello dai piedi di Balsa, a Cara Ti amo fino a Tapparella) gli Eelst hanno
presentato Parco Sempione un brano dedicato alla piaga dei bonghi (quello strumento a percussione che è tipico dei Paesi africani) suonati nei parchi da esperti di reggae improvvisati, incapaci di tenere il ritmo, che tanto danno apportano alla genuina musica africana. Non è la prima canzone che parla della triste vicissitudini dei frequentatori dei parchi milanesi. Nel 2003, nell’album Cicciput, con il brano Cani e Padroni di Cani, gli Eelest avevano puntato il dito sulle infauste passeggiate nei parchi insozzati dai cani.
Tra le altre novità un brano dedicato all’Oratorio e un altro ai limiti della demenzialità che parla di una riunione degli organi molli del organismo umano, che destituisce il cervello dalla direzione del corpo. Mangoni, che si definisce “l’artista a sé del gruppo”, come sempre ha dato spettacolo, danzando la lap dance ne La chanson e interpretando i vari personaggi surreali delle canzoni degli Elio: dal Vitello dai piedi di balsa, alla personificazione del Rock & Roll, al divo della Discomusic. Nessun commento politico da parte del leader, anche se eravamo nel bel mezzo della programmazione della festa dell’Unità, salvo una citazione, del tutto estemporanea, alla quattordicesima per i pensionati. D’altronde è sempre stata una loro prerogativa concentrarsi esclusivamente sulla musica (rock per la precisione) e sulla qualità dell’interpretazione. Anche ieri tra un intro e un assolo, era facile riconoscere brevi brani dei Beatles o dei Pink Floyd.
Casoni di Luzzara (RE), luglio 2007: backstage (da Youtube)