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LONDRA - La Saatchi Gallery, imponente galleria d’arte contemporanea nel cuore posh di Londra aperta da Mr. Saatchi (quello della pubblicità) lo scorso dicembre, lancia una nuova campagna per aiutare gli artisti in questo momento di crisi finanziaria ed evitare che gli acquirenti d’arte smettano completamente di comprare. Siamo a quattro passi da Sloane Square, sulla lussuosa King’s Road, eppure anche qui la crisi si sente e Saatchi risponde lanciando la più grande piattaforma online gratuita che permette agli artisti di tutto il mondo di esporre i loro lavori a un pubblico internazionale e di vendere senza la normale commissione del 50% alla galleria.
“I prezzi si stanno abbassando perché i collezionisti sono sempre più cauti nei loro acquisti” spiega Rebecca Wilson, capo sviluppo di Saatchi Online “diverse piccole gallerie sono destinate a chiudere, licenziando lo staff e cancellando eventi. Ma allo stesso tempo c’è ancora chi compra e chi organizza, non siamo al collasso totale. E se si è dotati di buon gusto e occhio, questo è proprio il momento giusto per comprare!”. Per questo è partita la campagna Free the Artist: per favorire gli acquisti. “C’è un enorme fame di arte contemporanea, tanto che anche artisti mediocri sono stati capaci di attrarre l’attenzione e vendere le loro opere” continua Wilson.
Mostrare i propri lavori ai possibili acquirenti è una delle più grandi difficoltà per un artista, soprattutto se giovane e sconosciuto, per questo Saatchi ha creato la sua galleria online, divenuta rapidamente il primo portale dedicato all’arte per numero di artisti registrati e opere vendute. Con 120 mila iscritti e una media di 70 milioni di dollari battuti al giorno. Gli artisti possono presentarsi gratuitamente, creando il proprio profilo e la propria galleria di opere, visitabile da chiunque gratuitamente. Una specie di Youtube dell’arte che dopo l’Inghilterra aprirà in Francia, Germania, Italia, Spagna e Stati Uniti.
Ma esiste una forma di collaborazione fra gallerie? “Fino ad ora no” dichiara Wilson “ma le cose stanno cambiando e sono nate iniziative comuni e scambi di mostre fra gallerie di città e paesi diversi. Noi per esempio collaboriamo attivamente per la campagna Free the Artists con ClearChannel Outdoor, un canale digitale dall’enorme potenziale e seguitissimo da un pubblico di veri esperti e appassionati”.
Nonostante la crisi i musei londinesi sono sempre affollati e le gallerie continuano a organizzare eventi. Ieri per esempio, oltre ad essere stata lanciata la campagna di Saatchi, è stata anche inaugurata l’Orel Art UK: uno spazio di 350 metri quadri ospitati nell’edificio Phillips de Pury & Company, a poche centinaia di metri da Westminster. L’Orel Art non è una nuova nata del mercato, ma l’espansione della galleria parigina fondata da Ilona Orel nel 2001 per promuovere in Occidente gli artisti contemporanei russi, segno questo che gli affari - forse - non vanno poi così male.
Un musical italiano tradotto ed esportato nel West End londinese: un vero avvenimento, soprattutto se si pensa al coraggio della produzione che si deve confrontare con colossi che hanno fatto la storia: da Chicago a Il signore degli anelli, passando da Mamma Mia e Spamalot dei Monty Python.
Il musical in questione è All Bob’s women, scritto in italiano (Tutte le donne di Bob) da un autore italiano (Romy Padovano), che andrà in scena fino al 24 agosto all’Arts Theatre, dopo essere stato in scena per sei mesi al Teatro delle Erbe di Milano.
“Un ottimo risultato che ce lo ha fatto scegliere fra molti altri” spiega Giorgio Fabris, uno dei due produttori di origini italiane “avendo la possibilità di produrre qualcosa di nuovo abbiamo scelto uno spettacolo frizzante che ben si adattasse alla piazza londinese”. Infatti la storia e i personaggi di All Bob’s women sono tipicamente inglesi: si tratta infatti di una commedia spiritosa e piccante in cui un gran bel bezzo di ragazzo (quasi sempre nudo, o comunque poco vestito) cerca di sedurre cinque ragazze (che finiscono anche loro nude, o comunque molto poco vestite). Un’ora e mezza di doppisensi e doppigiochi che fanno ridere e sorridere. Testo e musiche sono state adattate per i sei attori inglesi, bravi, ma forse poco sfruttati in scena per le loro capacità.
Nuovo musical, piccola produzione e piccolo teatro (con l’enorme fortuna di trovarsi in pieno centro, tra Tottenham Court e Leicester Square, zona di massimo passaggio e proprio a fianco della Photographers’ Gallery) con però ben 10 settimane di sfida, o meglio di possibilità di conquistare la fiducia del pubblico.

Stasera allo storico Dingwalls di Camden Town a Londra va in scena Vinicio Capossela. Sold out: biglietti esauriti in poco meno di un mese. Panorama.it ha intervistato l’artista alla vigilia del concerto. L’abbiamo incontrato all’Italian Book Shop dove si è tenuto un incontro con il pubblico.
Istrionico e spettacolare sul palco, il cantante è in realtà timidissimo. Alle domande dei giornalisti risponde tromentando i suoi ricci e fissando il pavimento. “Mi considero un cantante di emozioni”, abbozza per cominciare. Poi, interpellato sulla sua carriera e sui suoi gusti, si lascia finalmente andare in voli pindarici in cui porta i suoi ascoltatori pur senza guardarli mai.
Un italiano in concerto a Londra: una bella soddisfazione dopo 18 anni di carriera.
La mia carriera è maggiorenne: ora può prendere la macchina e guidare fino a Londra, dove può anche andare dalla parte sbagliata della strada. È il mio primo live qui, anche se ero venuto in città per assistere a concerti in passato. Insomma, dopo che il Chelsea ha chiamato Capello, arrivo anch’io: gli inglesi hanno molta fiducia in noi italiani!
La sua è una musica che vuole andare alle radici delle emozioni, per raccontarle.
Qualcuno dice che vado alle radici della tradizione della musica ed è per questo che le mie canzoni piacciono anche qui. Ma io non mi considero un cantante tradizionale. E poi, a seconda della storia e dell’emozione, posso cambiare totalmente genere musicale.
Chi sono i suoi maestri?
Celine, Kerouac e Bukowski per la letteratura, Louis Prima, Renato Carosone, Adriano Celentano e Tom Waits per la musica. Tom Waits è il massimo. Le sue canzoni non sono la colonna sonora della nostra vita, siamo noi la colonna umana delle su canzoni.
E se dovesse fare un tour di Londra attraverso gli artisti e i luoghi che ama?
Mi spingerei nella Londra dell’Ottocento, quella che tanto ispira i registi cinematografici. Mi addentrerei nella Londra di Charles Dickens e passeggerei per le strade grigie curiosando fra le tante storie nascoste.

LA GALLERY
Che cos’è la decorazione? È arte o design? Può un laminato diventare oggetto artistico? Sulla questione si sono interrogati 14 famosi designers (come Alessandro Mendini, Alessandro Guerriero e Lisa Ponti) e 6 studi under 40, i cui progetti saranno esposti al Forum di Omegna (Vb) tra il 13 dicembre e il 30 agosto, nella mostra dal Tra Decor e Decus, un titolo che gioca volutamente sull’ambiguità della parola “decorazione”, dai suoi concetti di abbellimento fino al senso del “decoro” degli antichi (dal latino “Decus”, appunto). All’indagine hanno partecipato anche molti giovani progettisti attraverso un concorso che ha selezionato altre due opere inserite nell’esposizione.
In un’affermazione secca, Sara Magnone (vincitrice della sezione Piemonte con E la Berta filava…pixel) dice: “La decorazione è un’altra dimensione”, Francesca Diotti e Francesco Porro (vincitori della sezione Naba con Breaking the code) la definiscono “… Alice nel Paese delle meraviglie”. “La decorazione è il romanzo scritto sulle cose” ha detto invece Alessandro Mendini, che è anche il progettista della struttura che ospiterà la mostra.
In un’affermazione altrettanto secca, professor Mendini, può definire il design e l’arte contemporanea?
Penso che il design sia l’insieme degli attrezzi che compongono il palcoscenico della vita degli uomini. E penso che l’arte contemporanea sia la ricerca dell’anima di quella vita.
Qual è il confine tra design e arte contemporanea, dato che sempre più spesso ci troviamo ad assistere a mostre in cui si confondono?
Il rapporto fra design e arte è come il movimento di un pendolo: agli estremi le due discipline sono isolate, ma lungo il percorso stanno assieme, senza soluzione di continuità.
L’oggetto d’arte aveva un tempo la caratteristica di essere unico, ora si è passati alla produzione industriale d’oggetti d’arte, mentre gli oggetti di design diventano sempre più oggetti in edizione limitata; cosa ne pensa?
Arte industrializzata, prototipi, tirature limitate di design, edizioni di oggetti: sono tutti modi di essere e di esprimere concetti e strumenti, validi o non validi, caso per caso.
In questa mostra Tra Decor e Decus, il laminato diventa un oggetto d’arte; si può rendere arte qualsiasi cosa?
Dire che qualsiasi cosa sia arte è un paradosso, tutti sanno che non è vero. E questi laminati Tra Decor e Decus sono semmai arte applicata.
Trova che l’Italia sia un paese effervescente dal punto di vista dell’arte contemporanea? E del design?
Penso che design e arte in Italia, in questo momento, non siano al massimo della loro energia. Diciamo che c’è una fase di… ripensamento.
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“Che la forza sia con te!” suona così il nuovo motto di David Lynch: non un nuovo film, non un remake, ma una delle tante attività collaterali di un personaggio artisticamente imprevedibile. Un vulcano di idee che spazia dal cinema alla pittura alla musica, passando dal dirigere allo scrivere al comporre: si deve avere un’enorme forza e calma interiore per non lasciarsi travolgere dall’immensità delle proprie possibilità e velleità. E questa forza, ha svelato lo stesso Lynch, gli viene dalla meditazione trascendentale, che da quasi trentacinque anni l’artista svolge con regolarità e che da qualche tempo ha preso a proporre anche agli altri. Per questo Lynch ha anche creato una fondazione che raccoglie e distribuisce fondi per creare scuole in linea con il suo pensiero: ossia luoghi di formazione per liberarsi da angoscie e paure. Un sogno che, a suon di migliaia di dollari, può diventare realtà, negli Stati Uniti e in Europa. L’iniziativa, nata alcuni anni fa, è tornata alla ribalta per via del progetto di un centro a Berlino: una nuova scuola per “combattere lo stress e diffondere la pace”, che grazie a interventi di personaggi illustri cattura l’attenzione della cronaca e degli appassionati di Lynch.
E mentre il regista medita, c’è chi corre e organizza per lui rassegne e presentazioni. Tra le tante, la più vicina a noi è alla Triennale di Milano, dove fino al 13 gennaio è in mostra The air is on fire, titolo quanto mai poco esplicativo. Visitando l’esposizione, si trova un po’ di tutto dai dipinti alle foto ai film alle composizioni musicali.
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In attesa dell’uscita dei colossal di Natale che sfodereranno fior fiori di star per scaldare le fredde sere delle feste, Trieste, Torino e Courmayeur si rincorrono in un caleidoscopio di festival cinematografici molto diversi fra loro.
Primo in ordine di tempo il Fiction+Science, il Festival della Fantascienza nato nel 2000 dalle ceneri del celebre Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste, che si è aperto lo scorso 12 novembre con la proiezione del capolavoro del genere: Metropolis, di Fritz Lang. Grandi classici del passato e assolute novità provenienti da tutto il mondo per soddisfare gli appassionati di un genere di cui in Italia ci si era quasi dimenticati; il festival, che si concluderà domenica 18 con la consegna del Premio Asteroide, ha anche proposto la versione 2007 di Blade Runner - Final Cut, di Ridley Scott (qui sotto il trailer).
Dal cinema black al noir passando attraverso la città dei misteri, Torino. Il 23 novembre prossimo si apre la XXV edizione del Torino Film Festival che proporrà quasi 230 film tra lungo, medio e cortometraggi scelti tra oltre 2500 pellicole visionate. In bando ci sono 25 mila euro per il film miglior film e svariati altri premi, oltre a un’enorme visibilità data sia dalla forza crescente di Torino e Piemonte come luoghi del cinema sia dalla capacità di catalizzare l’attenzione del direttore del festival: Nanni Moretti. Il regista non si concede alle interviste, preferendo lasciar parlare i film: ne ha scelti di tutti i tipi, farcendo ben 12 sezioni tra concorsi, fuori concorso, retrospettive ed eventi speciali.
Il 1°dicembre si chiude il Torino Film Festival e tre giorni dopo si apre il Noir Film Festival di Courmayeur (4-10 dicembre) festival cinematografico e non solo, dato che viaggia in coppia con il premio Giorgio Scerbanenco, dedicato al miglior libro romanzo noir italiano edito. Cinema e letteratura vanno a braccetto dai tempi di Agatha Christie a Raymond Chandler e conquistano il pubblico a suon di misteri e delitti risolti. Edizione numero 17, 13 i lungometraggi in concorso, 3 i premi da vincere, 6 i documentari e innumerevoli i delitti e i misteri ancora da sciogliere.
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LA GALLERY DEI FILM DELLA SETTIMANA

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L’8 novembre scorso la National Portrait Gallery di Londra ha inaugurato una nuova esposizione di sessanta scatti provenienti da tutto il mondo, un mix di storie, culture e stili che ben rappresentano il nuovo modo di intendere il ritratto. Vip e starlette riempiono i giornali, ma le foto che catturano davvero lo sguardo di spettatori abituati alle immagini sono i volti di gente comune. Persone, specchi di emozioni ed esperienze. Il contrasto di immagini a colori e in bianco e nero, scattate in analogica o in digitale, attraverso le tecniche più diverse è il frutto di Photographic Portrait Prize 2007, il concorso da cui questa mostra prende vita. E che quest’anno è alla sua quinta edizione. L’idea è quella di offrire una vetrina di grande e riconosciuta fama a giovani fotografi, studenti e appassionati che sperano nel grande salto professionale. E lo cercano in tanti: quest’anno alla segreteria del premio sono arrivati 7.000 lavori mandati da 2.700 autori. Di certo anche i 12.000 puond del primo premio sono stati un’ottimo incentivo.
Tra i tantissimi partecipanti l’ha poi spuntata un fotografo non proprio novellino e sconosciuto: si tratta infatti di Jonathan Torgovnik. Il nome dice poco, ma il 38enne fotoreporter nato in Israele (dove è diventato fotografo per l’esercito) collabora già con i più importanti quotidiani del mondo, come il Newsweek, il Sunday Times Magazine e Paris Match. Il campo di battaglia è stato una bella gavetta per Torgovnik che ora vive negli Stati Uniti ed è diventato testimone di tante altre storie in tutto il mondo. La fotografia con cui ha vinto il premio arriva dal Rwanda e s’intitola Josephine (foto in alto). Josephine è una bellissima donna raffigurata, anzi immortalata fra le sue due figlie. Josephine è il sibolo di una guerra (una delle tante) e di un contrasto interiore che nessuna donna e madre vorrebbe provare: la sua prima figlia è nata dall’amore di suo marito, la seconda dall’odio che con estrema violenza le ha portato via tutto, uomo, dignità e vita.
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Dopo le prove teatrali di Nicole Kidman (protagonista di The blue room ormai quasi dieci anni fa) e Daniel Radcliffe (il maghetto apparso seminudo in Equus lo scorso anno), è ora la volta di Christian Slater e di Ewan McGregor, entrambi in cartellone in prestigiosi teatri del West End di Londra.
Christian Slater ha debuttato lo scorso 15 ottobre in Swimming with Sharks, messa in scena di una commedia americana scritta e diretta da George Huang e interpretata da Kevin Spacey e Frank Whaley. L’opera è in scea al Vaudeville Theatre per la regia di Michael Lesslie, che ha fatto la sapiente scelta di Slater come protagonista. L’attore, oltre ad attrarre pubblico con il solo nome, è davvero incendiario e irresistibile nella sua interpretazione di Buddy Ackerman, un super produttore hollywoodiano. La storia è spietata e forte, e si può risolvere nella eterna domanda: riuscirà uno sceneggiatore idealista, assunto come schiavo da un potente uomo d’affari, a realizzare il suo sogno e ad avere una possibilità a Hollywood?
Dopo Christian Slater tocca ad Ewan McGregor che debutterà invece a fine novembre in Othello al Donmare Warehouse Theatre. Sulle scene sarà Iago, personaggio terribile, odiato da tutti e amato da ogni attore.
Altra star in scena in questo periodo è Patrick Stuart che, nonostante abbia raggiunto la fama attraverso grandi produzioni americane, è come Daniel Radcliffe un inglese puro, proveniente addirittura dalla Royal Shakespeare Company. Fino alla fine di novembre il più noto Professor Xavier (in X-men) o meglio conosciuto come Capitano Picard (in Star Trek) interpreterà Macbeth nella più sanguinosa e forte tragedia shakespeariana al Gielgud Theatre.
Se molte star americane rinunciano ai loro stratosferici ingaggi cinematografici pur di poter calcare un palcoscenico londinese, non sempre il nome in cartellone poi conquista anche il pubblico. Sono molti gli attori amati al cinema che hanno avuto amare sorprese e aspre critiche per le loro interpretazioni teatrali: un caso su tutti è quello di Julia Roberts, protagonista l’anno scorso nella commedia drammatica (in tutti i sensi) Three days of rain.