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Anima 2009: il cinema di animazione si dà appuntamento a Bruxelles

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  • Tags: Cinema
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il Festival internazionale dei Film di animazione di Bruxelles

LA GALLERY

Trenta lungometraggi (di cui 17 in anteprima), 200 corti, 32 paesi rappresentanti e una valanga di iniziative che fanno la gioia di un pubblico numerosissimo. Questi i numeri che accompagnano la ventottesima edizione del Festival internazionale dei Film di animazione di Bruxelles, Anima 2009, un evento tra i più attesi dagli appassionati (in programma fino a sabato 28 febbraio) di un genere che negli ultimi anni ha saputo (ri)conquistare fama e successo grazie alle perle cinematografiche offerte dalla Pixar. Eppure, nella patria del fumetto, c’è chi vuole guardare oltre alle megaproduzioni in stile hollywoodiano come Toy Story e Gli incredibili, tanto per citarne due, e offrire ai cinefili l’opportunità di scoprire lavori artistici di primissimo ordine ma emarginati da un mercato cinematografico che non conosce alternative alla legge dei grandi numeri.
Tra i pochi ‘artigiani’ in grado di emergere nel mondo della settima Arte c’è sicuramente Hayao Miyazaki, autore di fumetti e animatore giapponese noto in Italia per l’Oscar conquistato nel 2003 con La città incantata e il Leone d’Oro alla carriera ricevuto al Festival di Venezia nel 2005. In uscita in Italia il 20 marzo prossimo, l’ultima fatica di Miyazaki, Ponyo sulla scogliera, ha inaugurato Anima 2009 ricevendo il solito tripudio di ovazioni. Nella categoria lungometraggi, tra i film in competizione più attesi del festival c’è sicuramente Idiots and angels di Bill Plympton, disegnatore americano cortegiatissimo dalla stampa USA (collabora con il New York Times, Vanity Fair, Rolling Stone e Vogue) e diventato famoso con un corto straordinario dedicato al fumo. Ma la conquista del primo premio non sarà per niente facile: a sbarrare la strada di Plympton c’è un esercito di registi giapponesi capeggiati quest’anno da Keiichi Hara, pluripremiato in madrepatria nel 2008 con Summer Days with Coo.
Nella categoria cortometraggi, la più bella sorpresa potrebbe venire dall’Italia e da un film di sette minuti che sta rivoluzionando il mondo dell’animazione in Europa. Si intitola Muto, ed è diretto da Blu, artista bolognese e astro nascente della Street Art. “Mai avremmo immaginato un tale successo” assicura a Panorama.it Andrea Martignoni, musicista impegnato da anni a curare le colonne sonore di film animati, tra cui Muto. Dalla sua apparizione sulla Rete, il filmato è stato visionato da oltre tre milioni di utenti, incassando ben 24 premi, tra cui quello assegnato due settimane fa dal Festival internazionale del cortometraggio di Clermont-Ferrand per il miglior lavoro sperimentale. Giunto a Bruxelles per colmare l’assenza di Blu, Martignoni giustifica così la feroce volontà dell’artista di voler preservare l’anonimato: “Non ama apparire, anche perché appartiene a quella categoria di artisti che producono una forma d’arte spesso definita illegale da parte delle autorità pubbliche”. Ma qualcuno si è accorto che i murales di Blu non sono semplici scarabocchi. Nel maggio 2008, la Tate Modern Gallery lo ha invitato a Londra per dipingere assieme ad altri cinque artisti una facciata del museo. Con Muto, il graffitti si anima per diventare ‘wall painted animation’. “In realtà” spiega Martignoni, “abbiamo a che fare con una forma di espressione vecchia come la preistoria. Pensavamo che l’arte visiva non fosse più capace di offrire forme di espressione nuove, e invece non è così. Muto non fa altro che riprendere un’arte che già conoscevamo, il murales, e animarlo”. Un’idea tanto più sconvolgente perché non si “era mai visto un grafitto in stop motion”. Ma c’è un’altra curiosità: “solitamente i film animati nascono sulla carta, per poi approdare sul grande schermo, nel caso di Muto è avvenuto il processo contrario: si parte da una scala più grande, quella di un muro ricoperto da disegni alti cinque, sei, dieci metri, per poi passare a una scala più piccola, lo schermo”. Da questa impresa tecnica è nato un successo planetario che non tuttavia non deve illuderci: “contrariamente a quanto accade in Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra, Canada, Repubblica ceca, Polonia o Croazia, in Italia i film di animazione sono quasi completamente ignorati. Di sovvenzioni non se ne parla, ed è un peccato perché abbiamo artisti talentuosi”. L’unica speranza rimasta è quella di vedere Muto trionfare sabato prossimo per la consegna dei premi.

LA GALLERY - LEGGI ANCHE: Muto, i graffiti si animano e vanno su youtube

  • joshua.massarenti
  • Martedì 24 Febbraio 2009

Ayo: Cerco un centro di gravità, finalmente

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  • Tags: Musica
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Ayo

Ayo (Credit foto: Universal)

Vagabondare. Con la mente e con il corpo, una chitarra in mano e un fiume di emozioni in testa. Per Ayo ormai è un’abitudine. Quasi un marchio di fabbrica che la nascita di un figlio e il successo clamoroso riscontrato con il primo album, Joyful hanno difficilmente intaccato. Dopo due anni dal famoso singolo Down on my knees, per la cantante più cosmopolita del pianeta “soul” (è nata a Colonia da padre nigeriano e mamma rom, cresciuta tra i gitani e sballottata tra due dimore fisse - Parigi e New York - da una voglia irrefrenabile di scoprire il mondo) era giunto il tempo delle conferme. La prima è stata ovviamente musicale, con un secondo album ben accolto dalla critica e un tour europeo trionfale che si concluderà a Poznan, in Polonia, il prossimo 19 febbraio. Ma per Ayo musica e anima fanno tutt’uno: Gravity at last (Gravità, finalmente) fa in realtà capo a un processo di maturazione in cui regola i conti con un’infanzia difficile (padre latitante e madre acolizzata) e una vita da star destabilizzante. “Ci ho messo un po’ prima di trovare un equilibrio” confida a Panorama.it nell’unica intervista rilasciata ai media durante il suo passaggio a Bruxelles. Nonostante una fragilità a fior di pelle, Ayo ha trovato “nella gravità l’antidoto giusto per combattere il successo”. Il resto è una questione di fortuna. E di incontri. L’ultimo in ordine di cronaca è stato con l’Unicef. “Mi hanno chiesto di diventare la loro ambasciatrice di buona volontà e io ho accettato. È un impegno di cui vado molto fiera. L’infanzia è il bene più puro e prezioso che abbiamo. La mia è stata un po’ caotica, e nonostante gli impegni professionali non potevo rimanere indifferente”.
Iniziamo dalla sua tournée. Francia, Germania, Svizzera, Belgio. Ovunque è la stessa musica: sale piene e entusiasmo alle stelle. Eppure non sono previste tappe in Italia. Come mai?
Organizzare un tour è molto complicato. Nel caso dell’Italia, c’è stato un problema di programmazione. Mi è dispiaciuto tantissimo, anche perché con il pubblico italiano mi sono sempre trovata benissimo. Ma la speranza è l’ultima a morire. Spero di venirvi a trovare in estate.
Che conferme aspettava da questo tour?
Un cantante spera sempre di vedere le sale stracolme, ma il successo non mi è mai interessato. Non faccio musica per essere una star, ma per regalare emozioni. Vedere la gente ballare e cantare insieme a me durante un concerto è la cosa più bella che possa accadare. È il punto d’arrivo di un lunghissimo processo che mi vede all’inizio impegnata a scrivere e comporre canzoni per me stessa. È uno di quei pochi momenti in cui ritrovo pace, serenità. Mi fa stare meglio. Ma la mia musica si materializza quando è condivisa. Il concerto è la massima espressione di questa condivisione e la conferma che qualcosa di buono è stato fatto.
Visto il successo clamoroso di Joyful, non era poi così scontato…
No, non lo era. Sapevo che Gravity at last avrebbe suscitato molte attese, ma sin dall’inizio della mia carriera ho fatto in modo che le pressioni non prendessero il soppravvento sulla mia persona e la mia musica. Non è stato facile, ci sono cose che non rifarei, all’epoca ero molto giovane, avevo un’energia diversa da quella che oggi mi spinge a rilasciare interviste o a promuovere un album.
Che cos’è cambiato?
Essere madre di un bambino di tre anni cambia radicalmente la tua visione del mondo. Ti rende più distaccata rispetto a certe cose e più attenta ad altre. Credo che il titolo del mio ultimo album riassume bene il periodo che sto attraversando.
Perché il titolo Gravity at last (Finalmente la gravità, n.d.r.)?
Grazie a Dio, il successo di “Joyful” mi ha regalato emozioni che non avevo mai vissuto in vita mia. Sembrava un sogno senza fine, esploso al termine di un’infanzia e un’adolescenza molto sofferte e travagliate. Ma il successo mi stava portando sull’orlo del precipizio. Dopo il trionfo europeo, sono andata negli Stati Uniti: concerti, campagne di promozione, viaggi da un capo all’altro del paese, ritorni in Europa, era come ripartire da zero. Gestire la famiglia diventava impossibile. Non ce la facevo più. Ho dovuto lottare molto per ritrovare me stessa. Poi di colpo è piombata la gravità, nata dalla volontà di riconquistare serenità, gli affetti familiari. Ho preso coscienza che non ero più soltanto figlia di due genitori, ma una madre di famiglia con un ruolo sociale diverso che mi ha consentito di essere più matura.
Come in Joyful, sembra che il passato continui a tormentarla. Perché?
Avevo dedicato il primo album a mio padre, ma da allora il nostro rapporto ha subito una profonda evoluzione. Il tour precedente mi aveva risucchiato talmente energia da non rendermi conto che non lo sentivo più da mesi. La nostra relazione era giunta a un punto morto. Così, ho scritto Lonely, era un modo per communicare con lui. Questo per dire che se in molte canzoni ci sono riferimenti al mio passato, ad esempio quelle dedicate a mia madre o alla mia infanzia, altre invece guardano al presente e al futuro. La famiglia è un tema centrale. Proteggerla dalle pressioni esterne non è facile, ma ci provo. La scoperta della gravità, cioè dell’essenza delle cose, è questo che mi consente di andare avanti.
Da cosa è stata dettata la sua scelta di incidere nelle Bahamas?
Inizialmente volevo registrare l’album in Jamaica, purtroppo non c’erano le condizioni tecniche per farlo in analogico. Non posso fare a meno di questo suono. C’è qualcosa di sporco, quindi di vero, che non ritrovo nel digitale. Le nuove tecnologie ti offrono un tale ventaglio di possibilità che finisco per perdere il filo conduttore della mia musica. L’idea di passare giorni, settimane in uno studio per pulire e ripulire un suono mi fa impazzire. Le registrazioni di Joyful e di Gravity at last sono durate appena cinque giorni, quasi in presa diretta. Nelle Bahamas c’è uno studio che si chiama Compass Point, con strumenti vintage incredibili. Ci hanno suonato dei mostri sacri della musica, Bob Marley tanto per citarne uno, ma anche i Rolling Stones.
Spesso dice di essere sconvolta da quanto accade nel mondo. Eppure con Gravity at last continua a scrivere testi su un registro intimo. A quando canzoni politicamente impegnate?
Ogni artista è libero di esprimere i suoi pensieri come meglio crede. Ci sono mille modi per communicare al pubblico i problemi umani, i rapporti di potere. Alcuni cantanti preferiscono fare testi politici espliciti, ma io della politica non mi fido. Il registro intimo mi consente di affrontare il mondo su piccola scala. Alla base dei rapporti umani ci sono i sentimenti: la gelosia, l’invidia, le paure, il dolore, ma anche la gioia, l’amore. Oggi le persone si sentono molto sole, isolate. Questo isolamento non porta nulla di buono. Se con la mie canzoni riesco a far riflettere una persona sui sentimenti che ci contraddistinguono, allora posso dire che il mio lavoro è fatto. La condivisione è la parola chiave della mia musica. In questo mondo ne abbiamo terribilmente bisogno.

  • joshua.massarenti
  • Venerdì 13 Febbraio 2009

Jeune Afrique: il miracolo editoriale su cui nessuno osava scommettere

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  • Tags: editoria
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Area urbana della città di Johannesburg

Per molti settimanali, superare la soglia dei 2.500 numeri è un traguardo importante. Conoscendo la crisi profonda in cui versa da almeno un decennio la stampa internazionale, possiamo parlare di mezzo miracolo. Ma nel caso di Jeune Afrique, magazine panafricano lanciato quasi cinquanta anni fa nel continente meno avanzato del pianeta, il miracolo è accertato. L’uomo della provvidenza si chiama Bechir Ben Yahmed, un Citizen Kane africano che in mezzo secolo ha fatto del Groupe Jeune Afrique la più importante azienda multimediale panafricana.
L’avventura di Jeune Afrique nasce alla fine degli anni ‘50 in Tunisia. L’Africa è in subbuglio e il colonialismo entra in crisi. Dopo un passaggio nella delegazione che ha consentito al paese arabo di conquistare la sua indipendenza nel 1956 e una fugace apparizione nel regime di Bourguiba, Ben Yahmed torna alla sua eterna passione: il giornalismo. Il 17 ottobre 1960 nasce Afrique Action che, come si legge nel numero speciale dedicato al 2.500° numero, “si batterà per l’indipendenza di tutti i paesi del Terzo Mondo ancora colonizzati, per lo sviluppo, contro le ingiustizie sociali e per la democrazia”. Passa un anno e il giornale cambia pelle: appare Jeune Afrique (soprannominato JA dagli appassionati) che, dopo il trasferimento della redazione a Parigi (1964), diventa il magazine più letto dagli africani.
Dai presidenti ai ministri, dai diplomatici agli imprenditori, gli articoli pubblicati su JA sono per molti lettori una miniera d’oro. “Jeune Afrique è un’impresa editoriale fuori dal comune” spiega a Panorama.it Dominique Mataillet, vice caporedattore in forza al giornale da oltre vent’anni. “Da sempre, il magazine deve fare i conti con un mercato, quello dell’informazione panafricana, poco attraente per il settore pubblicitario. I mezzi che possiede un grande quotidiano come Le Monde o il New York Times ce li possiamo scordare”. La soluzione? “Offrire un prodotto artigianale di altissima qualità e avere la fortuna di lavorare con un direttore come Bechir Ben Yahmed. Se non fosse stato per Jeune Afrique, avrebbe potuto dirigere qualsiasi grande giornale francese. Anche i suoi più feroci nemici gli riconoscono un’intensità di lavoro fuori dal normale, una scrittura giornalistica raffinatissima e capacità imprenditoriali straordinarie”. Tutte doti che hanno permesso a Jeune Afrique di vincere le sue sfide. Tra quelle più difficili, Mataillet insiste “sull’apparizione negli anni ‘90 di un numero impressionante di giornali africani a basso costo che ci ha costretto ad orientarci verso un pubblico più elitista e, soprattutto, le pressioni che la trentina di giornalisti che compongono la redazione deve subire dal mondo esterno. Per qualsiasi giornale nazionale, queste pressioni si limitano alle forze politiche o ai poteri economici di un solo paese. Nel nostro caso, dobbiamo confrontarci con una cinquantina di nazioni”. Non c’è giorno che passa senza che dall’Africa non piombi nella sede di JA una richiesta di intervista a tale ministro o oppositore di un paese africano. A questi si aggiungono uomini d’affari, diplomatici, rappresentanti della società civile, artisti etc. “Non conto più le volte in cui i giornalisti sono costretti a respingere le sollecitazioni”. Non tutte però. Da anni, i detrattori di Jeune Afrique accusano la direzione di eccedere nei ‘publi-redazionali’. Un’inchiesta del giornale satirico Le Gri-Gri International ha rivelato nel 2005 una lista di regimi amici (tra cui Marocco, Algeria, Rwanda, Gabon, Mauritania) disposti a versare centinaia di migliaia di euro nelle casse del giornale per pubblicare articoli e reportage a loro favorevoli. “Sono accuse come tante altre” taglia corto Mataillet. Amicizie a parte, Jeune Afrique rimane un magazine in cui il lettore può scovare notizie sull’Africa che nessun altro giornale è in grado di offrire. Con circa 100.000 copie distribuite ogni settimana in oltre 80 paesi, JA può inoltre contare su un sito internet frequentatissimo (un milione di visitatori al mese) e il successo ottenuto dal magazine anglofono The Africa Report lanciato nel 2005. Per Ben Yahmed, sono due trionfi in più che gli hanno consentito di abbandonare la guida della redazione con una certa serenità. Oggi il giro d’affari del gruppo supera i 30 milioni di euro. Niente male per un giornale sulla cui longevità nessuno avrebbe mai scommesso un dinaro.

  • joshua.massarenti
  • Domenica 4 Gennaio 2009

C’est notre Terre! Una mostra interroga i consumatori

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C'est notre Terre! Una mostra interroga i consumatori

LA GALLERY

La terra sta male. Ma i rimedi per salvarla non sono all’ordine del giorno. Sotto l’effetto travolgente della crisi economico-finanziaria, la 14ma Conferenza della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, in programma a Poznan (Polonia) fino al 12 dicembre, è votata al fallimento nel giorno stesso della sua inaugurazione. Per gli esperti, quello che doveva essere una tappa di avvicinamento importante verso la conferenza di Copenhagen (fine 2009) rischia di mettere a repentaglio la necessità da parte delle 192 nazioni impegnate nella Convenzione sul clima di adottare una serie di misure planetarie in grado di scongiurare l’ipotesi di una crisi ecologica irreversibile. Così, di fronte allo spettro di una recessione economica lunga e difficile, la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra non è più una priorità politica.
In tempi di “disattenzione ambientale”, c’è chi si è preso la briga di organizzare una mostra colossale su un tema di attualità dirompente come lo sviluppo sostenibile senza puntare i fucili mediatici contro l’uomo. Certo, percorrendo i 2.500 metri quadrati dell’esposizione C’est notre Terre! (”E’ la nostra terra!”), in programma a Bruxelles fino al 26 aprile 2009, un dubbio sorge. Dal consumismo irresponsabile ai danni ambientali, la sequenza infinita di filmati e pannelli che scorrono sotto gli occhi dei visitatori fanno per lo meno intuire che noi esseri umani non possiamo chiamarci fuori.
Per l’associazione belga Demeter, da anni impegnata sulla promozione dell’educazione scientifica e lo sviluppo sostenibile, l’obiettivo della mostra (di cui è co-organizzatrice) è quello di “riconciliare sviluppo e risorse del pianeta, senza colpevolizzare nessuno ma senza tacere i problemi”. L’uomo, quindi, e non il pianeta o la natura, è il vero protagonista dell’esposizione. “La Terra esiste senza l’uomo” proclama il manifesto, “ma l’uomo non può vivere senza le risorse della Terra. Ecco perché abbiamo scelto di metterlo al centro di tutte le attenzioni. Ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità, ma ogni essere umano deve poter vivere a seconda delle proprie aspirazioni, oggi e domani”. A rincarare la dose, ci pensa Benoit Remiche, amministratore dell’agenzia Tempora, convinto che “è innanzittutto la specie umana ad essere minacciata. È necessario un cambiamento radicale del nostro comportamento. Ma nessun ritorno al passato o alla decrescita. Ci opponiamo al catastrofismo”.
Qui le parole d’ordine sono due: prendere coscienza di quanto sta accadendo e invetarci nuove soluzioni per scongiurare il peggio. Così l’installazione di Gloria Friedman accoglie il visitatore e assume tutto il suo senso in una mostra che si vuole didattica e artistica nel contempo. Una decina di sagome bianche sono sormontate da orologi che ci interrogano sulla nozione del tempo: quanto ci vuole ancora per una presa di coscienza mondiale? Quanto rimane alla nostra terra per salvarsi e salvarci? Già, lo sviluppo sostenibile è anche e soprattutto una questione di tempo: dei tempi che ubbidiscono a ritmi di vita diversi che non smettono di incrociarsi, se non di opporsi. Sulla nozione del tempo si snoda la mostra attraverso quattro sezioni: la prima ci ricorda il tempo della Terra, quello della sua evoluzione, lentissima e infinita, protrattasi per ben 4,6 miliardi di anni. Poi c’è il tempo degli uomini, inizialmente lento, poi più veloce (con la rivoluzione industriale) e infine devastante negli ultimi 50 anni. Le conseguenze? Provate ad entrare nel “supermercato del CO2″ e vedrete. Il concetto è semplice: anziché selezionare i prodotti alimentari messi a disposizione del cliente in funzione del rapporto prezzo/qualità, gli organizzatori di C’est notre Terre! invitano il consumatore a una seria riflessione sui danni ambientali che possono provocare i nostri consumi quotidiani. Esempio: sapevate che l’acquisto di un vino rosso californiano è trenta volta più dannoso per l’ambiente rispetto all’acquisto di un vino della Bourgogne? Se il primo, importato via nave su migliaia di chilometri, ha un impatto sul clima pari a 1,4 kg di CO2, con il vino francese, trasportato per poche centinaia di chilometri dalla Francia al Belgio, il danno ambientale ammonta appena a 50 grammi di CO2. Stesso discorso per la carne: 250 g di bistecca argentina “costa” 2,3 kg di CO2, mentre quella belga non oltre 10 grammi di CO2.
Da questa brusca accelerazione provocata dalla globalizzazione il tempo degli ecosistemi (banchisa, estuario, foresta e terre agricole) rischia di uscirne a pezzi. La loro salvezza richiede saggezza e una presa di coscienza sul tempo che ci rimane prima di raggiungere il punto di non ritorno. Di chi la colpa? Ancora una volta C’est notre Terre! evita con cura di nominare quelli che sono i soliti capri espiatori. “Non vogliamo trasformarci in un tribunale che denuncia l’industria petrolifera piuttosto che il settore automobilistico” assicurano gli organizzatori. Il timore appare un filino eccessivo. Tanto più che la lista dei rimedi per salvare la terra (quarta sezione) si limita ad un invito ai consumatori di “interrogarsi sulle proprie abitudini” e al mondo pubblicitario, “specchio della nostra cultura, di anticipare i tempi e favorire un consumo alternativo”. In tempi di crisi economica, è forse meglio non aspettarci troppo dai politici che si riuniranno a Poznan.

LA GALLERY

  • joshua.massarenti
  • Lunedì 1 Dicembre 2008

Femi Kuti, musica afrobeat contro la corruzione

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  • Tags: Fela-Kuti, Femi-Kuti
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Femi Kuti
 (Foto di Marie-Martine Buckens)

Nella dinastia dei Kuti, la musica è da sempre un’arma a doppio taglio: i poteri sociali illimitati che conferisce in un paese corrottissimo come la Nigeria finiscono spesso per diventare devastanti. Femi Kuti lo sa bene. Non aveva 15 anni quando la Repubblica di Kalakuta fondata da suo padre, Fela Anikulapo Kuti, venne prese d’assalto da mille soldati mandati a Lagos dal regime nigeriano per soffocare la voce contestataria di un musicista tra i più liberi e rispettati che l’Africa abbia mai avuto. Correva l’anno 1977. Per il fondatore dell’Afrobeat, genere musicale a cavallo tra jazz, soul, funky e musica tradizionale yoruba (l’etnia maggioritaria della Nigeria), l’aggressione della giunta militare segnò il suo passaggio allo status di eroe nazionale. Da allora è trascorso un trentennio, ma basta osservare lo sguardo di suo figlio per intuire che violenza e corruzione hanno avuto la meglio sulla musica. “Mai visto così tanti soldi in Nigeria. A Lagos spuntano ville faraoniche. Intanto nei quartieri popolari della capitale la gente continua a soffrire. Manca tutto: l’acqua, l’elettricità, i servizi sanitari. Purtroppo non appena alzi la voce il regime ti bastona”. Ma Femi Kuti non si rassegna. “L’Afrobeat è l’unico strumento di contestazione rimasto a disposizione del popolo per denunciare i nostri governanti. E il popolo nigeriano è al nostro fianco” dice.
Dopo quattro anni di silenzio, l’erede di Fela torna alla carica con un album, Day by Day, che segna una nuova svolta nella sua carriera di artista-militante cresciuta all’ombra di un’eredità ingombrante e ormai ‘minacciata’ dallo scontro che lo oppone al fratello minore Seun. Panorama lo ha intervistato a Bruxelles, terza tappa di un tour europeo che si chiuderà il 24 novembre a Zagabria.
Se escludiamo Shrine Africa (concerto-live inciso nel 2004, ndr), il suo ultimo album prodotto in studio, Fight to win, risale al 2001. Sette anni sono tanti…
Direi di no. In questi ultimi anni mi sono accadute tante cose che mi hanno tenuto lontano dagli studi di registrazione. Dopo Fight to win avevo bisogno di una pausa musicale che ho sfruttato approfondendo la mia passione per la tromba, di cui ormai non posso più fare a meno, e in misura minore il piano. Il nuovo album lo testimonia. Questo periodo è stato anche segnato dal mio desiderio di stare vicino alla famiglia e di tornare a vivere a Lagos per occuparmi dello Shrine Africa, il club che ho ereditato da mio padre.
Parliamo di Fela. Che posto occupa nella sua musica?
Enorme, ovviamente, anche se la sua influenza non è per fortuna totale. Da sempre ho cercato di arricchire l’Afrobeat con suoni nuovi, come l’hip-hop o l’ectronic. Oggi però ho un chiodo fisso: la tromba. Questo strumento è diventato la mia ossessione. Mi sono dato cinque anni per far parte della cerchia dei grandi trombettisti. Per ora mi accontento di accarezzare questo sogno.
Che altri sogni custodisce?
Trasformare il mio club, lo Shrine Africa, in un palcoscenico importante della scena musicale internazionale. Posso contare sul fatto che l’Afrobeat sta godendo di buona salute, e non soltanto in Nigeria o in Africa. Londra e New-York pullulano di gruppi interessanti come gli Antibalas. Gli scambi con artisti di altri orizzonti sono un altro punto di forza per lo Shrine. Il 19 ottobre scorso ho organizzato un concerto che celebrava il 90° anniversario della nascita di mio padre. Abbiamo accolto musicisti illustri, che preferisco definire amici, come Flea (bassista dei Red Hot Chilli Peppers), Damon Albarn (cantante dei Gorillaz), Baaba Maal e Daara J. La risposta della gente è stata poi incredibile. La sala contiene 3.000 posti, fuori sono rimaste 17.000 persone giunte da tutta la Nigeria e da molti paesi africani per assistere al concerto.
Questo la dice anche lunga sulla notorietà di cui gode suo padre…
A Lagos come in tutta l’Africa, nessuno si è dimenticato delle lotte incredibili che ha portato avanti per difendere i diritti dei più deboli. Purtroppo la povertà non è stata sradicata. Oggi trovo insopportabile il modo con cui i regimi africani continuano ad arricchirsi sulla pelle dei poveri. Con tutto il petrolio che c’è nel moi paese potremmo sfamare milioni di persone. Il desiderio di lasciare Londra e tornarmene a Lagos non è stato soltanto dettato dalla musica, ma anche dalla volontà di riprendere in mano le battaglie sociali di mio padre. Ma non mi faccio illusioni. Ci vorrebbe un miracolo per cambiare il sistema politico nigeriano.
Eppure i militari hanno lasciato il posto ai civili…
Non è cambiato nulla. Anzi, si ruba più di prima. A tutti livelli, nel pubblico come nel privato. È disgustoso.
Torniamo alla musica. Lei e suo fratello Seun siete entrambi in tournée in Europa (a Bruxelles Seun ha suonato il 24 ottobre, due giorni prima di Femi, ndr). Poche settimane fa avete pubblicato i vostri album in contemporanea (il primo per Seun, ndr). Semplice coincidenza?

Direi di sì. Alcuni sostengono che ci si una concorrenza sfrenata tra noi per raccogliere lo scettro di moi padre, ma non è così. Almeno non per me.
Quali sono i vostri rapporti?
Ci sentiamo, ci incrociamo, nulla di più. Purtroppo, la nostra relazione è stata condizionata dal suo entourrage. Dopo la morte di mio padre, persone che gravitavano attorno agli Egypt 80 (il gruppo di Fela Kuti, ndr) mi hanno letteralmente messo al bando. Sono nato a Londra e mia madre è bianca, dicevano che non ero un vero yoruba. Hanno quindi scelto Seun, che all’epoca aveva appena 16 anni e quindi facilmente condizionabile. Si è tenuto gli Egypt 80, mentre io sono diventato proprietario dello Shrine. Oggi siamo riconciliati, ma ognuno va avanti per la sua strada.

  • joshua.massarenti
  • Domenica 2 Novembre 2008

La piccola moschea nella prateria

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  • Tags: tv
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La piccola moschea nella prateria
Chiunque abbia seguito gli episodi della Piccola casa nella prateria mantiene il ricordo nitido di una piccola ragazzina di nome Caroline Ingalls, le cui avventure hanno fatto la storia di Walnut Grove, piccolo villaggio del Minnesota e roccaforte del mondo rurale statunitense targato White Anglosaxon protestant (Wasp). Sono passati circa trent’anni da quando la più fortunata delle serie televisive americane sbarcò in Italia. Segno che i tempi sono cambiati, il set si è spostato a nord, nelle praterie del Canada occidentale, mentre ben più traumatico si sta rivelando la sostituzione della casa di legno con una moschea a dir poco ingombrante. Prodotta dalla televisione pubblica canadese SRC/CBC, La piccola moschea nella prateria sta riscuotendo un successo clamoroso. Da ormai due anni, oltre due milioni di telespettatori canadesi seguono con passione le vicissitudini di una piccola comunità musulmana e i suoi rapporti con gli abitanti di Mercy.

Protagonisti assoluti della serie sono loro: Yasir, un imprenditore pronto a costruire all’interno di una parrocchia protestante una piccola moschea con tanto di preghiere rivolte ad Allah, e Amaar, giovane avvocato pakistano sbarcato a Mercy per sostituire un imam ultraconservatore colpito da “paranoia religiosa”. Insieme, Yasir e Amaar devono fare i conti con una comunità autoctona incarnata da un contadino terrorizzato dalla scoperta della moschea, un pastore protestante disposto al dialogo interreligioso e un animatore radiofonico diviso tra i suoi sentimenti xenofobi e il suo amore segreto per un’immigrata algerina.

La serie affronta sul registro della comicità le paure e le ansie di sicurezza che condizionano i rapporti tra musulmani e cristiani di un paesino sperduto del Canada. La derisione non risparmia nessuno. “Ma non si tratta di una satira politica” precisa Zarqa Nawaz, ideatrice e sceneggiatrice della sitcom “La piccola moschea nella prateria è più che altro incentrata sulle relazioni umane. In ogni comunità, c’è chi si oppone al diverso e chi invece è più propenso a dialogare. Questo vale sia per i musulmani che per qualsiasi altro gruppo sociale o religioso”. Giustificando il ricorso alla parodia, Nawaz afferma di aver voluto “dimostrare che i musulmani sono capaci di autoderidersi”. Per questo, le è bastato ispirarsi alle esperienze trascorse in Canada. “Una della regole basilari della commedia è scrivere in base al proprio vissuto quotidiano. E più il tema è serio, più provo piacere a deriderlo”. Con un unico obiettivo: far capire al pubblico che i musulmani non sono così diversi. “Abbiamo le stesse ambizioni, gli stessi problemi d’amore o familiari di un cristiano. Se poi alla luce delle tensioni nate dopo l’11 settembre questa serie riesce a dare il suo piccolo contributo alla lotta contro i pregiudizi, allora tanto di guadagnato”. Segno del successo riscontrato in Occidente, La piccola moschea nella prateria è stata confermata nella programmazione del canale francese Canal plus.

  • joshua.massarenti
  • Mercoledì 1 Ottobre 2008

Il matrimonio di Lorna: la spietata lotta per la felicità, al cinema

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  • Tags: Cinema, film, Jean-Pierre-e-Luc-Dardenne
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Il matrimonio di Lorna


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dei film in uscita il 19 settembre

È nelle sale da venerdì 19 settembre il nuovo film dei fratelli Dardenne, Il matrimonio di Lorna, storia di una ragazza albanese che, pur di realizzare i suoi sogni e vivere in Belgio, si adatta a sposare un giovane drogato, sperando che, una volta morto suo marito per un’overdose, lei possa essere finalmente libera di fare ciò che desidera. Ma il suo giovane consorte, invece, vuole continuare a vivere. E le vicende si complicano.
Abbandonando la camera a pugno in 16 millimetri, i fratelli Dardenne compiono con Il matrimonio di Lorna (Premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes) una svolta nella forma, ma non nella sostanza. Jean-Pierre e Luc Dardenne insistono: a segnare una vita non è il destino, ma il desiderio di riappropriarsi di un’umanità svanita nella selva delle violenze quotidiane. Gli immigrati ne sanno qualcosa. Le donne pure. Lorna appartiene ad entrambe le categorie sociali più discriminate della società contemporanea. Come tante altre albanesi della sua età, sbarca nell’eldorado europeo con la convinzione che nulla potrà ostacolare il suo sogno di aprire un baracchino assieme al suo fidanzato Sokol. Ma la strada è lunga e difficile. Di mezzo ci si mette la mafia albanese, che per fare soldi organizza matrimoni falsi tra europei e immigrati. Sembra un gioco da ragazzi, ma non lo è. Almeno non per chi come Lorna (incarnata da una staordinaria Arta Dobroshi) è costretta a sposare un tossicodipendente (Claudy) per acquistare la nazionalità belga. Una volta cittadina europea, Lorna deve poi fare i conti con le logiche di profitto implacabili dell’organizzazione criminale che dopo Claudy, le assegna un immigrato russo da regolarizzare. Per sposarlo però, bisogna accelerare il divorzio con il tossicomane senza destare il sospetto dell’amministrazione. Problema: Claudy si innamora di Lorna, promettendole addirittura di volersi disintissocare. Per la giovane albanese, l’ostacolo è improvviso quanto intollerabile. Eliminarlo è l’unica soluzione possibile per sbarcare il lunario. Ma a quale prezzo?

In questa intervista rilasciata a Panorama.it pochi giorni prima dell’uscita del film nelle sale italiane, i registi belgi riaffermano il loro desiderio di continuare ad interrogarci su come sia possibile preservare la propria umanità in contesti di inaudita violenza sociale e morale.
Cosa vi ha spinto ad affrontare il tema dell’immigrazione?
Questo non è un film sull’immigrazione, ma su una donna di circa 30 anni che, contrariamente a personaggi come Rosetta o Sonia (L’Enfant), ha già un vissuto da raccontare.
Quindi l’immigrazione è solo un pretesto…
Sì e no. La sceneggiatura è nata da una testimonianza raccolta alcuni anni fa presso un’operatrice sociale a Bruxelles. Suo fratello era un tossicodipendente contattato dalla mafia albanese per sposare una prostituta albanese in cambio di soldi, prima del matrimonio e dopo il divorzio. Lo scopo era consentire alla ragazza di acquistare la cittadinanza belga. Ma per esperienza questa operatrice sapeva che, per scongiurare i rischi e massimizzare i profitti, i mafiosi preferiscono provocare il divorzio attraverso la morte per overdose del tossico.
Ma Lorna non è una prostituta…
Ed è qui che nasce tutto l’interesse del film. Lo stereotipo della prostituta albanese avrebbe condannato il personaggio centrale del film a porsi come vittima delle conseguenze più estreme della logica del profitto. Invece volevamo una ragazza normale, disposta a rendersi complice di una macchinazione spaventosa pur di raccogliere i soldi necessari per realizzare il suo sogno: aprire uno snack-bar con il suo vero fidanzato e sfondare in Europa. Ma in realtà, fino a che punto Lorna è disposta ad arrivare per favorire la morte di Claudy (il tossico interpretato da uno straordinario Jérémie Renier, ndr)? La trama del film è quindi costruita sul rapporto di Lorna con la sua coscienza e la sua disponibilità a sacrificarla. Purtroppo, il prezzo da pagare per accedere al benessere europeo può rivelarsi eccessivo per una donna “normale” come Lorna, protagonista e vittima delle sue ambizioni sociali.
La protagonista del film è interpretata da Arta Dobroshi, un’attrice originaria del Kosovo costretta a recitare in francese. A cosa dobbiamo questa scelta?
La nostra decisione è stata dettata dalla storia che ci aveva raccontato l’operatrice sociale menzionata poco fa. Abbiamo inviato uno dei nostri assistenti a Pristina, Skopje e Tirana per selezionare una ragazza che potesse interpretare il ruolo di una donna albanese. Il casting ha coinvolto un centinaio di giovane attrici professioniste. Tra loro, ci aveva colpito Arta Dorboshi. Per dissipare i dubbi ci siamo recati a Sarajevo, dove vive, chiedendole di camminare, correre, cantare e recitare alcune scene del film. Dopo di che Arta è stata invitata a Liegi, dove abbiamo organizzato alcune riprese assieme a Jérémie Renier e Fabrizio Rongione. Poco prima di lasciare il Belgio, eravamo convinti che Arta sarebbe stata perfetta per incarnare Lorna. Sapevamo che la lingua poteva costituire una trappola, da cui la nostra decisione di chiederle di recitare in francese come se fosse un’albanese sbarcata da pochi anni in Europa.
Che cosa associa Il matrimonio di Lorna ai vostri film precedenti?
Da sempre siamo curiosi di capire il modo con cui i nostri protagonisti riusciranno o meno a salvarsi da un contesto infernale, se non disumano. In altre parole, come ci poniamo di fronte al Male? Che scappatoie ci sono? In che modo è possibile fare marcia indietro? E quali saranno le conseguenze di questa decisione? Oggi abbiamo la netta sensazione che la lotta per la sopravvivenza si fa sempre più spietata. Il matrimonio di Lorna ne è la dimostrazione. La protagonista proviene da un paese povero, l’Albania, quindi sa cosa significa vivere nella precarietà e affidare il proprio destino alla solidarietà. Eppure, una volta giunta in Europa non esita a rendersi complice con la mafia della morte di un tossicodipendente. Come mai? Fortunatamente, a salvare Lorna saranno i suoi rimorsi. In un un mondo così cruento, il senso di colpa è l’unico sentimento che ci consente di accedere all’umanità. Per colpevolezza intendiamo la responsabilità che gli altri ci richiedono per offrire loro un’opportunità nella vita. Nel film, Claudy (il tossicodipendente) non fa altro che mettere Lorna di fronte alle sue responsabilità: sei sana, io sono malato, solo tu puoi salvarmi. Per Lorna si tratta di una scelta difficile: o salva Claudy e mette a repentaglio il suo piano, oppure va avanti per la sua strada nell’indifferenza assoluta. Dal canto nostro, siamo stati ben attenti a non porre un giudizio morale sulla sua scelta. Il desiderio di Lorna di costruirsi una vita migliore con l’uomo che ama è del tutto legittimo. Il problema sono le pressioni enormi cui è sottoposta per agguantare la meta. La sua lotta è in balia tra l’essere vittima e carnefice delle sue ambizioni sociali.
Dalla fiction alla realtà. Che sguardo ponete sulle politiche europee in tema di immigrazione?
Non possiamo non essere preoccupati. Oggi l’immigrato è il capro espiatorio di governi europei incapaci di rispondere alle difficoltà enormi con cui si confrontano molti cittadini europei. I loro programmi sono condizionati da sondaggi che lasciano intendere che la sicurezza dovrebbe rimanere in cima alle loro agende politiche. Non neghiamo il fatto che tra gli immigrati ci siano persone poco per bene, voi in Italia ne sapete qualcosa con la mafia albanese, ma costruire una società sulla paura non porta da nessuna parte. La vicenda dei rom in Italia ne è una chiara dimostrazione. Vorrei sapere qual’è la proporzione di immigrati criminali nel vostro paese rispetto a coloro che si comportano bene e che rappresentano una linfa vitale per la vostra economia. In realtà, abbiamo il sospetto che gli immigrati clandestini facciano quasi più comodo al mondo imprenditoriale europeo, e non solo italiano, che alla classe politica.

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  • joshua.massarenti
  • Venerdì 19 Settembre 2008

Il fotoreportage? Un atto di resistenza civile

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  • Tags: Festival-internazionale-di-fotoreportage, Francia, Jan-Grarup, Jean-François-Leroy, Munem-Wasif, Paolo-Pellegrin, Pascal-Maitre, Perpignan, Philip-Blenkinsop, Stanley-Greene, Visa-pour-limage
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Festival Fotoreportage di Perpignan
Da un lato i numeri e la convinzione di essere sempre (o quasi) dalla parte della ragione; dall’altro un’industriale editoriale in crisi e il sospetto che l’appuntamento annuale più importante del fotogiornalismo internazionale debba trovare una nuova linfa creativa. In mezzo c’è lui, Jean-François Leroy, l’anima del Festival internazionale di fotoreportage Visa pour l’image di Perpignan (Francia), che quest’anno ha festeggiato la sua ventesima edizione. “Vent’anni sono tanti” assicura Leroy con tono trionfale. “Ma una cosa è sicura: non intendo fermarmi qui”. All’indomani della serata conclusiva, per il direttore di Visa pour l’image è giunta l’ora dei bilanci. Sul breve, come sul lungo termine. Perché una cosa è sicura: per i fotografi impegnati a scattare i lati più oscuri e meno noti del pianeta Terra, sono tempi duri. Ovviamente, star come Paolo Pellegrin, Stanley Greene o Philip Blenkinsop hanno poco da temere. Ben più arduo si annuncia invece il compito di un esercito di fotografi talentuosi, ma resi precari dalle scelte strategiche di un’industria editoriale sempre meno disposta ad acquistare servizi “impegnati”. Leroy lo sa. E non esita a puntare il dito contro “editori ormai schiavizzati dalle notizie people e convinti, a torto, che il fotoreportage non è più redditizio”. A suo favore parlano i numeri. In vent’anni, ha presentato 600 esposizioni e organizzato 120 eventi, passando da 123 accrediti professionali rilasciati nel 1989 a 3.500 nel 2007 e coinvolgendo oltre 250 agenzie contro sette nell’anno della caduta del Muro di Berlino. “Quest’annata poi è stata eccezionale”. Come dargli torto. La qualità dei reportage presentati nella settimana dei professionisti (dal 30 agosto al 7 settembre) e poi successivamente al grande pubblico (dall’8 al 14 settembre) è stata altissima. Basta dare un’occhiata alla nostra photogallery: dallo sguardo di Philip Blenkinsop (Premio Visa 2009) sui terremotati cinesi agli scatti di Paolo Pellegrin sui rifugiati iracheni, dalle testimonianze insopportabili di Jan Grarup in Darfur e di Pascal Maitre nell’Africa dei Grandi Laghi (Rwanda, Burundi e Congo/Kinshasa), fino all’asso emergente Munem Wasif (premio del Miglior giovane fotografo), il Festival di Perpignan ha mantenuto tutte le sue promesse. Eppure le critiche non sono mancate. C’è chi parla di un formato troppo ripetitivo (il tema del colloquio: “Crisi dell’informazione, crisi del fotogiornalismo?” è lo stesso della passata edizione), chi invece se la prende con una selezione di foto e storie poco coerenti fra loro e sempre orientate a mettere in mostra la solita litania di guerre e disastri umanitari. Ma Leroy non ci sta: “Visa non è al servizio della cronaca rosa, ma votata all’impegno civile. E poi che colpe ho se l’editoria non fa più il suo lavoro?”

Gli editori si giustificano con la crisi finanziaria che la stampa sta attraversando…
Non mi faccia ridere! I giornali appartengono a dei grandi gruppi editoriali e in questi gruppi ci sono titoli che continuano a guadagnare un sacco di soldi. Vent’anni fa l’editoria aveva un obiettivo: equilibrare i conti. Oggi invece mira a profitti colossali. E di grana in giro ce n’è tanta. Se no come spiegare la disponibilità di alcuni editori di sborsare centinaia di migliaia di euro per pubblicare una copertina con Madonna o Brad Pitt e Angelina Jolie?
Forse per compensare perdite registrate altrove…

E io le rispondo che basterebbe creare una tassa sulle notizie people, ovvero i servizi sulle star, per finanziare il fotoreportage. Quando vedo che Stanley Grenne non è nemmeno riuscito a raccogliere otto mila euro per effettuare un servizio in Afghanistan, mi viene da piangere. Eppure l’Afghanistan dovrebbe tirare, o no? Guardi, se fossi in possesso di un magazine non spenderei certo il mio tempo ad acquistare le ultime foto di Britney Spears. Purtroppo non sono un editore. Detto questo, non credo che il fotogiornalismo sia in crisi. Basta osservare il materiale incredibile che il Festival di Perpignan è riuscito a proporre in queste ultime settimane. Gente come Blenkinsop o Kozyrev sono risorse indispensabili per capire come il mondo sta veramente andando.
Va bene, ma intanto ci sono una valanga di giovani fotografi costretti a rischiare la vita per appena mille euro al mese. Che consigli darebbe a questi ragazzi?

Il fotoreportage è innanzitutto un impegno civile. Non bisogna mai dimenticarlo. Certo, una vita da precario non è ipotizzabile, ma in tempi così duri non c’è altra alternativa alla resistenza sociale. Al resto ci pensa il talento. Oggi ci sono sempre più fotografie, ma non significa che ci sono più fotografi talentuosi. Certo, l’avvento del numerico ha consentito a molti di scattare buone immagini, ma per diventare Paolo Pellegrin ci vuole un occhio eccezionale. E questo gli apparecchi numerici non te lo possono offrire.
Durante il festival è emerso un rapporto sproporzionato tra la valanga di fotografi presenti a Perpignan e il numero davvero risicato di servizi che le agenzie fotografiche sono riuscite a vendere. Come se non bastasse, colossi come Magnum hanno dato forfait. Non è che Visa pour l’image sia diventato un festival delle occasioni perse?

Intanto vorrei precisare la Magnum è stata rappresentata da molti suoi fotografi. Certo, non ha presentato un suo stand, ma si tratta di una scelta che non spetta a me giudicare. Per il resto mi dispiace per le agenzie, tuttavia la sua domanda andrebbe rivolta al mondo dell’editoria. Chi se non gli editori possono dare una nuova svolta al mercato? Che colpe ho se i capiredattori delle principali testate giornalistiche francesi si lasciano mangiare da Carla Bruni e Nicolas Sarkozy? Come se non bastasse le agenzie sono ormai confrontate all’enorme massa di immagini scaricabili gratuitamente da internet. Tra una foto bellissima, ma costosa, e uno scatto buono e gratuita, la logica editoriale secondo la quale bisogna abbattere il più possibile i costi di produzione favorisce sempre più la seconda opzione. Sono propri fenomeni di questo tipo che giustificano l’esistenza di un Festival come quello di Perpignan. Ogni anno mi batto come un leone per dimostrare al pubblico e agli editori che nel mondo esistono produzioni di altissimo livello professionale, che la qualità delle foto non può essere smerciata per quattro soldi. Sono stufo di sentire in giro che Visa pour l’image propone servizi bellissimi. C…, acquistateli!
Quanto è disposta a predicare ancora nel deserto?
Quando vedo che dopo vent’anni il nostro Festival è in grado di sfornare nuovi talenti come Wasif, non ho la sensazione di girare a vuoto. Se così fossi non starei lì ad organizzare un evento capace ormai di accogliere 180.000 visitatori.
Quindi appuntamento per l’anno prossimo?
Certo, questo festival è come un figlio. L’ho fatto nascere e non intendo abbandonarlo. Né oggi, né domani.
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  • joshua.massarenti
  • Lunedì 15 Settembre 2008
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