
Pillbox per Pangea
Eh no. Se stai pensando: che palle, è il solito concerto di solidarietà, sei fuori strada. Bocelli non c’entra, non c’è la Carlucci. E non c’è nemmeno Gino Strada. Continua
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Lui non lo sa, ma è un anno che aspetto. 12 lunghi mesi con un solo pensiero fisso, come solo gli amori vissuti da lontano possono essere. Ieri sera, Arena di Verona, ore 21.15, unica data italiana degli Who. Lui è Roger Daltrey, il più dotato cantante di R&B del pianeta e sto per vederlo. Loro sono un pezzo della storia del rock: a Woodstock hanno suonato dopo Janis Joplin e prima dei Jefferson Airplane.
Eccoli, arrivano. Vie le frange, niente addominali a vista, ma solo jeans e maglietta neri per Roger Daltrey. Niente tuta da meccanico e scarponi ma giacca, camicia e jeans per Pete Townshend.
Partono con I can’t explain. Progressione Who: come passare da zero a 200 all’ora in 10 secondi. E via con The Seeker, Substitute, Fragments. Su Who are you l’Arena esplode. Ma inizia a diluviare. Partono gli amplificatori, escono i tecnici, loro spariscono. Tell me tell me who are you: come in una puntata corale di Csi, tutta l’Arena va avanti a cantare. Io mi sento come una pianta a cui hanno levato l’acqua, anche se va avanti a piovere a dirotto per un’ora e mezza. Alle 11 smette. Riescono i tecnici, riattaccano gli amplificatori, accordano le chitarre.
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Sta diventando una prova di resistenza fisica. 12 mila persone sotto la pioggia in attesa. Ma certi amori hanno tempi lunghi.
Escono, ricomincia a piovere ed è Behind blue eyes. L’illusione dura 10 secondi, Roger Daltrey butta il microfono, si gira verso il backstage e inizia a discutere. Pete Townshend urla: “Roger’s voice is gone!”. Corre da lui. Iniziano a litigare. Per chi li conosce, questo teatrino da George&Mildred è normale. Il tiraemolla dura altri 10 minuti. E sono le 11.20. Io penso: Only love can make it rain (ma lo pensiamo tutti e ormai siamo da due ore sotto la pioggia battente).
Rientrano, ma la voce stavolta è andata davvero. Pinball wizard viene lasciata a metà, il concerto ormai è la Fender Stratocaster di Pete Townshend. Arriva Won’t get fooled again, è finita. Realizzo solo ora, non è un bacio rubato ma un coito interrotto. Ma l’amore non è un fatto prestazionale. Scuotendo la testa, Roger Daltrey urla al microfono: I’m sorry, I’ll be back. È un plebiscito di amore. 12 mila persone urlano il suo nome. È vero, ha mancato l’appuntamento ma, come si dice in Baba o’ Riley, il loro pezzo più famoso, “he don’t need to be forgiven” (”lui non ha bisogno di essere perdonato”). Lui no. E stavolta glielo diciamo noi.
Il video di Baba o’ Riley