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ProPublica, tornano gli investigatori con il block notes

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  • Tags: citizen-journalism, giornalismo-investigativo, propublica
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ProPublica

“Volevamo farti sapere che da circa venti minuti il sito è online. Ora puoi dargli un’occhiata. Saluti, Scott”. Con questo messaggio, inviato per mail martedi scorso, è stata annunciata la nascita sul web di un’agenzia di giornalismo investigativo, ProPublica, che ha raccolto alcuni tra i migliori reporter degli Stati Uniti. A guidarla è Paul Steiger, premio Pulitzer e firma di punta del Wall Street Journal, acquistato alcuni mesi fa da Rupert Murdoch. L’obiettivo è di creare una squadra di giornalisti per portare alla luce “storie con una forza morale”: dagli scandali economici ai disastri ambientali, dagli sprechi della politica alle innovazioni tecnologiche. Non è soltanto un richiamo alla tradizione americana dei cronisti “muckracker“, capaci di “scavare nel fango”. Chiariscono i giornalisti sul sito: “Affrontiamo una situzione in cui le fonti delle opinioni si stanno moltiplicando, ma diminuiscono le fonti dei fatti sui cui si fondano queste opinioni”. Fanno già parte del progetto 21 reporter: Steiger ne sta cercando altri sei tra le firme di punta degli Stati Uniti.

Fox News commenta l’annuncio di ProPublica (in inglese)

Qual è la differenza con i giornali tradizionali? ProPublica riceve un finanziamento di dieci milioni di dollari dalla famiglia Sandler e donazioni da cittadini e istituzioni. Non è influenzata, quindi, dalle pressioni per accumulare utile da redistribuire agli azionisti. E, nelle intenzioni dei fondatori, i giornalisti dovrebbero avere più tempo e fondi per condurre le loro inchieste. Per ora sulla pagina iniziale di ProPublica i cronisti analizzano in profondità alcuni episodi che in questi giorni hanno conquistato le prime pagine dei quotidiani americani. E attraverso lo “Scandal watch” riuniscono in diretta le informazioni sui principali scandali disperse su internet. Presto arriveranno anche inchieste originali. Sei i temi principali: affari e finanza, giustizia, energia e e ambiente, governo e politica, media e tecnologia, sicurezza nazionale.
Non è la prima iniziativa di giornalismo investigativo online. Altri hanno tentato formule differenti: Sharesleuth indaga sugli abusi delle società, finanziato dall’imprenditore Mark Cuban, un miliardario eccentrico che otto anni fa ha comprato anche una squadra di basket, i Dallas Maverick . Un gruppo di blogger si è coalizzato in Porkbusters, una sorta di bacheca che riporta le spese del Congresso Usa (il Parlamento americano): la mascotte è un porcellino vestito con il frac. E sta diventando una ricca fonte di documenti Wikileaks: una biblioteca rifornita con materiali “scottanti”, come i video delle recenti proteste in Tibet. Progetti differenti, ma un unico scopo: informare e rendere consapevole l’opinione pubblica.

  • luca.delloiacovo
  • Sabato 14 Giugno 2008

L’enciclopedia Britannica ora parla con l’accento “wiki”

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  • Tags: britannica, Google, Jimmy-Wales, knol, wikia-search, Wikipedia
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Britannica

Alla fine l’Enciclopedia Britannica ha ceduto: si sta aprendo ai contributi degli utenti come Wikipedia. Qualche tempo fa la rivista scientifica Nature aveva stabilito la sostanziale equivalenza tra le due fonti, e il “match” era finito con 162 errori per l’impresa culturale fondata da Jimmy Wales contro i 129 della rivale. Nel frattempo Wikipedia è diventata, ormai, uno dei dieci siti più visitati della rete: nelle ricerche di Google appare spesso tra i primi risultati. Sottraendo pubblico e fama alla concorrente inglese.
Se, da una parte, su internet sembra vincente il “modello wiki” della collaborazione con i lettori, dall’altra invece Britannica prova a migliorarne i punti deboli in una versione, però, separata da quella ufficiale. Esperti e utenti sono stati invitati a partecipare al nuovo progetto, ma ogni loro modifica sarà controllata dai redattori dell’enciclopedia inglese, forte dei suoi 240 anni di tradizione. E, soprattutto, chi aggiunge contenuti (testi, video, fotografie) dovrà “metterci la faccia”, abbandonando l’anonimato tipico di Wikipedia (che, comunqne, imita una tradizione diffusa in ambienti scientifici per il controllo delle ricerche accademiche) Chi vorrà dare contributi per arricchire la Britannica dovrà insomma esporsi con tanto di nome, cognome, foto e l’eventuale titolo che certifichi la competenza in una determinata materia.
Secondo il blog di Britannica, gli studiosi potranno usufruire di un sistema di remunerazione, promuovere il loro profilo, sviluppare una rete globale di esperti e sottoporre i loro lavori “in progress” alle critiche dei lettori. Cambia la musica anche per gli utenti: ora hanno l’opportunità di scrivere tra le pagine dell’enciclopedia più blasonata d’Inghilterra, aggiungendo modifiche, link, materiali originali. E l’attribuzione dei nuovi contributi sarà più visibile. Ma resta comunque a Britannica la parola definitiva sulla pubblicazione online delle proposte di esperti e lettori nella versione “ufficiale”.
Negli ultimi mesi alcune iniziative hanno provato a sfidare Wikipedia, ormai accettata da alcune istituzioni accademiche come strumento didattico e fonte bibliografica. Google ha lanciato Knol, ma è una scommessa che ha bisogno di tempo per crescere (contemporaneamente, Jimmy Wales sfida “big G” con Search Wikia, un motore di ricerca potenziato dalla partecipazione di una comunità di utenti). E la francese Larousse il mese scorso si è affacciata su internet aprendosi ai lettori per contrastare “l’invasione anglofona”.

  • luca.delloiacovo
  • Martedì 10 Giugno 2008

Reporter fai-da-te: una guida alle risorse online

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  • Tags: currenttv, liveleak, Mtv, qoob, reporter
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Citizen journalism. (credits: Flickr)
Punto primo: l’idea. Non trascurate di curiosare negli archivi delle emittenti sul web: il sito wwiTV è un telecomando virtuale con 114 canali italiani a disposizione (nazionali, locali, musicali, sportivi). Dalle cronache cittadine a quelle nazionali, dalle mode del momento alle curiosità: è una miniera di informazioni preziose per chi vuole lanciarsi in un’inchiesta e sapere se non si sta imbarcando involontariamente in un remake. Per chi invece non resiste alla tentazione di prendere un biglietto aereo e misurarsi con un reportage all’estero, è un buon punto di partenza Liveleak: un portale che riunisce news dal mondo mandate in onda dalle più prestigiose emittenti internazionali. Una sorta di collage degli eventi globali in diretta. E la Cnn ha deciso di aprirsi al movimento del citizen journalism (il giornalismo prodotto dai cittadini) lanciando iReport, un sito che sostiene di raccogliere senza filtri né censure i filmati inviati da cronisti amatoriali. Gli appassionati di documentari naturalistici e storici in cerca d’ispirazione possono contare sui video del National Geographic. E poi c’è il classico YouTube.
Blog, forum e social network (come MySpaceVideo) sono poi un altro territorio da esplorare per scoprire tendenze culturali e musicali (come l’aggiornatissimo blog Hype Machine). Grandi piazze del chiacchiericcio internettiano sono ForumFree e Technorati, un motore di ricerca per blog.

Per girare un filmato può bastare una buona videocamera amatoriale. Ma servono anche gli strumenti adatti per tagliare, montare e titolare un filmato. Che si possono trovare facilmente sul web. Tra i più noti Jumpcut e Motionbox, software per sforbiciare le “pellicole” direttamente dal browser, aggiungendo suoni e titoli. Oppure Photobucket, una vera e propria comunità online di fotografi e videoamatori. Chi è a caccia di colonne sonore può visitare Musopen: una raccolta di musica classica da ascoltare e scaricare legalmente. E per i primi consigli tecnici sulle riprese si possono leggere online alcune guide in italiano, come Montaggio-video e Videomakers.

Un video didattico sulla differenze tra giornalismo professionale e citizen journalism (in inglese)


Peter Gabriel, ex cantante dei Genesis, parla di citizen journalism e diritti umani (in inglese)

  • luca.delloiacovo
  • Venerdì 9 Maggio 2008

Current tv: come Al Gore vuole cambiare la televisione

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  • Tags: Al-Gore, blogger, current-tv
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Il premo Nobel per la pace Al Gore. (credits: Ansa)
Jeans, giacche e camicie a a fiori. Ma anche vistose maglie color pistacchio e arancione. Alcuni giovanissimi con le t-shirt. Insomma: lo stereotipo dello smanettone occhialuto lì non c’era. Eppure quei gruppetti di persone davanti al Teatro Ambra Jovinelli di Roma alle due del pomeriggio avevano due cose in comune. La passione per i blog (o, almeno, per il mondo del web). E la curiosità di incontrare Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti, diventato star dell’ecologismo globale con il documentario “Una scomoda verità”. Tre anni fa ha fondato una televisione per il web, Current, e oggi sbarca in Italia (con Sky) con l’obiettivo di raccogliere e selezionare reportage creati direttamente dal pubblico, pagandoli a partire da 500 euro. Il nuovo canale punta sui “giovani adulti”, tra i 18 e i 34 anni, che oggi non si riconoscono nella televisione tradizionale, ma preferiscono navigare in rete.

Sul palco del teatro si avverte il carisma dell’ex vicepresidente Usa. Parla come una rockstar ai suoi fan. Che applaudono a ogni pausa. Democrazia, riscaldamento globale, opinione pubblica: Gore affronta i quesiti della platea in due ore e quindici domande. Si rivolge soprattutto ai giovani, promettendo un nuovo strumento per far sentire la loro voce. Perché, secondo il fondatore di Current, internet può cambiare la televisione. Racconta le potenzialità del web, la trasformazione in atto nei mass media, i pericoli del mutamento climatico, la libertà di espressione. Intanto si illuminano in sala i display di cellulari, computer, macchine fotografiche: il ticchettio sui tasti invade il teatro come un sottofondo musicale. Gore spiega anche perché ha scelto gli italiani per lanciare la sua webtv: “Sono il popolo più creativo che avremmo potuto trovare nel mondo”. E se a Current arrivasse in futuro la richiesta di censurare un video? “Lo mostreremo comunque. E spero che ce lo impediscano, così l’audience aumenta” replica l’ex vicepresidente degli Stati Uniti. Che glissa, però, sulla difesa legale dei giovani cronisti per i loro reportage, sottolineando unicamente l’intenzione di rispettare le normative vigenti sulla proprietà intellettuale.

Non mancano osservazioni fuori programma dalla platea. Chiede un blogger, Marco: “Gore, ma ha davvero un profilo su MySpace? Come mai nell’elenco online dei suoi amici non c’è Current tv?”. L’ex vicepresidente Usa replica sorpreso: “Non ho avuto tempo di occuparmi della mia pagina sul social network, forse ne sa qualcosa il mio ufficio stampa”. Alla fine, dopo 120 minuti di domande, arriva anche un apprezzamento “Complimenti per gli stivali” dice la blogger Kay Rush.

LEGGI ANCHE: Reporter fai da te, una guida alle risorse online

  • luca.delloiacovo
  • Venerdì 9 Maggio 2008

Al Gore a caccia di reporter per la sua Current tv

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  • Tags: Al-Gore, current-tv, tommaso-tessarolo
  • 2 commenti


Una vetrina al piano terra in una strada di Milano, ampia e trasparente. All’interno, il team di Current tv Italia, il canale del network americano che inizia le trasmissioni nel nostro Paese il prossimo 8 maggio. A dare il primo ciak sarà la star dell’ambientalismo globale Al Gore, fondatore di Current. La tv non sarà un’emittente tradizionale: un terzo della programmazione sarà creata direttamente da un pubblico di reporter, registi e creativi. Ma quali sono i temi più interessanti per un filmato da inviare? “Informazione su fatti, mode e tendenze dei giovani nel mondo. Non c’è nessuna preclusione” dice il direttore della webtv Tommaso Tessarolo, ma aggiunge sorridendo “ecco, certamente non siamo interessati alle telecronache di calcio”. I video trasmessi durano in media tra i due e gli otto minuti, ma non c’è un limite insormontabile. “Cerchiamo storie interessanti per “giovani adulti”, in Italia e nel resto del mondo. Quelle informazioni, insomma, che ognuno vorrebbe vedere come spettatore”.

Cameron Diaz in un video di Current tv per il Live Earth del 2007



Dai reportage amatoriali a quelli professionali il passo può essere breve. “Quelli che manderemo in onda saranno pagati a partire da 500 euro” chiarisce Tessarolo, autore del saggio NetTv (Apogeo). Un compenso che potrebbe lievitare fino a mille euro se la collaborazione con gli autori continua nel tempo: “Così diventa una coproduzione: aiutiamo a crescere i nostri collaboratori con informazioni tecniche sulla qualità del girato, commenti e consigli”. Il sito di Current tv Italia è già online, ma le attività inizieranno a partire dall’8 maggio (sul canale 130 di Sky). Dall’anno scorso è attiva in Gran Bretagna e Irlanda sul network di Rupert Murdoch: risale a tre anni fa, invece, il debutto negli Stati Uniti, dove è trasmessa via cavo. Sono previste sei ore di diretta, dalle 18 a mezzanotte. Per il momento i video italiani non potranno essere embeddati (cioè inseriti in blog e altri spazi su internet).

La webtv di Al Gore si inserisce in quella frontiera tra televisione e video online che anche in Italia si sta allargando. Se da un lato il pubblico del tubo catodico diventa sempre più anziano, dall’altro i giovani sono abituati a guardare brevi filmati sul web (una sorta di “effetto YouTube”) e, contemporaneamente, a interagire attraverso chat, email, blog. Una “scomoda verità” con cui le emittenti tradizionali stanno facendo i conti.

  • luca.delloiacovo
  • Sabato 3 Maggio 2008

La vita da blogger fa male alla salute? Lo sostiene in NYT, ma in rete è polemica

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  • Tags: Blog, mike-arrington
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http://www.flickr.com/photos/futureofmath/75798652/in/set-1628138
Due blogger morti per infarto negli ultimi quattro mesi. Un terzo è sopravvissuto a un attacco cardiaco. E Mike Arrington, fondatore di TechCrunch (una sorta di Dagospia nel mondo dei blog), confessa al New York Times il suo malessere: è ingrassato di quindici chili negli ultimi tre anni, ha sviluppato un grave disordine del sonno e ha trasformato la casa in un ufficio per sé e per i suoi quattro dipendenti. Insomma per chi vuole tentare la strada del blogging come professione autonoma si prospetta tanta fatica, poco sonno, rischi per la salute e scarsi guadagni. Una questione che ha acceso discussioni in rete tra scettici e critici.
“Scrivere un blog non deve essere una gara” ha commentato Doc Searls, guru del web 2.0, la tendenza alla crescente interattività della rete. “Non credo che lo stile di vita ritratto nell’articolo rappresenti la massa dei blogger che stanno vivendo o tentando di vivere con questo tipo di attività professionale” aggiunge Matt Craven, altro nome noto della rete. E un lettore, Gregory Yankelovich, commenta: “Divertente, ho iniziato a scrivere un blog per motivi terapeutici”.
Eppure, più di altri Paesi, Stati Uniti e Gran Bretagna stanno sperimentando gli effetti della diffusione di massa dell’informazione online: l’inglese è la lingua franca di internet, parlata da un pubblico globale. E i lettori dal mondo chiedono notizie 24 ore su 24 perché accedono al web da fusi orari differenti: proprio la forma del blog consente aggiornamenti rapidi, e la discussione attraverso i commenti. Negli Usa, poi, la maggior parte dei blogger professionisti che vivono con questa attività si occupa di tecnologia e deve tenere il passo con laboratori effervescenti nel mondo hitech come quelli della Silicon Valley e della Costa occidentale, dove la velocità dell’informazione e la partecipazione dei lettori è elevata. Tendenze che si traducono in un costante stress. E, per ora, la pubblicità online riesce a garantire guadagni consistenti soltanto per pochi. Ma il mercato sta sperimentando modelli di business alternativi alle inserzioni su internet. In un mondo in evoluzione accelerata sono tentativi in grado di aprire prospettive più sostenibili per i “forzati del blogging”. Una frontiera che riguarda gli equilibri dell’informazione online: tra professionisti e “amatori”, tra editori e pubblico.

FORUM

  • luca.delloiacovo
  • Lunedì 7 Aprile 2008

South Park, le quattro pesti sono libere nel web

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  • Tags: bittorrent, southpark
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I personaggi principali di South Park. Da sinistra: Kyle Broflovski, Stanley
Da qualche giorno i quattro ragazzini irriverenti di South Park posso circolare liberamente su internet. Gli episodi delle dodici serie sono stati messi a disposizione sul sito SouthParkStudios: il pubblico può non solo vederli, ma anche incollare alcune clip nei blog e in altri servizi del web. Comedy Central, proprietaria dei diritti, sta riversando in rete 168 puntate della serie su un totale di 169. E i fan già si interrogano su quale sarà l’episodio escluso.
Le avventure delle quattro pesti si possono guardare interamente o in brevi clip. Per chi vuole divertirsi (senza esercitarsi nella traduzione dall’inglese) gli autori Trey Parker e Matt Stone hanno pensato a una raccolta di videogiochi in stile South Park: uno dei più noti è Ass Kicker (Dai calci in culo), e i protagonisti della serie si possono sfidare sferrando colpi politically uncorrect. Inoltre si può entrare direttamente nel mondo animato scegliendo un avatar personalizzato, oppure curiosare tra le scene dietro le quinte. L’ultima serie, la dodicesima, è in onda negli Stati Uniti: gli episodi arrivano sul web subito dopo la trasmissione in televisione. Ma la nuova tendenza di usare internet come canale parallelo per distribuire fiction, serie e programmi sta contagiando anche altri nel mondo dei mass media.

Un video di South Park con la cantante Britney Spears

Sono in prima fila alcune emittenti dell’estremo nord dell’emisfero. A gennaio la televisione di Stato norvegese Nrk ha diffuso attraverso la rete BitTorrent gli episodi della serie Nordkalotten 365: in poco tempo 90mila persone hanno scaricato le puntate. Un record che in una nazione di 4,6 milioni di persone ha sorpreso anche i vertici della Nrk. E pochi giorni fa, in Canada, la puntata di Canada’s next Prime minister è andata prima in onda in televisione, e poche ore dopo è stata distribuita online su BitTorrent: dieci ragazzi si sfidano per proporre idee in grado di migliorare il loro Paese. E il pubblico è stato invitato a scaricare, condividere e…divertirsi le prove dei giovani in gara. La maggior parte delle major e delle emittenti, comunque, è ancora piuttosto diffidente dal web. Se da un lato gli utenti dimostrano di apprezzare i filmati liberi disponibili in rete, dall’altro i grandi produttori sono alla ricerca di un modello che garantisca gli incassi. Che, però, non è ancora arrivato.

La presentazione dello show Canada’s next Prime minister

  • luca.delloiacovo
  • Giovedì 27 Marzo 2008

Crisi della tv? La soluzione è in “More than zero”

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  • Tags: crossmedialità, Derrick-de-Kerckhove, joi-ito, more-than-zero, webtv
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Un modello tradizionale con il tubo catodico. (credits: Flickr)
Ricordate il divano marrone dove i Simpson si stringono per vedere la televisione? Era l’icona perfetta del rapporto idilliaco tra famiglia e piccolo schermo. Un rapporto che ora, però, soprattutto tra i giovani, è entrato in crisi. Causa: l’aumento di nuovi pretendenti come webtv, videogame e telefonini. E allora, l’unica strategia dei media diventa quella di inseguire e coinvolgere gli spettatori dovunque. Questa strategia ha un nome: “crossmedialità”. E sarà il tema centrale dei dibattiti del festival More than zero, a Milano dal 27 al 29 marzo.

“La Bbc ha scommesso su questa tendenza: ha una redazione centralizzata che progetta in modo diverso i contenuti per la televisione, il telefonino, la radio, Internet” dice il presidente della manifestazione Laura Tettamanzi “anzi, dopo l’esperienza degli attentati di Londra, la Bbc ha anche imparato a utilizzare foto, video e testi inviati direttamente dalle persone”. Cross vision, una rassegna in programma al festival, rivela la partecipazione appassionata di pubblico e di creativi alle webtv, dove i filmati ecologisti di Greentv, i reportage di Current tv (che sbarca tra poco in Italia), la “Cocktail suite” su Virgilio, i documentari amatoriali di Channel4 sono solo qualche esempio.

Gli eventi delle tre giornate del festival saranno trasmessi con collegamenti in diretta sul sito Mogulus e potranno essere visti su Streamit, una televisione online italiana. L’idea di fondo del festival, però, è più ambiziosa: “Vogliamo creare un cortocircuito tra aziende e creativi, farli incontrare per andare oltre i progetti e arrivare alla realizzazione di un ‘numero zero’, la prima puntata di un format” dice Laura Tettamanzi. Per il pubblico, poi, è anche un’occasione di mettere mano alla “produzione” vera e propria. Per esempio con l’Intel Creative Lab: i partecipanti saranno aiutati a montare in diretta i loro materiali audio e video da cinque tecnici professionisti chiamati “angeli”. “Da questo laboratorio potrebbero nascere idee, spunti da utilizzare in altri contesti” sottolinea Liliana Farina, direttore creativo dell’iniziativa.

Quello di More than Zero è un esperimento di frontiera in Italia con radici profonde nella cultura di internet. Al festival parteciperà Joi Ito, uno dei fondatori del movimento Creative Commons che ha gettato le basi legali per la diffusione dei contenuti d’autore, dalle idee dei blog agli scatti dei fotografi amatoriali su Flickr. E parlerà anche Derrick De Kerckhove, attento analista di quel rapporto tra conoscenza e comunità online che ha dato vita, per esempio, all’enciclopedia libera Wikipedia.
Un'immagine dal sito della manisfestazione

  • luca.delloiacovo
  • Martedì 25 Marzo 2008
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