Benedetto XVI sbarca su Internet. Dopo aver chiesto ai fedeli nella sua ultima udienza del mercoledì di esprimere la propria fede anche in rete, il papa sceglie un portale dall’indirizzo accattivante e difficile da dimenticare:Pope2you.net.
Il Vaticano, insomma, scopre la forza di Internet in tutte le sue molteplici forme e applicazioni. Chi si collega al sito del Pontefice, infatti, può entrare anche nella pagina del Papa su Facebook e su Youtube. Non solo. Insieme al portale è stata creata una «Wikicath» e un’applicazione iPhone. Una passione per la rete utile sicuramente per stare al passo con i tempi. Oppure come sostengono, invece, i più scettici per attrarre a sè anche una porzione di fedeli, i più giovani, protagonisti di un’emorragia preoccupante negli ultimi anni dalla Chiesa. Sempre nel discorso pontificale è stato messo l’accento in particolare sul bisogno di portare avanti anche in rete “una cultura del rispetto”. E il sito papale è in linea con questo pensiero. Colori accattivanti, foto di giovani sorridenti e quella immancabile del Pontefice. Le funzioni del sito appaiono subito chiare anche ai meno esperti. Con Facebook si tranno inviare cartoline virtuali che ritraggono il Papa, con Youtube si potranno seguire tutte le sue apparizioni video, con l’applicazione iPhone si potrà seguire l’attività del Pontefice in diretta, mentre su Wikicath vengono spiegate le sue parole sulle nuove tecnologie.

Il 2009 sembra essere decisamente l’anno dei Rom in scena. Dopo la vittoria di Ferdi all’edizione italiana del Grande Fratello fa adesso parlare di sé, e in tutta Europa, Rom Radoslav Banga, in arte Supergipsy, che rappresenta la Repubblica Ceca al prossimo festival canoro dell’Eurovisione che si tiene a Mosca.
Viso che ricorda da vicino quello di Freddy Mercury dei Queen, che però era nato a Zanzibar, Supergipsy, 25 anni, non è un novellino della musica. Merito forse del suo look eccentrico e del costume di scena in vero stile Superman ma soprattutto del contenuto delle sue canzoni. Dichiaratamente antirazziste e a sostegno della causa della sua gente. Al festival dell’Eurovisione porterà una canzone dal titolo che non lascia dubbi, “Aven Romale”, ossia Forza Rom. Un inno al suo popolo e un monito contro il razzismo. “Mi chiamano Gipsy, nessun problema- dicono le parole- mi va bene, finchè ho un microfono per darvi energia, mi piace da matti essere un topo zingaro”.
Se anche non dovesse vincere il festival di certo Supergipsy sta portando a casa la vittoria migliore. Il suo video su youtube è stato visitato migliaia di volte. Il che lascia pensare che il rom prestato alla musica possa bissare il successo del suo primo album che riuscì a vincere perfino un disco d’oro. Lo stesso Supergipsy che l’anno scorso aveva fatto scandalo con un altro pezzo il cui titolo satirico era dedicato nientedimeno che al viceministro ceco Jiri Cunek, un cristiano democratico che ha costruito la sua reputazione proprio con comizi anti-rom. I neonazisti cechi, comunque, non l’hanno mandata giù. Lo scorso febbraio hanno manifestato pubblicamente contro Supergipsy. Che però sembra proprio non preoccuparsene. Alla stampa internazionale continua a dire che è pronto a conquistare Mosca e il festival.
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Un burqa insieme ad un guanto per lavare i piatti, un’installazione con decine di sculture che riproducono donne musulmane in preghiera in ginocchio vestite di alluminio, corpi mescolati al colore e alle forme più insolite. Questo il mondo arabo trasfigurato nell’arte dai diretti interessati, ovvero artisti uomini e donne provenienti da Irak, Iran, Siria, Libano, la maggior parte dei quali però attivi in ogni angolo del mondo e, dunque, veri cosmopoliti. Un mix unico nel suo genere, è la prima volta infatti che artisti del mondo arabo vengono riuniti con così tante opere in Europa, in mostra nella Galleria Saatchi di Londra fino al prossimo 6 maggio.
Oltre burqa e shador, insomma, l’arte sembra scoprire nuovi percorsi e, forse, nuove verità. In primo piano finisce comunque la donna, raccontata anche nelle sue dimensioni meno accettate dal punto di vista sociale, come le prostitute di Teheran così grottesche nella visione che ha di loro Shirin Fakhim e così reali se si pensa che sintetizzano il dramma di 100 mila prostitute, quante ne conta oggi Teheran. In mostra anche l’installazione a misura d’uomo che occupa un intero locale della galleria: Ghost, ovvero Fantasma, titolo volutamente provocatorio per un’opera firmata da Kader Attia che offre decine di donne in ginocchio ricoperte di alluminio. Ma in esse il corpo velato ha preso il sopravvento sul volto, vuoto, fantasma appunto, da cui il titolo. Non passa inosservato neanche il talento degli uomini, come quello di Rokni Haerizadeh, iraniano che si ritrae nudo ma con tratti femminili sulla scia della tradizione del teatro taziye in cui gli individui di sesso maschile recitavano anche i ruoli femminili. E poi non mancano le citazioni ai luoghi dilaniati dalle guerre come Beirut di cui parla Marwan Rechmaoui, artista che ha dovuto abbandonare il suo appartamento nel 2006 a causa del conflitto con Israele. Eccolo il suo edificio in miniatura nella mostra di Londra. La memoria e l’arte lo hanno salvato dai bombardamenti.
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A raccontarla così sembrerebbe solo una bella favola e invece Giulia Tellarini , di professione busker ovvero musicista di strada, originaria di Treviso, si è ritrovata dritta dritta nell’ultimo film di Woody Allen, Vicky Cristina Barcelona. Non come attrice (la protagonista è infatti la famosissima Penelope Cruz, candidata peraltro all’Oscar per il suo ruolo) ma come autrice e cantante di due pezzi che compongono la colonna sonora del film. Insomma è made in Italy la canzone Barcelona, leitmotiv tormentone dell’ultima pellicola del celebre regista statunitense, noto per la sua particolare sensibilità musicale visto che da anni suona il clarinetto e si esibisce a New York.
La storia di Giulia è semplice quanto incredibile. Trasferitasi in Spagna, incontra altri tre musicisti, Maik Alemany, Jens Neumaier e Alejandro Mazzoni, e con loro forma una band, Giulia y los Tellarini. Influenzati artisticamente dalla città di Gaudì (che peraltro tante critiche ha causato al film, per essere stata ritratta come una cartolina, visto che tra i finanziatori c’era anche il comune) Giulia Y Los Tellarini producono un cd, Eusebio dalle sonorità intriganti e piacevolissime. Il titolo si ispira direttamente ad un arzillo pensionato del Barrio Garcia di Barcellona conosciuto per essere un artista che regala i suoi disegni per un bicchiere di vino o un caffè. Il più insomma era fatto. Mancava solo un po’ di audacia unita alla buona sorte. Ma l’arrivo del grande Woody Allen in città diventa il pretesto giusto. Giulia prende il coraggio a quattro mani e lascia il suo cd nella hall dell’Hotel des Arts, dove il regista alloggia durante le riprese. Il messaggio in bottiglia arriva e di lì a poco pure un piccolo miracolo. Woody Allen sceglie oltre a Barcelona anche il pezzo La Ley Del Retiro. Per Giulia è l’inizio del successo ma soprattutto un’opportunità che potrà cambiarle la carriera.

Se il 2008 almeno in Italia è stato l’anno di Facebook, con una crescita del 963%, il 2009 lo sarà ancora di più. Il popolare social network creato nel febbraio del 2004 dallo statunitense Mark Zuckerberg, all’epoca diciannovenne e studente presso l’università di Harvard è infatti letteralmente esploso nel nostro paese. Tutto merito delle potenzialità del mezzo. Dentro Facebook oltre che crearsi una rete di amici o semplicemente ritrovare i vecchi compagni di scuola si può discutere di fatti di cronaca e politica, perfino di mafia. Il Facebook nostrano, benché bannato da molte società perché considerato un ostacolo alla produttività, prosegue imperterrito nella sua corsa al successo. Si è aperto perfino alla letteratura, l’ultima iniziativa è il concorso per San Valentino su iniziativa di Dario Flaccovio Editore che prevede l’inserimento di un racconto di tremila battute nel gruppo da loro creato. Ma la grande novità dell’anno appena incominciato è il cinema.
Facebook sta infatti per diventare in Italia un film ad episodi. Il titolo è già stato scelto: Feisbum! ResisteRete?. Una sorta di docu-movie per spiegare il paesaggio variegato del social network più famoso del mondo. Si articolerà in 8 episodi che verranno girati da giovani registi, esordienti e non. Un test dunque interessante non solo per l’argomento scelto ma anche come banco di prova per i nuovi talenti del cinema italiano. Nel cast ci saranno anche anche Laura Luchetti, Serafino Murri, Alessandro Capone. Il film giocherà le carte dell’ironia tipica della commedia italiana raccontando l’universo che gira intorno a chi è iscritto a Facebook. Sogni, inganni, relazioni familiari e sentimentali. Una fotografia insomma del nostro paese che attraverso la rete vive con un linguaggio tutto sua la globalizzazione in atto. Una curiosità. Anche Hollywood sembra essere interessata a Facebook. Sony Pictures e Aaron Sorkin, il creatore della serie The West Wing, hanno confermato che stanno preparando un film sull’argomento. Ma niente da temere. Sarà incentrato sul suo inventore Mark Zuckerberg.
A braccetto in compagnia di una telecamera. Se non fosse che l’insolita coppia stavolta non era composta da due turisti qualsiasi ma nientedimeno che dal Presidente del Venezuela Hugo Chavez e il regista statunitense Oliver Stone, che ha firmato film cult come Platoon e Nato il quattro luglio. I due qualche giorno fa sono stati avvivistati nella cittadina venezuelana di Sabaneta nella regione di Barinas, un posto che ai più non dice nulla ma che nell’immaginario venezuelano altro non è che il luogo di nascita del Presidente. Niente di nostalgico nella visita, solo una scena, fra le più importanti della prossima fatica del regista nato a New York 62 anni fa ovvero un documentario interamente dedicato a Chavez. Stone non è nuovo ad esperimenti di questo genere. Nel 2004 aveva girato Looking for Fidel un documentario dedicato a Castro e alla sua esperienza cubana e stavolta fa il bis con un altro discusso leader, stavolta della scena sudamericana. Qualche indiscrezione sul nuovo progetto era già trapelata lo scorso mese su quella bibbia del cinema che è Variety. Stone in quell’occasione aveva rivelato la sua idea di voler raccontare non solo del Presidente Venezuelano ma dell’ascesa della sinistra in genere nel mondo latino-americano. Adesso, però, dalle parole è passato ai fatti, come confermato anche dall’ufficio stampa del Presidente, seguendo Chavez in queste prime scene nel suo ritorno a casa ai piedi delle Ande in una visita ad un impianto di lavorazione del grano. Il film dovrebbe essere pronto alla fine di quest’anno. Stone sembra insomma andare avanti per la sua strada anche se il suo W, dedicato ad ascesa e declino di George W Bush in Italia non ha avuto il successo sperato. Per non parlare poi del recente no del Presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad ad un documentario su di lui. Insomma, meglio volgere gli occhi al nuovo continente.
Si combatte a suoni duri e martellanti la nuova guerra virtuale scoppiata nei paesi islamici. Dall’Iran al Pakistan passando per l’intransigente Irak senza dimenticare neanche i paesi più marginali a livello geografico come Egitto e Marocco la musica provocatrice e radicale dell’heavy metal è stata bandita senza mezzi termini. “Mina la fede di un musulmano” dichiarano i fondamentalisti “ e dichiarando che la formula Dio è morto è la negazione di ogni principio islamico”. I fondamentalisti non si riferiscono esplicitamente solo ad una band, nel caso specifico quella iraniana degli Arthimoth il cui vocalist si esibisce indossando magliette inneggianti alla morte di Allah ma a tutta la nuova ondata di gruppi heavy metal. Dai Lazywall del Marocco, agli egiziani Hate of Suffocation fino ad arrivare ai Junoon del Pakistan. Ma a mali rimedi rimedi estremi. Se i vari governi confiscano centinaia di cd e minacciano a suon di manette, le band resistono utilizzando youtube, in una lotta che non è più a questo punto solo musicale. L’eco è arrivata anche in Occidente. All’ultimo festival del cinema e del documentario di Toronto ha riscosso molto successo di critica e pubblico il documentario Heavy metal in Baghdad prodotto da Spike Jonze, una fotografia lucidissima dele traversie della band iraniana Acrassicauda che in scena ne ha passate veramente di cotte e di crude (guarda il video qui sotto), nel 2005 un loro show fu perfino interrotto da una bomba sganciata dagli americani. I quattro della band adesso vivono da rifugiati in Turchia, sostenuti economicamente dalla comunità heavy metal internazionale. Per chi volesse saperne di più poi è uscito negli Stati Uniti un volume che è già diventato cult Heavy metal islam: rock, resistance and the struggle for the soul of Islam del giornalista e storico Mark Levine, una mappa dettagliata dell’altro Islam, quello che al canto del mezzuin preferisce il suono duro della chitarra elettrica.
Doveva essere il modo migliore per festeggiare il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, ma Matabb, quella che era stata preannunciata come la prima telenovela completamente made in Palestina, è stata fermata sul nascere. Il canale di stato palestinese, Palestina Broadcasting Corporation, che doveva trasmetterla, parla solo di problemi tecnici. Ma i produttori alzano il dito “È stata una scelta politica” dichiarano alla stampa internazionale “l’accusa era quella di essere troppo filoisraeliani”. In particolare sembra non aver incontrato il favore dei censori la scena in cui una palestinese offre dei fiori ad un soldato israeliano. La produzione era stata finanziata in parte dalla Commissione Europea per un valore complessivo di 150 mila euro. Il che potrebbe spiegare la scelta di una sceneggiatura politically correct ma evidentemente non consona agli standard delle autorità di Ramallah. Peccato perché Matabb, che in arabo vuol dire “frustata” si proponeva come una soap d’eccezione, recitata esclusivamente da palestinesi in dialetto locale. Al centro della storia il lavoro di una ONG che ha sede proprio a Ramallah e inevitabilmente, come in tutte le soap che si rispettino, un’appassionante storia d’amore tra l’ambientalista Sameera e Abddullah che per lei ha perso la testa. E quando il fratello della protagonista vuole impedire a tutti i costi la relazione per ragioni religiose, ricorrendo senza scrupoli anche alla violenza, uno dei protagonisti reagisce.
Se Matabb per il momento resta fuorigioco, la concorrenza continua invece agguerrita. Con la soap siriana Bab Elhara. E con Noor, la telenovela turca diventata un successo in quasi tutte le tv del mondo arabo.