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Ennio Tamburi: la vera arte è fuggire dalla banalità

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  • Tags: arte, Ennio-Tamburi, mostre
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LA GALLERY


Si considera cittadino di un mondo senza confini, pur vivendo tra Roma e Zurigo. “La mia famiglia è originaria di Jesi, non lontano da Fabriano, e forse è proprio il destino che mi ha condotto in questo spazio per esporre le mie opere più recenti”, dice a Panorama.it il pittore Ennio Tamburi, incontrato alla Fabriano/Boutiques di Milano dove con Punti di vista espone, fino al 24 febbraio, una serie di acquerelli su carta a mano, insieme a 36 sculture “da viaggio” inedite.

Come vive un artista in Italia?
Ha più difficoltà rispetto agli altri Paesi, perché da noi è una battaglia continua. Purtroppo in Italia la politica è presente capillarmente nelle istituzioni, nelle strutture, nell’informazione. Oggi, con la maturità, vedo le cose dal di fuori. Mi sento uno spettatore riflessivo, critico e deluso, soprattutto dai rapporti umani.

E i giovani?
I giovani sono dentro un turbinio di effetti speciali, di colori, di rumori e non hanno il tempo di riflettere. A chi mi chiede di poter apprendere nel mio studio, consiglio di andar via. Non per tagliare i legami con le nostre radici, le nostre tradizioni, ma per fare un’esperienza. Io sono per la continuità, il mio catalogo si chiama Continuum… Ho fatto una mostra in Australia e sono rimasto affascinato dalla convivenza pacifica di razze diverse e dalla religiosità degli Aborigeni. Lì si avverte la vera body art, quella comportamentale, l’arte dei giovani come provocazione e lì si trova la simmetria e l’energia. Inoltre non siamo informati di ciò che succede a un’ora d’aereo da noi. Ho visto a Zurigo delle mostre che non verranno mai in Italia. Quando dico che c’è un buco nero, mi riferisco non a quello dell’ozono, ma al buco che c’è nella nostra testa.

Come si riempiono questi vuoti?
Mi duole ammettere che da noi si riempiono con le banalità, le stupidità, con cose di cui non rimane niente, quali la televisione, il pallone. Non abbiamo il tempo di affezionarci a ciò che vediamo, perché siamo alimentati da cose inutili, apparenti.

Come definisce la sua arte?
Mi considero un artista che ha un rapporto con il sociale, diversamente da quelli chiusi in sé stessi che fanno quello che sentono. Cerco di essere interpretedi questo tempo per sollevare delle riflessioni, delle denunce, dei disagi. Mi pongo come un testimone di un viaggio terreno, sempre con le antenne alzate per cercare di captare cosa succede. La mia pittura è anche intrisa della corrente dello psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco che parla della ricerca che non si può fermare altrimenti diventa statica. Matte Blanco avvertiva il bisogno di simmetria ed ecco la geometria che è individuabile nelle mie opere.

Quali contrasti contraddistinguono la sua creatività?
Nel mio lavoro c’è sempre una piccola ironia, la volontà di sdrammatizzare e di unire. La mia pittura rappresenta dei luoghi, come delle geografie, o meglio dei territori. All’interno di questi territori mi esprimo con il “puntinato” che è un linguaggio, ma anche un’espressione di quantità, di geometria, di dinamica. Molte volte in questi luoghi che ho chiamato enclos, dal francese recinti, l’individuo si identifica con i suoi simili. Con il mio lavoro ho cercato di andare oltre, di portare il recinto, questo simbolo, a un’ipotesi di integrazione. E anche di rompere le diversità cercando di metterle in contatto. Tentare questa integrazione è difficilissimo sia dal punto di vista signico, sia sociale.

La sua tecnica?
Lavoro su due livelli. Il primo è il fondo con colori acquosi dove non c’è la pittura, ma il colore affidato all’acqua che disegna, lascia delle macchie, delle piccole pozzanghere prima che si asciughi. In questa prima fase non c’è un mio intervento, è tutto casuale, legato alla libera fantasia dell’acqua che si sistema come vuole. Quando il colore si asciuga si passa al secondo livello: delle costruzioni geometriche e dinamiche, di solito con un unico colore, e in questa fase lavoro con grande meticolosità. Sono migliaia di punti per raggiungere quella forma, quel concetto di due schieramenti che si confrontano sospettosi. Avverto il bisogno di raggiungere la simmetria e l’equilibrio tra il non controllo del primo livello e la geometria razionale. Non oso condizionare il primo livello, perché è la parte più spontanea e creativa. Proprio per questo non ho mai buttato un mio foglio.

Prossime esposizioni?
A Müstair, in Engadina, ho scoperto una piccola Abbazia del periodo carolingio con delle pitture parietali dell’800 e ho ricevuto un invito a dialogare con quegli artisti. Tornato a Zurigo ho fatto 110 acquarelli con gli stessi colori usati allora: il nero con le gradazioni fino al grigio, il rosso inglese dal colore pieno fino al rosa. Così ho deciso di selezionare 100 di questi dipinti e lasciarli al museo annesso all’Abbazia per farne una mostra a primavera inoltrata.

  • myriam.dolce
  • Mercoledì 6 Febbraio 2008

Exister – danzare nel silenzio, dieci risposte per una sola domanda

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  • Tags: Danza, Exister-–-danzare-nel-silenzio
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Nell’ambito della prima edizione della rassegna milanese Exister – danzare nel silenzio (in scena dal 15 gennaio al 28 aprile), Panorama.it ha raccolto l’ideologia coreutica dei dieci protagonisti della danza contemporanea internazionale (e della manifestazione meneghina). Abbiamo formulato una domanda uguale per tutti, a partire dal titolo della manifestazione: Che rapporto c’è tra le parole “esistere”e “danzare”? Ciascun coreografo ha contribuito a dare la propria visione di un’arte che non accetta più di “restare nel silenzio” e che lancia una nuova sfida alla contemporaneità. “Esistere vuol dire esprimere qualcosa” spiega ad esempio Guillermo Botelho (Alias Compagnie) “Chi non esprime è un corpo senza significato. La mia forma di espressione è la danza. E l’improvvisazione è lo strumento più affilato che conosco per esprimere cosa sono veramente”.

Ha tratti che sembrano mutuati da Sartre, invece, il pensiero di Nigel Charnock: “Tutto ciò che esiste è ciò che accade. Esserci è accadere. La maggior parte di noi vive nell’utopia di essere un individuo completamente separato dal mondo che lo circonda. In realtà nessuno di noi è completamente libero di compiere le proprie scelte. La danza è movimento immobile e il suono è silenzio che suona. Questo è tutto ciò che esiste ed è ciò che sta accadendo per ognuno di noi”.

La creatività nasce dalla riflessione, dal silenzio e si trasforma in danza e in azione per Bruno Catalano (compagnia PiccoliProduction), che dice: “Spesso il silenzio accompagna le nostre prove. Il silenzio permette di capire cosa è necessario. Ci si muove se si ha una ragione per farlo o semplicemente se si ha la voglia di farlo. Il silenzio sottrae alla danza quello che non è necessario dichiarare, ma far soltanto supporre. A volte il silenzio lascia tracce indelebili, solchi profondissimi. È da queste fessure che noi proviamo a comprendere la nostra contemporaneità, è da questi spiragli che noi traiamo spunti per i nostri passi di danza, per essere nel mondo, per esistere”. Un’idea simile viene da Roberto Zappalà (compagnia Zappalà Danza): “Credo sinceramente che voler gridare la propria esistenza non sia sempre necessario. Basterebbe essere coerenti con se stessi e solo eccezionalmente manifestare con forza le proprie idee, la propria identità, presenziare gli spazi, puntare all’onestà di un corpo da accettare con i limiti che lo caratterizzano, nella continua ricerca della migliore azione tra quelle possibili. Questa è la mia idea di esistenza” dice il coreografo “questa è la mia idea di contemporaneità, la mia idea di danza”. Sono parole che sembrano distillate da antichi proverbi zen. Mentre Lisbeth Gruwez sceglie di prendere in prestito le parole di Ezra Pound: “Il silenzio è la quarta dimensione, il potere della bestia selvaggia”. La carellata prosegue con Laila Diallo: “Secondo me esistere, oggi, significa trovare la propria strada passando attraverso i valori della coerenza, i riferimenti personali e l’influenza di ciò che ci circonda. La natura fluida, costantemente in mutazione di tutto questo, è qualcosa non molto distante dalla danza”.

Elegante e impietosa, dice Ariella Vidach: “Apprezzo gli artisti che esprimono con la loro arte l’impegno verso il rinnovamento del linguaggio, proponendo attraverso visioni contemporanee quelle forme che il tempo a volte consuma. La danza in Italia non ha la voce che merita, è trascurata, ignorata, ma la tensione verso questa forma d’espressione sembra non voler abbandonare i cuori e le menti di chi la pratica e di chi la segue. La difficoltà che si incontra nel praticare quest’arte, non deve influire sulla tensione e la passione che induce a creare. Sarebbe senz’altro il silenzio più tragico. Se la situazione attuale non ci fa parlare è giusto, anche sussurrando, urlare il desiderio e la voglia di raccontare il nostro tempo. È più facile sopportare il silenzio di chi non può parlare che quello terrificante di chi non ha più niente da dire”.

Non hanno paura di andare contro corrente Michael Bugdahn e Denise Namura della Compagnie à fleur de peau. Il loro pensiero si può riassumere nell’antico monito: Apri la bocca solo se sei sicuro che quello che dirai è più bello del silenzio. “Ci siamo ispirati proprio a questa frase” dicono “Quando noi artisti creiamo, pensiamo che sia il senso a far esistere la nostra danza e noi con e per lei. La contemporaneità” aggiungono “non dovrebbe obbligatoriamente essere un obiettivo o una qualità. Troppo spesso non si fa che riprodurre il “contemporaneo” di un’epoca passata, il vuoto. Forse non è una visione dell’arte esattamente alla moda, ma essere alla moda vuole necessariamente dire essere contemporaneo? Il nostro solo obiettivo, la nostra grande emozione, è danzare oggi per esistere sempre”.

La Compagnia Schuko, per dare una definizione di esistenza parte dal Devoto Oli “essere nella realtà, far parte delle cose reali” E aggiunge “Danzare è una cosa reale, il corpo è reale, il peso e la forza di gravità sono reali. Il movimento è reale e danzare per noi è soprattutto muoversi, far circolare energia, spostare aria, creare cambiamento. Della contemporaneità temiamo la stasi che si cela dietro la frenesia e l’anestesia prodotta dalla saturazione dei sensi. Per noi danzare è tenere acceso il motore, produrre realtà più che riprodurla”. E se per loro l’accento è su chi si muove, Juan Diego Puerta Lopez si rivolege invece a chi resta immobile e guarda: “Danzare vuol dire per me esistere, la danza è già un atto di vita, generativo. Ma ogni forma di creazione, ogni opera d’arte ha bisogno di un ascolto, di uscire dall’isolamento creativo altrimenti non avrebbe il confronto necessario con l’ascoltatore, con lo spettatore, che è necessario perché l’opera possa respirare, vivere”.

  • myriam.dolce
  • Giovedì 17 Gennaio 2008

I primi vent’anni di Striscia la notizia

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  • Tags: mostre, Striscia-la-notizia, Televisione, Triennale-Milano
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Striscia la notizia vent’anni dopo. Una mostra (Venti di Striscia dall’11 al 25 novembre alla Triennale di Milano), un libro (Striscia la tivù, edito da Mondadori) e un’asta di beneficenza, sono gli ingredienti che Antonio Ricci ha utilizzato per festeggiare il suo Tg satirico, in onda da 3.901 puntate su Canale 5. Un maxi compleanno organizzato in Triennale con un mega party e la sfilata di conduttori, veline, inviati e personaggi che hanno dato lustro alla trasmissione dal 1988 a oggi. Tra una chiacchierata, un’imitazione e un contributo video, anche un intermezzo benefico condotto da Valerio Staffelli che ha coinvolto gli invitati presenti con l’asta dei dieci tapiri interpretati da altrettanti designer. Il tapiro più gettonato? Il Tapiricci di Pierluigi Cerri (un tapiro nero con matite appuntite al posto di aculei) battuto a 10.000 euro. Quello al ribasso? Colpire al cuore di Mario Piazza (un tapiro con giornali di gossip che ne forano la schiena) aggiudicato a soli 1.000 euro da Marcella Bella che confessa a Panorama.it: “Sono stata fortunata, è molto bello. I miei figli ne saranno contenti. E poi sembra un po’ punk”. Il live show è proseguito fino alle 3 del mattino.

 

FOTO - VIDEO

  • myriam.dolce
  • Martedì 13 Novembre 2007

MilanOltre 2007, il festival che rompe i confini della danza

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  • Tags: Danza, Festival-MilanoOltre, Musica, prosa
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Ione Saizar

Ventuno anni di confronto, dialogo e scambio tra prosa, musica, danza, immagine e… oltre. Grazie al festival MilanOltre, anche quest’anno Milano apre i battenti alla creatività internazionale (fino al 14 ottobre). Questo aspetto è il fil rouge che lega la manifestazione meneghina, come si evince dal titolo dell’edizione 2007. Con La città è il mondo è in scena la contemporaneità prorompente in cinque lavori coreografici del panorama coreutico. Sotto la direzione artistica di Luca Scarlini, l’attenzione di questa edizione è focalizzata sulle realtà artistiche d’oltreconfine, protagonista la danza: dal Québec con Dave St-Pierre, alla Finlandia con Eeva Muilu, per arrivare all’America con la coreografa Nora Chipaumire e la performance Chimurenga, una trilogia di assoli postrivoluzionari a evocazione della sua terra, lo Zimbabwe. In chiusura è la volta di due compagnie inglesi: la prima di Hofesh Shechter che presenta deGeneration e la seconda di Rafael Bonachela con due programmi ideati e diretti dallo stesso. Oltre la danza, il momento clou della kermesse è atteso per il 5 ottobre con la “prima” italiana di De Staat (Lo Stato), il concerto evento composto dal musicista olandese Louis Andriessen ed eseguito dall’Ensemble Sentieri selvaggi. Per l’occasione quest’ultimo organizza un workshopo per compositori tenuto dallo stesso Andriessen (dal 2 al 6). Inoltre, durante l’evento è in programma il coinvolgimento del Sindaco di Milano e del Sindaco di Amsterdam con la propria personale visione di città. Il Festival, precursore di tendenze e divulgatore di linguaggi innovativi, è il palcoscenico ideale della cultura del vivere in società. Fino al 14 ottobre al Teatro dell’Elfo, il Teatro Dal Verme e il Pim Spazio Scenico.

  • myriam.dolce
  • Martedì 2 Ottobre 2007

Una cena con Botero e una notte con Sgarbi

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  • Tags: Fernando-Botero, Ottavio-Missoni, Shakira, Vittorio Sgarbi
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Ottocento invitati per un evento speciale. Anche [i]Panorama.it[/i] ha avuto il privilegio di partecipare alla cena di gala in onore di Fernando Botero, tenutasi nella storica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano e di documentarne con alcuni scatti la cerimonia.<br /> [i](Credits: Myriam Dolce)[/i]

Mondanità e arte. Una serata blindatissima nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano per la cena in onore di Fernando Botero (guarda la gallery).


Tra le opere dell’artista colombiano sugli orrori di Abu Ghraib, e i dipinti inediti dedicati al circo
(in esposizione fino al 16 settembre) gli invitati all’anteprima erano ottocento. Tra loro, oltre a Panorama.it, anche Rosita e Ottavio Missoni (fuggiti però di fronte alla lunga coda per il ricevimento: “Rinuncio” ha detto Ottavio “non ho più l’età per fare le code”); Tiziana Maiolo, assessore alle Attività Produttive del Comune di Milano; il giovane pianista Christian Leotta. E poi Ismael Ivo, direttore artistico della Biennale Danza di Venezia; l’artista Fabrizio Plessi; il direttore artistico del Teatro Biondo di PalermoPietro Carriglio. Ma anche il glamourissimo Arnoldo Foà in giacca fucsia. E la cantante colombiana Shakira , che ha voluto rendere omaggio al suo connazionale. La musica in sala però non era la sua. Era di un gruppo di musicisti messicani che roteavano chitarre e sombreri attorno al tavolo di Botero e signora (l’artista greca Sophia Vari).
Ottocento invitati per un evento speciale. Anche [i]Panorama.it[/i] ha avuto il privilegio di partecipare alla cena di gala in onore di Fernando Botero, tenutasi nella storica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano e di documentarne con alcuni scatti la cerimonia.<br /> [i](Credits: Myriam Dolce)[/i]

Per Panorama.it la serata è continuata anche oltre la cena. Svuotata la sala, Vittorio Sgarbi ha voluto con sé una decina di anime che, spinte dalla sua passione per l’arte e per la notte, lo hanno seguito in giro per i saloni del Palazzo.

Una visita super privata con un cicerone d’eccezione per ammirare in anteprima le opere di Gianfranco Ferroni, e le nuove sei sale espositive, non utilizzate da una ventina d’anni, con a terra calcinacci e con capolavori alle pareti. “Guardate, qui c’è un quadro di proprietà di Miuccia Prada. È un Cavaglieri che sarà esposto dal 13 luglio in queste sale ristrutturate, insieme alla mostra Gio Ponti Designer”, spiega Sgarbi.
Per finire, dopo l’abbuffata notturna di storia dell’arte, la visione del video-documentario sull’artista Ferroni, al lavoro nel suo atelier, con la regia di Elisabetta Sgarbi.

Guarda la gallery

  • myriam.dolce
  • Mercoledì 11 Luglio 2007

Ferré nel ricordo delle talent scout che ne seguirono gli esordi

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  • Tags: Anna-Riva, Anne-Sophie-Benazzo, Christian-Dior, Gianfranco-Ferre, Ileana-Pareto-Spinola, moda, Rosy-Biffi
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Tanti ricordi si affollano in questi giorni quando il pensiero va allo stilista architetto Gianfranco Ferré, scomparso il 17 giugno scorso, in quel dì 17 non amato e che gli è stato fatale. “Un uomo straordinario, umanamente fantastico”, ha chiosato lo stilista Valentino all’uscita della Basilica di San Magno a Legnano, dove il 19 si sono svolti i funerali. In attesa della Messa di domani 23 giugno nella chiesa di San Marco a Milano (voluta dalla Camera Nazionale della Moda Italiana prima delle sfilate di Milano Moda Uomo) e della sfilata di domenica 24 per la presentazione della collezione uomo P/E 2008, Panorama.it ricorda Gianfranco Ferré attraverso la testimonianza di Ileana Pareto Spinola e Anne-Sophie Benazzo, entrambe talent scout del giovane Ferrè, due simpatiche signore note al mondo della moda con l’epiteto di crocerossine del pret-à-porter, affidato loro negli anni ‘80 dalla rivista Harper’s Bazar. Ecco il loro racconto: “Un bel giorno, agli inizi degli anni ‘70, è arrivato nei nostri uffici un ragazzone di 26 anni, anzi un cucciolone di nome Gianfranco Ferré, mandato da Rosy Biffi della boutique Biffi. Ferré era laureato da poco in architettura e si era presentato con una valigia regalatagli dalla zia lunga (aveva la zia lunga e la zia corta) piena di accessori stupendi. Quel giorno si trovava da noi Anna Riva per fotografare dei capi della collezione Billy Ballo di Walter Albini (morto nell’83 a soli 41 anni, ndr). Gianfranco non riusciva a esprimersi come voleva solo con l’architettura e quindi faceva degli accessori meravigliosi, dalle cinture ai bijoux. Così, su richiesta di Anna Riva, il giovane stilista ha creato delle collane di spago con pezzetti di resistenze dei circuiti elettrici.
In quegli anni ci occupavamo di Mare Moda Capri, dove sfilavano i grandi stilisti del momento da Albini, con cui Ferrè aveva in comune il senso della bellezza, a Fausto Sarli, da Krizia a Missoni e dove Gianfranco ha cominciato a farsi conoscere presentando i suoi accessori per le sfilate capresi. Una mattina all’alba abbiamo ricevuto una telefonata. Era Gianfranco che ci diceva di aver sognato delle magliette. Il caso ha voluto che in quel periodo avevamo una ditta di maglieria con un buon prodotto di qualità, ma stilisticamente noioso. Fu così che gli abbiamo commissionato delle t-shirt che ci ha realizzato in breve tempo e che ebbero un gran successo. Si trattava di maglie di cotone color écru, con maniche a punta, disegnate con strani scogli e grandi righe sui debardeurs. Gianfranco è sempre stato un gran perfezionista, per imparare i segreti della maglieria tubolare era andato a studiare in Svizzera per sei mesi. Il suo vero lancio è avvenuto con Sangiorgio di Genova, un’azienda di impermeabili che l’ha mandato in India, dove il creativo legnanese ha affinato il gusto per i colori e per i tessuti originali. Nel ‘72 abbiamo trascorso insieme una vacanza in Grecia. Durante una visita a Micene, l’architetto si è rotto entrambi i calcagni, ma la sua tenacia non lo ha distolto dal nostro evento di Capri, dove è stato costretto a lasciarsi portare in giro su una carriola. Sei anni dopo ha fondato con Franco Mattioli il marchio che porta il suo nome, mentre nell’89 è stato chiamato da Christian Dior e vi è rimasto in qualità di direttore artistico per ben otto anni. Rientrato a Milano, rafforzato dall’esperienza parigina, ha continuato a creare per la sua griffe in cui ha creduto fino alla fine dei suoi giorni. Oltre a essere stato per noi un grandissimo amico, Gianfranco Ferré è stato il signore della moda, un grande aristocratico e così lo vogliamo ricordare”.

  • myriam.dolce
  • Venerdì 22 Giugno 2007

Biennale Danza, a Venezia va in scena l’eros

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  • Tags: balletto, biennale-danza, Samuel-Ivo
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Alla Biennale di Venezia, il Festival Internazionale di Danza Contemporanea è diventato un appuntamento irrinunciabile sia per gli addicted del balletto, sia per gli appassionati alla ricerca di nuovi linguaggi. Giunto alla quinta edizione, il festival si svolge quest’anno dal 14 al 30 giugno, in collaborazione con Fondazione Teatro La Fenice. Il fil rouge della kermesse coreografica lo si evince dal titolo Body & Eros, scelto per questa edizione dal direttore della Biennale Danza, il danzatore e coreografo Ismael Ivo, che spiega: “Riscoprire la sensibilità è il senso del festival. Il corpo avanza nel riscoprire ancora l’essere umano, l’eros invece è l’origine della vita, è il sentimento dell’amore”. Paesi quali il Giappone, la Serbia, la Gran Bretagna, l’Austria, la Corea, l’Italia, l’Argentina, la Germania e l’Irlanda portano in scena quattordici compagnie con sedici spettacoli inediti per il pubblico italiano. Si parte il 14 con Batik, la compagnia giapponese tutta al femminile, presente con due coreografie per chiudere il 30 con l’irlandese CoisCéim Dance Theatre. La presenza italiana si avvale di tre realtà con tre performance in “prima” assoluta. Il primo lavoro è proposto il 22 e il 23 dal ballerino del Teatro alla Scala Francesco Ventriglia presente con Il mare in catena, una riflessione sulla sfera erotica vissuta da corpi disabili, il 23 e il 24 segue Arresi alla notte di Simona Bucci e il 27 e 28 la compagnia Motus di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò debutta con X(ics) racconti crudeli della giovinezza.

Molte sono le novità del 2007: accanto al Leone d’Oro alla carriera, già assegnato a Carolyn Carlson, si aggiunge il Leone d’Oro al miglior spettacolo del festival. Entrambi i premi saranno consegnati rispettivamente il 20 al Teatro Piccolo Arsenale , prima della performance dell’inglese Nigel Charnock, il 30 al Teatro Malibran, prima dell’esibizione della Phoenix Dance Theatre.

Nel salone nobiliare di Palazzo Contarini della Porta di Ferro il 16 e il 17 Ismael Ivo presenta un suo progetto dal titolo Mercato del corpo: vendita all’asta di danzatori e danze condotto da Rosanna Cancellieri, nel ruolo di battitrice d’asta.

Inoltre: Go-Tan-go, lezioni aperte di tango; quattro incontri sul tema dell’erotismo, della pornografia e dell’amore; workshop tenuti dai coreografi Adriana Borriello e Felix Rucker. Per tutta la durata del festival è allestita Eros et la danse, la mostra fotografica del ritrattista Guy Delahaye.

  • myriam.dolce
  • Martedì 12 Giugno 2007

A Milano, due festival per dieci giorni di teatro e cinema

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  • Tags: Cinema, Danza, Fabbrica-delluomo, Milano, Puro-Sangue, teatro
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Un momento dello spettacolo [i]Occhio mio servo[/i] della coreografa Eleonora Bonvini.

Tante le iniziative organizzate dal Comune di Milano nei primissimi dieci giorni di giugno. Prosegue fino al 10 La Fabbrica dell’uomo, il festival di teatro, musica, cinema, video a cadenza biennale, giunto alla seconda edizione e che dedica il suo spazio ai linguaggi del teatro contemporaneo. Il focus di quest’anno è sul tema Identità e passioni, che è anche il titolo della rassegna cinematografica in programma dal 5 al 10 al cinema Gnomo. Partendo dal termine passione vengono affrontate le nuove problematiche del terzo millennio, mettendo l’uomo al centro di una società globalizzata e multiculturale e avvicinando lo spettatore al linguaggio dell’artista. Il programma si snoda volutamente in spazi non teatrali: Superstudio Più, Cinema Gnomo, Hammam Sahara e Moresko Hammam Cafè.

Dal 5 al 9 parte la prima edizione di PuroSangue, la rassegna internazionale di nuove drammaturgie coreografiche. In questo progetto, ideato da Susanna Beltrami, direttrice di Accademia Danza e dal coordinatore artistico Costantino Pirolo, non esiste la parola danza nel senso classico del termine, ma il lavoro di ricerca di nove gruppi giovani (età minima 20 anni e massima 35) “che scalpitano per tagliare il nastro di partenza”. Gruppi provenienti da Taiwan (che apre la rassegna), Belgio, Austria e Canada si alternano con le compagnie italiane. Centoventi sono i video non selezionati, proiettati ogni giorno dalle 19 alle 21 al Salon des Refusès con le incursioni a sorpresa degli allievi dell’Accademia Danza. E per finire, tutti al lavoro sul proprio corpo con l’aiuto dell’artista italiano Andrea Cagnetti della Compagnia Arsmovendi di Roma e della tedesca Dawna Dryhorub del Folkwang Tanz Studio di Essen.


  • myriam.dolce
  • Lunedì 4 Giugno 2007
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