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Archivio per autore: » nicolabruno

The Naked Vlog Campaign: tutti nudi su YouTube

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  • Tags: The-Naked-Vlog-Campaign, youtube
  • 6 commenti

screenshot di un video da youtube
The Naked Vlog Campaign. Ovvero tutti nudi su YouTube. È la singolare iniziativa lanciata da un giovane utente statunitense (Chris3ff) sul popolare sito di video online e che in meno di una settimana sta diventando un vero e proprio tormentone, con centinaia di video di perfetti sconosciuti che giocano a spogliarsi davanti a una web-cam (qui l’elenco completo). Potere della rete e del passaparola online, che riesce a dare una visibilità impensata anche alle idee più bizzarre.
Il video di Cristopher, ideatore della campagna


Christina Valeriee

Il tutto, come è facile intuire dai video, giocato all’insegna dell’ironia e del sarcasmo. Anche perché la policy di YouTube parla chiaro: i contenuti “hot” o “indecenti” non sono ammessi sul sito, pena la cancellazione. Tutto sta quindi a dribblarsi tra allusioni e immaginazione, senza mai sfociare nell’hard. Come fa questo utente, che si nasconde con gli oggetti più vari…

O quest’altra utente che imita una Hillary Clinton schierata a favore della campagna di Nude Vlog.

Non si è dovuto attendere molto per avere anche la risposta di (un presunto) Obama.

La campagna intende, da una parte, prendere in giro la mania dei vlog, ovvero i videoblog in cui gli utenti condividono eventi più o meno interessanti della loro vita quotidiana davanti a una webcam: perché non andare oltre e raccontarsi letteralmente senza veli? Così come già fanno le giornaliste di Naked News, il tg-spogliarello appena sbarcato anche in Italia (qui una gallery).
Dall’altra parte, l’iniziativa prova a scimmiottare i tanti siti di porno 2.0 (come Xtube, Youporn, Pornotube), in cui si trovano migliaia di video amatoriali (ma seriosi) di utenti che si riprendono mentre compiono gli atti sessuali più diversi.
La catena per ora è partita solo negli Stati Uniti, ma tutto fa pensare che presto arriverà anche in Italia.

  • nicolabruno
  • Mercoledì 16 Aprile 2008

Video ex voto: tormentoni elettorali d’annata

OkNotizie

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  • Tags: elezioni, youtube
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Si dice politica generata dal basso e subito si pensa ai tanti video che, tra ironia e spot, impegno e derisione, stanno spopolando su YouTube in questi ultimi scampoli di campagna elettorale. Spesso si tratta di filmati confezionati a costo zero tra le quattro mura domestiche e cliccati dalla sola cerchia di amici e conoscenti. Eppure il genere non è così nuovo come può sembrare: la mania dei video fai-da-te, montati alla meno peggio (magari da un’agenzia improvvisata) è un fenomeno che da anni invade le tv locali di mezza Italia. C’è molto di che ridere a ripercorrere questi “ex-voto” elettorali, che finiscono nel dimenticatoio appena si chiudono le campagne. Di qualcuno (per fortuna) è ancora rimasta traccia online.
Durante la campagna per le politiche del 2006, gli spot di Giovanni Bivona, barbiere siciliano e “Maestro di Vita” dalla mimica e dall’accento inconfondibile, sono diventati un vero e proprio tormentone, all’insegna del “Protestate, protestate, protestate”.
Vota Giovanni Bivona


A contendere la palma della stravaganza c’è anche il prolifico “Maschio 100×100“, alias Giovanni Marino, neo-maschilista, candidato ora con il Nuovo Msi, ora con la Lega Sud Ausonia, ma sempre vulcanico nella sua battaglia contro “un mondo dominato e oppresso dal potere dittatoriale femminile (fascismo rosa) che distrugge, da tutti i punti di vista e spietatamente, la vita e la dignità di ogni uomo”. Il tutto con un linguaggio che più colorito (e, spesso, offensivo) di così è difficile da immaginare.
Presidente maschio alla provincia di Pescara

Non è diventato un tormentone, ma merita sicuramente una visione questo spot della lista “Innovazione per Pescara”, in cui il candidato sindaco è l’eroe di diverse micro-fiction caserecce: imperdibile la scena in cui riporta indietro il ladro che ha appena scippato un cittadino al bancomat.
Spot Elettorale SFL - Innovazione per Pescara

Gli slogan elettorali sono ovviamente il piatto forte anche nei video. Sergio Guastella, candidato sindaco di Ragusa per le elezioni del 2006, la mette addirittura sullo sportivo promettendo “Ragusa in serie A”
Spot elettorale Sergio Guastella

Altrettanto “originale” questo spot: si apre con una sequenza dei Simpson e l’invito del candidato ad “uscire dalla politica dei cartoni animati”…
Spot Elettorale “Terra di Mezzo” di Crotone

“Il candidato” è invece il titolo uno spot di Rifondazione Comunista di Nardò (Lecce), in cui si ricalca il format del Grande Fratello: le elezioni diventano una sorta di gigantesca nomination. Manca solo Alessia Marcuzzi…
Nardò il candidato rifondazione comunista

Molti poi giocano con gli effetti speciali e i risultati sono al limite del pretestuoso.
Spot Marylin Fusco


Un’altra candidata si butta sul videoclip. Colonna sonora (autocelebrativa): “E ci sei adesso tu” di Eros Ramazzotti
Spot Rosalia Schirò

LEGGI ANCHE: Yes WeTube: i video della campagna elettorale 2008, tra satira e spot

  • nicolabruno
  • Venerdì 11 Aprile 2008

I profeti del web con il vizio dell’ottimismo

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  • Tags: Beppe-Grillo, Chris-Andreson, Dan-Gillmor, j-p--barlow, Jeremy-Rifkin, umberto-eco
  • Un commento

[i](Credits: Corbis)[/i]

Ormai è un tratto distintivo della pur breve storia del web: a ritmo costante sbuca il guru di turno a raccontarci perché grazie all’ultima tecnologia potrà nascere una società più giusta, aperta e democratica, in cui nuovi poteri spazzeranno via la vecchia nomenklatura dei media, del business e della politica. Spesso pubblicano best-seller milionari e portano in giro per il mondo conferenze che annunciano la rivoluzione prossima ventura. Non ultimo Beppe Grillo. E tra le profezie più recenti c’è anche quella di Chris Anderson, direttore del magazine Wired, che si appresta a dare alle stampe il volume con la sua inedita teoria del “Free”. Secondo lui, il business del futuro si reggerà sull’offerta gratuita di prodotti e servizi. Ma la lista di teorie originali (e fin troppo ottimistiche) è davvero lunga. Di seguito qualche esempio.

Libertà d’espressione?
Ricordate la Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio? Era il 1996 e il saggista J.P. Barlow scriveva: “Stiamo creando un mondo in cui ciascuno, in qualunque luogo, può esprimere le proprie opinioni, non importa quanto personali, senza paura di essere costretto al silenzio o alla conformità”. Bello, peccato solo che l’autore non avesse minimamente considerato il dilagare delle tecnologie censorie in quei Paesi in cui, ancora oggi, i blogger sono arrestati, l’informazione è controllata e tenuta sotto silenzio. Un trend che, come denuncia Reporter Sans Frontières, non riguarda solo i regimi autoritari, ma si sta estendendo anche ai ben più democratici Paesi occidentali.

I mercati sono conversazioni?
Tre anni dopo, in piena euforia da dotcom, quattro guru del web pubblicano il Cluetrain Manifesto: 95 tesi (lo stesso numero delle tesi affisse da Lutero sulla Chiesa di Wittenberg) in cui si parla di “mercati come conversazioni” e si invitano le aziende ad abbandonare la comunicazione ingessata tipica dei media di massa per abbracciare un approccio più umano. In caso contrario, la minaccia è chiara (e, al solito, dai toni epici): “I confini delle nostre conversazioni sembrano il Muro di Berlino di oggi, ma in realtà sono solo una seccatura. Sappiamo che stanno crollando. Lavoreremo da entrambe le parti per farle venire giù”. Negli anni seguenti le tesi del Cluetrain sono diventate un vero e proprio mantra. E molte aziende, soprattutto quelle che investono ingenti capitali in pubblicità, hanno adottato formule di marketing (apparentemente) più aperte e “virali”. Peccato anche qui che nessuno avesse immaginato l’emergere delle “conversazioni manipolate” dagli esperti di marketing con i post a pagamento e le finte campagne dal basso (fenomeno noto come astroturfing, di cui sentiremo molto parlare nei prossimi anni).

La fine della schiavitù?
Seppure lucido nell’analizzare molte criticità della nascente new-economy, anche l’economista Jeremy Rifkin con i saggi L’era dell’accesso e La fine del lavoro è caduto nella trappola di un “determinismo tecnologico” fin troppo ottimista. Come quando ipotizza l’affrancamento dalla schiavitù del lavoro grazie al diffondersi delle tecnologie di rete. Il che sarà in parte vero per le economie immateriali occidentali. Ma che dire dei paesi in via di sviluppo in cui è stata delocalizzata la produzione dei nostri beni di consumo (anche tecnologici) e le condizioni di lavoro sono al limite della schiavitù? E se anche restiamo nel nostro cortile e, ad esempio, guardiamo in direzione di un call-center (la quintessenza dell’immateriale, no?), forse aveva ragione Umberto Eco a controbattere che “stiamo passando dalla catena di montaggio della fabbrica a quella della cultura. Sempre schiavi saremo, soltanto diversi”.

Il giornalismo partecipativo
Un altro tormentone che ha accompagnato lo sviluppo più recente di Internet è poi l’acclamato giornalismo partecipativo. We the Media: Giornalismo dal basso fatto dalla gente, per la gente è il titolo di un best-seller del 2004 in cui il giornalista Dan Gillmor, annunciava l’avvento di schiere di reporter amatoriali, pronti a sostituire ampi strati della filiera tradizionale. Al di là dell’euforia iniziale (e dei tanti battibecchi tra giornalisti spaventati e blogger entusiasti), anche qui la moda è presto scemata, per lasciare spazio alla più saggia consapevolezza che blog e siti professionali possono tranquillamente convivere uno accanto all’altro senza escludersi. Una conferma arriva da State of the News Media 2008, approfondito rapporto annuale di Project for Excellence in Journalism secondo cui: a) blog e siti dal basso sono rimasti un fenomeno di nicchia; b) pochi, grandi colossi dell’informazione continuano a controllare le fonti più cliccate online. Nel frattempo Bayosphere, il progetto di citizen-journalism lanciato da Dan Gillmore, si è presto rivelato un fallimento editoriale ed economico.

IL FORUM

  • nicolabruno
  • Mercoledì 9 Aprile 2008

Chris Anderson: Merci e servizi gratis! Ecco il business del futuro

OkNotizie

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  • Tags: chris-anderson, economia, Radiohead
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Nuovo affronto dei Radiohead ai colossi della musica. Dopo aver distribuito online l’ultimo disco con la formula “paga-quanto-vuoi“, la rockband inglese ha ora lanciato un concorso in cui invita gli utenti a remixare a proprio piacimento una traccia dell’album In Rainbow e poi condividerla liberamente in rete.
Certo, per un gruppo affermato come i Radiohead simili scelte sono coraggiose e, al tempo stesso, ben studiate: garantiscono pur sempre un ritorno promozionale non indifferente. Ma c’è anche chi è convinto che la band inglese stia semplicemente facendo da apripista ad un fenomeno più ampio e, per molti versi, inevitabile: l’emergere in rete di un mercato della “free-economics”, ovvero l’economia del gratis. “Free!” è il titolo del prossimo best-seller annunciato di Chris Anderson (direttore di Wired e autore di La coda lunga) alla cui base c’è proprio la tesi: “Zero dollari è il futuro del business”. I segnali arrivano ormai da più settori, e non solo dalla musica online: i voli zero-cost di Ryanair, le caselle di posta elettronica illimitate di Yahoo!, l’apertura dell’archivio del New York Times, i cellulari e le consolle per i videogiochi venduti a prezzi stracciati.
In realtà, spiega Anderson in un’anticipazione del volume pubblicata lo scorso mese su Wired, già prima di Internet abbiamo familiarizzato con modelli economici in cui prodotti e servizi venivano ceduti gratuitamente: è il caso del cellulare regalato in cambio della sottoscrizione di un abbonamento. Ma si è trattato di fenomeni marginali, che ora in rete acquistano una centralità del tutto nuova: “Tutto ciò che riguarda i network digitali subisce immediatamente un abbassamento dei costi. Il gratis non è più soltanto un’opzione. È una destinazione inevitabile”. Le ragioni di questa accelerazione stanno tutte nella natura specifica di Internet: “Il web è tutta questione di “scala”: attrarre il maggior numero di utenti su alcune risorse centralizzate, e così spalmare i costi su un pubblico sempre più ampio”. Anderson fa l’esempio di Flickr, il noto sito per la condivisione di foto: l’1 per cento degli utenti che scelgono l’opzione Pro (a pagamento) permette al restante 99 per cento di accedere gratuitamente al servizio-base. Ma le soluzioni per alimentare un’economia basata sul gratis sono le più varie. Per il momento in molti (ma questo problema, insieme ad altri lati oscuri della freeconomics non è stato ancora ben affrontato da Anderson) si accontentano di accumulare montagne di dati sui comportamenti degli utenti da rivendere poi alle agenzie di marketing.
“Che un prodotto sia gratis non vuol dire che qualcuno, da qualche parte, non stia facendo una barca di soldi - sottolinea Anderson - Bisogna lasciarsi alle spalle l’idea di un mercato a due (venditore/acquirente) e pensarlo come un ecosistema con più soggetti: solo alcuni di questi si scambiano denaro”. Come dire: i Radiohead permetteranno pure di scaricare gratuitamente il loro disco; in un modo o nell’altro il denaro tornerà da qualche altra parte.


  • nicolabruno
  • Lunedì 7 Aprile 2008

Wikidemocracy e OpenPolis: la rivoluzione politica fatta dal basso

OkNotizie

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  • Tags: elezioni, OpenPolis, politica, Wikidemocracy
  • 4 commenti

www.openpolis.it

Se è vero che l’e-government in Italia è praticato più a parole che nei fatti, altrettanto si può dire della comunicazione politica online. Nessun partito, finanche il tanto 2.0 sito del Partito Democratico, ha puntato più di tanto su nuove strategie di coinvolgimento e partecipazione per i cittadini-elettori. A parte la mania dei blog che sembra contagiare un po’ tutti al momento della campagna elettorale (l’ultimo arrivato è Piero Fassino) per poi dimenticarsene il giorno dopo i risultati, in Italia si continua a fare comunicazione solo per la tv e i giornali. E al web si ricorre come a una semplice vetrina su cui duplicare contenuti spesso pensati per altri media.
Per trovare qualcosa di più innovativo in Italia bisogna guardare verso il sottobosco della rete, dove stanno prendendo piede diverse iniziative di politica partecipata. Due servizi sbarcati di recente online meritano un’attenzione particolare. Il primo è WikiDemocracy e si presenta come “un progetto collaborativo e democratico per la stesura e revisione di programmi politici”. Per ogni partito è previsto uno spazio apposito in cui, secondo l’approccio sperimentato con successo su Wikipedia, ciascun membro può discutere e apportare modifiche ai programmi elettorali. Ideato dall’imprenditore delle telecomunicazioni Stefano Quintarelli, il servizio ha ricevuto apprezzamenti, anche se in molti lamentano l’impostazione troppo allineata sul modello dei partiti. “L’idea è accattivante. Peccato, però, che non si possano inventare anche nuovi partiti, e occorra invece ispirarsi a quelli già esistenti” scrive il blog Politicaduepuntozero “Il gioco sarebbe stato più allettante, soprattutto nel Paese in cui esistono 158 partiti, 57 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio e almeno altrettanti aspiranti Premier e Ministri…” .
Dagli autori di “Voisietequi” (ricordate il test presentato alla vigilia delle politiche del 2006 per scoprire a quale partito si era più vicini?) è invece arrivata una proposta ancora più interessante e che guarda ben oltre l’attuale campagna in corso. Si chiama OpenPolis e sulla falsariga di progetti di watch-dogging già esistenti all’estero (si veda OpenCongress o Congresspedia) intende dar vita a un “sistema di documentazione collettiva per rendere la politica più trasparente”. Basta inserire il proprio Cap per scoprire chi sono i rappresentanti eletti nelle varie sedi istituzionali (dal Comune al Parlamento Europeo). Una sezione denominata “indice di attività” permette di monitorare il numero di atti firmati da ogni parlamentare. E così scoprire chi sono i più stakanovisti e chi i più fannulloni. Il tutto in maniera documentata e indipendente, lontano anni luce dalla retorica televisiva.

  • nicolabruno
  • Venerdì 29 Febbraio 2008

Fenomenologia degli amici di Beppe Grillo

OkNotizie

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  • Tags: Beppe-Grillo, Meetup
  • 3 commenti

La folla radunata in piazza per il V-day di Beppe Grillo

Con le elezioni in vista, un po’ tutti i partiti li stanno corteggiando, da una parte all’altra dello schieramento. Sono oltre 60mila e rappresentano uno spaccato interessante del paese: età media 30-45 anni, iper-informati, molto attivi e battaglieri sul territorio. Oltre che sul web, naturalmente.
Sono gli “Amici di Beppe Grillo”. Spesso vengono assimilitati in toto al loro ispiratore, ma loro non ci stanno. Scrive Leonardo Roli, 21 anni, modenese: “Grillo non è il nostro leader. Ha la sola funzione di dare voce a noi. Quello che scrive sul suo blog, se non sono commenti a notizie nazionali, viene da quello che noi gli riportiamo”. Ovvero quanto emerge dalle conversazioni e dalle discussioni che ogni giorno animano i Meetup degli “Amici di Beppe Grillo”.
Una realtà ancora poco conosciuta, in cui si è calato Enrico Maria Milič dell’istituto di ricerca Swg, conducendo una ricerca etnografica (qui la versione integrale in pdf) da novembre 2007 a gennaio 2008 tra “i grillini e le cicale” di quattro città italiane (Napoli, Prato, Treviso e Trieste). Lo scopo? Offrire una chiave di lettura quanto più neutrale ed esaustiva possibile, considerato che il fenomeno Grillo spesso alimenta facili esaltazioni e altrettanto facili pregiudizi.
Piuttosto che un “popolo bue” fanatico del leader maximo, Milič li descrive come un ‘movimento-accanto’: “Non esiste un’organizzazione formale che riconosca Grillo leader (…) Tutti gli attivisti rivendicano la propria autonomia di pensiero e di azione da lui”.
I risultati della ricerca sono stati sintetizzati in dieci punti, da cui emerge il ritratto di migliaia di cittadini che “partecipando, danno una risposta alla loro frustrazione emozionale per le condizioni sociali dell’Italia”. Le tematiche al centro del dibattito “rispondono a un’agenda fortemente influenzata dai processi della globalizzazione e dai consumi come fattore identitario (…): difesa dell’ambiente e sviluppo di energie eco-sostenibili, traffico e mobilità non inquinante per tutti, sviluppo di strumenti di e-democracy”. Molti tendono ad allinearsi sulle strategie suggerite di Grillo, ma a livello territoriale rivendicano una totale libertà d’azione. I risultati, però, spesso non sono eccezionali: “Escludendo alcuni casi importanti, il movimento sul territorio ha dimostrato scarsa capacità di incidere sulla politica locale”.
E comunque, non si facciano troppe illusioni i partiti che in questi giorni sventolano atteggiamenti anti-politici e ammiccano alle posizioni di Grillo. I suoi “amici” hanno una struttura “postmoderna” ed estremamente eterogenea: “Ogni gruppo agisce secondo dinamiche diverse (dalla non-organizzazione all’associazione) e si pone obiettivi diversi, che siano solo quello di fare da media di informazione e sensibilizzazione, o addirittura di partecipare tramite liste civiche alle elezioni amminstrative”.

  • nicolabruno
  • Giovedì 28 Febbraio 2008

Nel Regno Unito torna il mistero dei suicidi on line

OkNotizie

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  • Tags: Blog, suicidi-on-line
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Nel Regno Unito si torna a fare i conti con il cyber suicidio. Nell’ultimo anno ben 13 episodi simili avvenuti tutti nella stessa cittadina del Galles.
Il primo caso risale allo scorso marzo. Kevin Whitrick, un ingegnere elettronico di 43 anni, sta chattando su Paltalk, in una stanza di “insulti” in cui è consentito offendersi senza troppe remore. Tra uno scambio di battute e l’altro, minaccia di suicidarsi. Alcuni utenti connessi lo incitano a compiere il gesto, pensando si trattasse solo di uno scherzo. E lui si toglie la vita per davvero, trasmettendo il tutto in diretta attraverso la webcam.
La morte di Kevin ha scosso non poco il Regno Unito lo scorso anno. E in molti, in questi giorni, stanno pensando al suo cyber-suicidio per dare una spiegazione alla lunga serie di morti tra adolescenti (13 in un anno) avvenuti a Bridgend, piccola cittadina del Galles. L’ultimo è quello di Natasha Randall, una ragazza di 17 anni che si è tolta la vita lo scorso mese. Dopo la sua morte, in rete sono subito spuntati diversi siti in cui i coetanei la ricordano con fotografie, poesie e candele virtuali. Per questo genere di siti c’è addirittura un servizio ad hoc: si chiama Gone Too Soon e permette di creare in pochi click un “memorial site” in onore di persone “scomparse troppo presto”.
Una tendenza che sta insospettendo la polizia e gli psicologi, pronti a credere che dietro ai suicidi di Bridgend ci sia proprio il desiderio di essere “glorificati” in rete dopo la morte. “Potrebbero pensare che è cool avere un sito di memorie” ha spiegato al Times un portavoce della polizia. Dello stesso avviso, il deputato laburista Madaleine Moon: “Sono molto preoccupata per il finto ‘romanticismo’ dei muri in memoria che stanno andando alla grande. Offrono un’idea romantica del suicidio”, ha dichiarato alla Bbc. E c’è già un’associazione che sta facendo pressioni sul governo per rendere illegali questo tipo di siti.
Eppure, non tutti sono d’accordo sul nesso automatico internet/suicidi. “Si tratta di casi isolati o di una spaventosa moda? Non c’è dubbio che il computer è diventato una nuova arma nell’arsenale dell’adolescenza. Ma i media hanno un modo pericoloso di trasformare i problemi in un’isteria di massa”, scrive Jesse Baer dell’Università di Harvard. Tanto più, ricorda Baer, che una recente ricerca dell’Università di Alberta ha dimostrato che social network, chat e blog possono essere un valido supporto per gli adolescenti. E poi, rilancia un altro blogger, se iniziamo ad accusare il web di istigazione al suicidio, possiamo arrivare anche a dire che “Romeo e Giulietta lo hanno romanticizzato in misura molto maggiore”.

  • nicolabruno
  • Mercoledì 20 Febbraio 2008

Microgiornalismo: su Twitter i fatti in 140 battute

OkNotizie

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  • Tags: Blog, microgiornalismo, OReilly, twitter
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Nell’era dell’informazione estemporanea e a flusso continuo, il giornalismo torna alle sue radici telegrafiche e scopre che si può far notizia anche con un breve messaggio di testo. O, meglio, con sole 140 battute, l’equivalente di un Sms. È questo lo spazio massimo messo a disposizione da Twitter, il popolare servizio di microblogging che va alla grande tra gli utenti più avanzati di Internet. E che ora inizia ad essere utilizzato anche da alcuni reporter statunitensi per coprire la campagna elettorale in corso. Il New York Times già parla di nascita del “microgiornalismo”: tutto è cominciato con un twit (”cinguettio”, così si chiamano i messaggi di Twitter) pubblicato lo scorso 5 gennaio da John Dickerson, corrispondente politico del magazine online Slate. “Ho appena visto Bill O’Reilly spintonare uno degli uomini di Obama”. Dopo il tam-tam in rete, molte testate hanno riportato la notizia della lite scatenata da O’Reilly, uno dei volti più noti di Fox News.
Dickerson è considerato un pionere delle nuove frontiere dell’informazione: dopo diversi anni spesi a Time, è passato al giornalismo online (Slate), sperimentando i blog e, da qualche mese, anche Twitter. “Uno dei miei compiti di reporter è condurre la gente dove non può entrare. Twitter è molto più autentico perché scrivi mentre succedono le cose, perché sei veramente dentro quella stanza”, ha raccontato in un’intervista. E i suoi “cinguettii” vengono fatti circolare sui social-network alla Facebook, oltre che essere ripresi negli articoli pubblicati su Slate.
Una moda, questa di Twitter, che sta contagiando anche altri reporter statunitensi alle prese con una campagna per le primarie sempre più compulsiva. Di recente due corrispondenti del calibro di Ana Marie Cox di Time e Marc Ambinder di The Atlantic hanno creato un profilo su Twitter. E lo utilizzano per “catturare le emozioni” del momento e condividerle con i lettori in maniera più diretta ed estemporanea. Senza dimenticare che per le analisi approfondite c’è sempre spazio sulla carta e anche sul web.

  • nicolabruno
  • Mercoledì 13 Febbraio 2008
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