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Guerra a Scientology. Questa volta a prendere di mira il controverso movimento religioso (con oltre duecentomila seguaci in tutto il mondo) non è un ex adepto critico per le modalità poco ortodosse della “chiesa” fondata da L. Ron Hubbard nel 1954. Ma una più vasta operazione avviata in rete da un gruppo che si firma “Anonymous” e che sta dando vita a proteste virtuali e sit-in (reali) in molte città, oltre a diverse polemiche con i rappresentanti di Scientology.
Tutto parte da un episodio di quattro anni fa ma che fino ad ora era rimasto segreto. È il 2004 e Tom Cruise, il più noto seguace del movimento (”numero due” secondo una recente biografia), ha appena ricevuto la Freedom Medal Of Valor, uno dei più alti riconoscimenti di Scientology. Al termine della cerimonia tiene un lungo discorso di fronte a una telecamera, in cui decanta le lodi della chiesa: “Siamo i migliori a portare la gente fuori dalla droga. Siamo l’autorità per la mente. Siamo la strada per la conoscenza. Siamo in grado di riabilitare i criminali”.
Il tutto viene ripreso dalle telecamere e diffuso solo per uso interno. Fino a quando, lo scorso mese, un estratto del filmato compare improvvisamente su YouTube. La stampa anglosassone non è tenera nei confronti della star di Mission Impossible. The Daily Telegraph parla di “un Cruise dalle sembianze maniacali”.
Il video al centro delle polemiche
A pochi giorni dalla pubblicazione, Scientology (famosa per la strategia “attacca chi attacca“) richiede la rimozione del video da YouTube per violazione delle leggi sul diritto d’autore, ma anche perché “sono stati presentati estratti in maniera selettiva e fuori dal loro contesto originario con l’intento di ridicolizzare e creare controversia”.
Oltre a ripubblicare il video in lungo e in largo per la rete, gli “Anonymous” controbattono con un comunicato stampa che è una vera e propria dichiarazione di guerra. Lo scopo? “Porre fine allo sfruttamento economico dei membri della Chiesa e proteggere la libertà di espressione”. Il sito di Scientology viene attaccato da alcuni hacker e reso irraggiungibile per una giornata. Ma il vero campo di battaglia diventa YouTube, dove iniziano a comparire diversi video-denuncia e parodie di Tom Cruise.
Video di denuncia: Message to Scientology
Video-parodia di Tom Cruise
Oltre che sui media, il tam-tam inizia a strabordare in rete. In poche settimane sul popolare sito di social-networking Facebook prendono vita due gruppi con oltre 5mila iscritti. A questo punto la protesta da virtuale diventa reale. E lo scorso sabato 10 febbraio vengono organizzati diversi sit-in a New York, Los Angeles, Bruxelles, Parigi, Toronto, Birmingham e altre città. Le manifestazioni sono assolutamente pacifiche: gente che marcia mascherata o si rotola per terra, “raid” davanti alle sedi della Chiesa.
Il sit-in di Birmingham
Il sit-in di Parigi
Una manifestazione a Los Angeles
Scientology, dal canto suo, ha risposto con un comunicato in cui ribadisce la propria posizione: “Come esiste il diritto di comunicare esiste anche quello di non farlo, soprattutto se ciò che viene trasmesso diventa oggetto di derisione e, peggio ancora, usato per discriminare in modo insensato una comunità religiosa”.

Ricordate la pagina da un milione di dollari? Una trovata semplice (mettere in vendita i singoli pixel della schermata) che ha permesso al suo ideatore (Alex Tew, uno studente 21enne in cerca di fondi per pagarsi l’università) di raggiungere la fatidica cifra in meno di sei mesi, a costi pressocché nulli.
La stessa idea è stata riadattata da un regista canadese, Casey Walker, per autofinanziarsi il suo prossimo film. My Million Dollar Movie il nome del progetto che prevede la messa in vendita di ogni frame della pellicola al prezzo di 10 dollari canadesi (circa 7 euro). In cambio gli acquirenti potranno dividere tutti gli incassi del film in misura proporzionale all’investimento.
“Sto provando a cambiare le modalità di finanziamento dei film” ha spiegato il regista al Times Online “Se riuscirò a provare che questo modello funziona, ho in mente di aprire un grande studio online, dove gli investitori possono acquistare azioni scegliendo tra più film”. Così come già avviene con SellABand, sito in cui gli utenti possono scegliere i gruppi musicali da finanziare. Solo che per Walker la strada è tutta in salita: a un anno e mezzo dal lancio, è riuscito a vendere solo un decimo dei frame a disposizione. Non tutte le idee geniali funzionano più di una volta!
GUARDA IL VIDEO: Il regista spiega il progetto

Israele rimane l’ospite d’onore della XXI edizione della Fiera del Libro di Torino. La conferma è arrivata dopo due settimane di passione e una girandola di commenti, esternazioni e appelli, che ha visto opporsi chi vuole boicottare la manifestazione, chi sta dalla parte di Israele e i tanti che, invece, difendono la scelta, al di là dei giudizi politici di merito. Per quanto accese, le polemiche sui giornali sono rimaste nei limiti del confronto pacato e civile. Un po’ tutti i quotidiani (finanche Il Manifesto e Liberazione, due testate solitamente non molto tenere con Israele) hanno apertamente criticato l’idea del boicottaggio.
Lo stesso non può dirsi della rete, dove invece lo scontro ha assunto toni molto più violenti e barricaderi. Diversi blog hanno rilanciato i banner e gli appelli dell’Unione Democratica Arabo Palestinese Italia, che descrivono gli scrittori David Grossmann, Amos Oz e Abram Yehoshua come “uno strumento di propaganda per il sionismo”. Anche forumperlapalestina.org è sceso in campo, invitando “la direzione artistica del Festival a dimettersi”.
Toni altrettanto duri sul fronte israeliano: Deborah Fait parla di “neonazisti” che vogliono “bruciare i libri degli israeliani”. Sul blog Quartieri, è rievocata la “notte dei cristalli” e l’autore si chiede: “E io dovrei allearmi con degli antisemiti?”. Il Giorno di Israele, insulta a chiare lettere il filosofo Gianni Vattimo per il suo invito su La Stampa a boicottare la fiera. Stessa sorte per Valentino Parlato, fondatore de Il Manifesto, accusato da più blog di essere andato “in soccorso di Israele” per un editoriale critico nei confronti dei boicottatori. E proprio a questi ultimi si rivolge Luca Sofri, che chiosa la vicenda in maniera democratica: “chi non vuole partecipare per questa ragione, è bene che non partecipi e siamo tutti più contenti”.
IL FORUM

A colpo d’occhio sembrano i classici lavori astratti a cui ci ha abituato tanta arte informale e surrealista del secolo scorso. Tipo Pollock o Mirò. Ma è un movimento artistico che deve tutto alla scienza e alla tecnologia. E più in particolare alle nanotecnologie, uno dei più promettenti campi di ricerca attuali, che si occupa della sintesi e della manipolazione della materia a livello atomico e molecolare, con applicazioni dirompenti che vanno dalla robotica all’industria militare, passando per la cosmetica e l’economia. Oltre che per l’arte, appunto. Almeno per un gruppo di scienziati che, affascinati da quanto vedono ogni giorno in laboratorio, hanno deciso di dar vita al movimento della NanoArt. Si tratta di micro-fotografie e nano-sculture ottenute da processi chimico-fisici che avvengono a livello atomico e poi “catturati” attraverso scanner e microscopi elettronici di ultima generazione. Il tutto viene poi ulteriormente manipolato con inchiostri speciali e stampato in grande formato.
Niente a che vedere con i dipinti o le fotografie tradizionali, comunque. “La profondità e la tridimensionalità raggiunta con la NanoArt” spiegano gli ideatori “posiziona questo processo lontano dalla fotografia, le cui immagini sono create a partire dai fotoni (particelle di luce), piuttosto che dagli elettroni (particelle caricate elettronicamente). Queste particelle” specificano gli artisti/scienziati “penetrano maggiormente nella struttura dando vita ad immagini con maggore profondità e una tridimensionalità più realistica rispetto alle fotografie”. Per avere una riscontro immediato, consigliamo di dare un’occhiata a questa gallery tridimensionale. O a questo video:
Ideato da Cris Orfescu (originario di Bucarest, ma residente in California), il movimento promuove anche una competizione internazionale. Per l’edizione 2007 si sono fatti avanti 35 nano-artisti per un totale di 121 opere, che sono tutte pubblicate online e possono essere votate fino al 31 marzo 2008. Molte opere sembrano proprio lavori di Jackson Pollock o di Joan Mirò, sicuramente due nano-artisti ante-litteram.
VIDEO: NanoArt 2006 International Online Competition
LA GALLERY

L’ego-surfing, si sa, è una delle pratiche più diffuse tra chi frequenta regolarmente la rete. Secondo un’indagine dell’autorevole Pew Internet & American Life Project, almeno un navigatore su due digita il proprio nome sui motori di ricerca per controllare “cosa si dice”. Una pratica che diventa ancora più maniacale tra alcune frange “celopiulunghiste” della blogosfera o dei social-network. Molti blogger italiani, ad esempio, sono ossessionati dalla posizione nella classifica realizzata da Blogbabel. Come ha spiegato Luca Sofri in un recente articolo, “almeno duemila allodole ogni mattina vanno a vedere in che posizione della classifica - aggiornata alle sette tutti i giorni - sta il loro blog. E si eccitano, o si deprimono, a seconda di quel che vedono”. Ed è così anche per i social network: il numero di amici su Facebook o su Twitter per molti iscritti è indice di popolarità e successo.
Una forma di narcisismo digitale per il quale ora è stato elaborato anche un quoziente numerico. Si chiama QDOS ed è stato pensato apposta per misurare in maniera più attendibile il proprio status online. Basta registrarsi al sito, inserire i diversi profili di social network su cui si è attivi, e il sistema elabora automaticamente un punteggio. Ad essere preso in considerazione non è soltanto il numero di volte che il proprio nome compare online (come fanno i motori di ricerca), ma anche parametri come l’impatto e la frequenza delle attività. L’ideale, quindi, per gli ego-surfer più sfrenati.
Per i fondatori di QDOS il vero scopo del servizio è anche un altro: spingere gli utenti a prendere maggiore dimistichezza con il proprio status digitale per sapersi difendere dagli eventuali (e sempre più frequenti) abusi.
GUARDA IL VIDEO

Dopo il polverone sollevato con Operazione Pretofilia, il collettivo milanese Molleindustria torna di nuovo alla carica con un videogioco che sta facendo il giro della rete. Si chiama Faith Fighter e si presenta come “un picchiaduro per questi tempi oscuri. Scegli il tuo credo e spacca il culo a chi non la pensa come te. Dai sfogo alla tua intolleranza! L’odio religioso non è mai stato così divertente”. Gli utenti sono invitati a scegliere un personaggio tra Dio (quello dell’Antico Testamento), Gesù, Buddha, Ganesha, Budai (simbolo della religione popolare cinese) e Muhammad. Per evitare polemiche sulla raffigurazione di Maometto, è stata realizzata una versione censurata in cui il profeta compare con il volto oscurato.
Come nei più famosi videogiochi della serie Street Fighter, anche qui lo scopo è eliminare l’avversario a colpi di pugni, calci e poteri speciali. Vince chi riesce a far fuori tutti i nemici e a imporre il proprio credo.
Dopo McDonald e i preti pedofili, questa volta il bersaglio polemico di Molleindustria sono l’integralismo e la violenza religiosa. “Al giorno d’oggi essere laici non è più politicamente corretto. Occorre imbracciare le raffinate armi della fede nella ricerca quotidiana della Verità. Quale fede abbracciare spetta a voi deciderlo. Faith Fighter è per tutti voi dubbiosi”, spiegano gli autori sul blog.
Seppur i più raffinati (almeno da un punto di vista tecnologico), i Molleindustria non sono gli unici ad abbracciare l’”attivismo videoludico” come forma di denuncia e protesta. Anzi, in rete sempre più spesso compaiono “instant-game” collegati ad episodi di stretta attualità. È il caso di MagnaMonnezza, giochino in Flash che riprende il ben noto PacMan: protagonista è il sindaco di Napoli Iervolino (a forma di topo) che deve districarsi in un labirinto di spazzatura mentre è inseguita da bidoni di spazzatura strabordanti.
Anche in occasione delle ultime vicende giudiziarie, è stato pubblicato un videogame dal titolo inequivocabile: Mandalo a casa. Lo scopo è spedire quanto più lontano possibile l’ex-ministro della Giustizia. “Mastella va a casa, perché non gli dai una spintarella? Così arriva prima…” è spiegato sul sito www.tuttoscemo.com

Un nuovo concetto ha fatto irruzione nella giurisprudenza italiana: l’immagine degradata. Almeno così recita un comma all’articolo 70 della legge di riforma della Siae approvata dalla VII Commissione del Senato: “È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”.
Un tentativo di colmare un vuoto normativo e regolamentare il “giusto utilizzo” per scopi didattici (”Abbiamo voluto questo comma tenendo conto delle migliaia di professori che hanno ricevuto multe e ingiunzioni, dalla Siae, per avere pubblicato opere a scopo didattico sui propri siti”, ha spiegato Pietro Folena, presidente della commissione Cultura della Camera, a Repubblica.it), che però ha finito col scatenare accese polemiche in rete (qui il dibattito tra Folena e Fiorello Cortiana). Soprattutto per l’ambiguità (e l’infelicità) dell’espressione utilizzata. “Che vuol dire l’aggettivo degradate?” si chiede Manlio Cammarata, esperto di diritto e nuove tecnologie “Immagini sfocate? Suoni distorti o con un forte rumore di fondo? Aspettiamo con curiosità il previsto decreto per capire come sarà risolta la questione”.
In attesa delle precisazioni del Ministero per i Beni Culturali, l’emendamento ha già prodotto un risultato: la nascita di un nuovo movimento artistico. È la DegradArte, ovvero “opera d’arte (immagini, musica, poesia…) realizzata in conformità alla proposta di legge S1861″. “Nasce dagli oscuri pronunciamenti del legislatore un filone di ricerca artistica e semiotica del tutto nuovo” spiega Guido Vetere, uno degli ispiratori del progetto “Si tratta di metodi, tecniche e teorie per la creazione e-o rielaborazione di opere d’arte idonee a soddisfare il requisito di degradazione per la libera circolazione su Internet così come richiesto dalle leggi italiane”.
Sul sito del movimento già si trovano diversi esemplari: da Degrad-Urlo di Munch all’arte biodegradabile di Arcimboldo, per finire con quella non degradabile (la Merda d’artista di Manzoni). C’è poi chi si cimenta con la poesia, provando a degradare Mattina di Ungaretti (”Mi puffo d’immenso”) o l’Infinito di Leopardi (”Sempre caro $ mi fu quest’altro colle / e questa politica, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il cittadino esclude”).
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Non che sia una sorpresa, il sorpasso era nell’aria da tempo. Ma ormai è davvero questione di poco (un mese?) e la Cina diventerà il primo mercato al mondo per numero di utenti online. Secondo i dati di China internet network information center, nel corso del 2007 si sono affacciati alla rete ben 210 milioni di navigatori: +54% rispetto allo scorso anno e, soprattutto, meno cinque milioni rispetto agli Stati Uniti. Che così, a breve, si vedranno scippare un primato conservato sin dalla nascita del world wide web.
Quali conseguenze avrà tutto ciò sugli equilibri della rete? Sono in molti a temere un impatto negativo dell’approccio cinese alla rete. A preoccupare è soprattutto la macchina da censura “draconiana” (secondo la definizione di Reporter Sans Frontieres): blogger arrestati, spesso con la complicità dei colossi occidentali (tra cui Google e Yahoo!); siti oscurati; accesso ai contenuti filtrato dalla grande muraglia di software e controllori (oltre 30.000 addetti). L’ultimo giro di vite riguarda i siti di video prodotti dal basso: potranno operare solo dietro autorizzazione governativa. E le regole parlano chiaro: “chi fornisce un servizio di video online deve servire il popolo, il socialismo e… seguire il suo codice morale”. Google e gli altri big manderanno di nuovo giù il boccone amaro del compromesso con Pechino per non perdere visibilità nel promettente mercato cinese?
Spaventa, poi, la velocità con cui altri paesi stanno seguendo le stesse orme di Pechino. Amnesty International è tornata a denunciarlo di recente: “Il modello cinese di un’Internet che permette la crescita economica senza libertà di espressione o privacy ormai si va affermando. Cinque anni fa erano solo una manciata di paesi, ora alcune dozzine di governi bloccano siti e arrestano blogger”.
Tra questi c’è la Russia, altro paese emergente per numero di utenti e di investimenti in rete (qui alcuni dati). Il Cremlino da un po’ di tempo si sta adoperando per dar vita a una Internet tutta in cirillico, che opera in maniera sganciata rispetto al web globale e per accedere alla quale (secondo quanto riportato da The Guardian), sarebbe necessario avere una password concessa dallo stato. Il tutto in nome della lotta al cybercrimine. Ma di fatto si tratterebbe dell’anticamera di un sistema di controllo per tutte le attività online dei navigatori. A cominciare, magari, da Garry Kasparov che ha da poco rilanciato la sua sfida a Putin con magazine online www.kroniki.com in cui denuncia tutte le persecuzioni. In Cina il sito sarebbe stato oscurato sul nascere.