
A Courmayeur, in ritiro con gli altri concorrenti dell'Isola - Credits: ANSA/Angelo Musumarra
Come il protagonista d’un romanzo picaresco, ha deciso di andare alla ventura. Anzi: alla Ventura, nel senso di Simona. Il 18 febbraio partirà per i Caraibi, dove vivrà come un Robinson soffrendo la fame e la sete, le intemperie e le punture degli insetti, ma soprattutto la compagnia degli umani: proprio lui, che per misantropia acuta aveva giurato di non uscire più di casa, parteciperà alla prossima edizione dell’Isola dei famosi.
Chi non se l’aspettava non conosce Aldo Busi: eccentrico, paradossale, imprevedibile. Uno scrittore, tanto per intenderci, che sostiene d’aver smesso di scrivere da sette anni e intanto ha appena pubblicato dalla Bompiani “Aaa!”, corroborante trittico di racconti subito andato in ristampa, che termina con un’esilarante domanda d’assunzione rivolta a Carla Bruni Sarkozy.
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Una serata in compagnia dell’Amica follia: Carlo Delle Piane dice d’esserci abituato. Non solo perché ha recitato in certi bizzarri film di Pupi Avati, ma proprio per un fatto personale. Per questo ha accettato di fare da testimonial alla soirée dedicata al disagio psichico, che si terrà il 24 novembre al teatro San Babila di Milano, dove Delle Piane è impegnato nelle repliche della commedia di Sabina Negri Ho perso la faccia. Coordinata da Delfina Beria d’Argentine e condotta da Tullio Solenghi, Amica follia è un’iniziativa voluta da Giampaolo Landi di Chiavenna, assessore alla Salute, per lanciare la presenza (gratuita) d’uno psicologo nelle 84 farmacie gestite dal Comune di Milano.
Delle Piane, come mai ha deciso di diventare matto?
Per una buona causa. E poi un po’ matto lo sono sempre stato. Questa leggera “amica follia” m’ha accompagnato fin dalla nascita, salvandomi da situazioni difficili dovute al mio carattere particolare.
Si spieghi meglio.
Ecco: non s’è accorto che non ci siamo neanche stretti la mano? Non ci riesco proprio. Sono sempre più soffocato dalle mie manie per l’igiene, che m’impediscono il contatto fisico con le persone e gli oggetti. Giro sempre con i cleenex in tasca, li uso per toccare le maniglie delle porte, ci fodero la sedia prima di sedermi. Da ragazzo non ero così. Poi, nel 1973, ebbi un grave incidente, restai in coma per oltre un mese. Da allora le mie fobie vanno peggiorando sempre più.
Questo non le crea problemi come attore?
Recitare è autoterapeutico. Mi immedesimo in un personaggio fittizio e le difficoltà di Delle Piane-uomo scompaiono.
E nella vita privata?
Le mie manie mi hanno procurato molti problemi nei rapporti affettivi, sia con le donne che con i parenti: nonostante il gran bene, non sono mai riuscito ad abbracciare i miei nipoti. L’ossessione per la pulizia mi viene da mia madre: la ricordo sempre con lo straccio in mano, mai un granello di polvere in casa nostra. Mio padre invece faceva il sarto, ma recitava delle gran pantomime, fingendosi malato, quando i clienti bussavano alla porta e l’abito non era pronto. Il talento dell’attore l’ho preso da lui.
Dopo il “corto” di Francesco Felli sull’Alzheimer, con Stefania Sandrelli, c’è stato il documentario di Sabina Negri La ballata di un uomo brutto, dove lei si mette spietatamente a nudo. Adesso, Amica follia. E poi?
Sto spingendomi ancora più avanti, con la storia d’un uomo dimesso a forza dal manicomio che, dopo aver sperimentato il mondo “normale”, sceglie definitivamente la follia. Ma non dategli retta: meglio scendere in farmacia.

La sua passione è Alberto Sordi, il suo modello d’attrice è Monica Vitti, una commediante di razza: “Il mio sogno è recitare in un ruolo brillante come faceva lei nella Ragazza con la pistola di Mario Monicelli, film che conosco a memoria. Ammiro molto anche Franca Valeri e Mariangela Melato, però Monica per me rimane un esempio ineguagliabile”. È bello che una debuttante abbia subito le idee chiare, ma non c’era da dubitarne, visto che si tratta di una certa Simona Ventura, soprannominata non a caso Supersimo.
Una che il destino se lo porta scritto nel cognome e alla ventura va incontro con una bella dose di energetica grinta, la stessa che sfoggia nel titolo perentorio dell’autobiografia Crederci sempre-Arrendersi mai, uscita qualche mese fa dalla Mondadori. Ventura è appena rientrata da New York, dove ormai è di casa e, da poco, ne ha anche acquistata una: “Le occasioni” sorride “non cadono dal cielo. E l’America è un buon posto dove andarsele a cercare”.
L’America, del resto, è la location principale del film di Enrico Oldoini La fidanzata di papà, girato tra Miami e Cortina, nel quale Simona ha un ruolo di coprotagonista accanto a Massimo Boldi: “Non sono proprio una principiante assoluta” precisa lei con orgogliosa verecondia “perché una dozzina d’anni fa ebbi una parte in un film di Maurizio Ponzi, Fratelli coltelli. Ma non ero ancora matura”.
Adesso, nel fiammeggiante fulgore dei suoi 43 anni, per molte donne l’età della cellulite, si sente pronta a entrare nel mondo della celluloide: “E dire che, quando Boldi mi ha cercato per offrirmi la parte, in un primo momento ho pensato che fosse impazzito. Poi ho letto il copione e ho cambiato idea. Ho capito che era un treno da prendere al volo”. Niente a che vedere, nonostante l’assonanza del titolo, col plausibile remake di Una fidanzata per papà, il film di Vincente Minnelli che, nel 1963, lanciò accanto a Glenn Ford un ancora infante Ron Howard: La fidanzata di papà, che uscirà nelle sale il 14 novembre prodotto dalla Medusa film, è una commedia agrodolce basata sulle vicissitudini di svariate coppie dalle situazioni sentimentali complicate.
Simona impersona Angela, un’italiana che vive e lavora in America: “Ha un segreto, sembra una donna dura, ma sorprenderà tutti. Nella vita, in fondo, anch’io mi sono ritrovata manager di me stessa, è un ruolo in cui m’identifico”. Angela è la madre di Barbara (Martina Pinto), che aspetta un bambino da Matteo (Davide Silvestri), figlio di Massimo (Boldi). Proprio la nascita del pupo farà precipitare la situazione in un vortice di tragicomiche e passionali vicende che coinvolgono un cast dove figurano Enzo Salvi, Elisabetta Canalis, Biagio Izzo, Nino Frassica, Teresa Mannino e i Fichi d’India.
“Per me questo è un nuovo inizio. Adesso che ho cominciato” sfida Simona “voglio proprio vedere dove riesco ad arrivare”. Con Boldi, in realtà, aveva già lavorato in una vecchia edizione di Zelig intitolata Facciamo cabaret: “Recitare con Massimo è un piacere. È molto creativo, un vero re della commedia, che mi ricorda interpreti del calibro di Walter Matthau e Jack Lemmon. Se il film avrà successo, chissà, in futuro potremmo anche dar vita a una bella coppia”.
Il cinema, assicura, è sempre stato una sua passione, quello americano innanzitutto. “Blade Runner è il mio film culto. E poi Clint Eastwood, i fratelli Cohen. Ma anche gli italiani: oltre ai maestri del passato come Vittorio De Sica, Federico Fellini o Dino Risi, apprezzo Pappi Corsicato, così acuto, Fausto Brizzi che m’ha fatto sognare e divertire; Mimmo Calopresti, Matteo Garrone, che spero vinca l’Oscar con Gomorra. E poi Enrico Oldoini, il ‘”mio regista”.
Dal mondo della celluloide a quello del tubo: in senso catodico, naturalmente. Nel corso di questa stagione Ventura è impegnata per Raidue su tre fronti: dall’Isola dei famosi, di cui è autrice e conduttrice dalla prima edizione nel 2003, alla trasmissione sportiva Quelli che il calcio, a X factor, il “talent show” di cui sta preparando la seconda edizione che partirà a gennaio. E, nonostante i tre figli (una in affido), trova il tempo di leggere: “Alla sera, prima di dormire. Dopo Roberto Saviano, La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Ma vorrei dedicarmici di più”.
Neanche a dirle che Gian Luigi Beccaria, linguista di vaglia, ha accusato L’isola, dove la lingua langue, di istupidire gli italiani, si riuscirebbe a smontare l’entusiasmo di Supersimo: “Non è vero che la tv italiana è inchiodata al passato, dipende sempre dal pubblico di riferimento. E quello di Raidue mi lascia molte possibilità”.
Quanta strada da quando, correva l’anno 1986, la timida Simona, figlia d’un ufficiale e di un’ex mannequin “taglie forti” (”Sono loro che mi hanno insegnato la disciplina e la professionalità”), vinse il titolo di Miss Muretto ad Alassio. Nessun rimpianto? “Sono una che guarda al futuro, sempre a caccia del nuovo. Ma in Italia bisogna proporlo con dolcezza. Mi piacciono le rivoluzioni bianche”. Già: crederci sempre. E arrendersi mai.
A cosa serve la serva, se non serve? A combinar matrimoni fra innamorati e a salvare vecchi svampiti dalle grinfie di giovani mogli troppo attaccate al denaro: così risponderebbe Corallina alla vecchia battuta di Totò. Ingegnosa, prudente, ma ben determinata a conseguire i propri scopi, la protagonista della Serva amorosa di Carlo Goldoni, in scena fino al 6 luglio all’Out Off di Milano con la regia di Lorenzo Loris, appartiene alla categoria delle serve padrone, donne di spirito pronto e di lingua acuminata, capaci di tener testa al men’s world di aristocratici spiantati e borghesi un po’ gretti che già respirano l’aria di crisi dell’ ancien régime al tramonto. Non la vedrete certo a stendere panni o china a lustrar pavimenti; al massimo, intenta a cucire un paio di calze da vendere per sostentare il suo giovane protetto. Più che una serva, direste, è una specie di badante: si prende cura del timido Florindo, ma ha a cuore anche il destino del padre di lui, il suo vecchio padrone Ottavio, che ha cacciato di casa il figlio per le losche trame dell’avida matrigna Beatrice, ansiosa di carpirgli l’eredità.
Corallina? Andiamo, si vede subito che è cotta di Florindo. Dentro di sé ribolle d’amore, “le bulica il core” per quel ragazzo d’una condizione sociale superiore alla sua. Ma, come la locandiera Mirandolina, e a differenza della briosa Serpina nella Serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi, che ottiene di farsi sposare dal ricco scapolone Uberto, Corallina ha il senso delle convenienze, la saggia moderazione che le impresta il suo autore: s’accontenterà di sposare Brighella, servo come lei, e regalerà Florindo alla giovane Rosaura, figlia del ricco Pantalone. Happy end rassicurante: nonostante l’ambivalenza sentimentale della protagonista, che la rende così moderna, Goldoni non dimentica che La serva amorosa è una commedia. Ma Lorenzo Loris ha gioco facile a far emergere dietro la leggerezza di superficie le sabbie mobili dell’avidità e della grettezza morale che dominano un mondo mosso solo dalla legge dell’interesse, dove il dio Denaro domina su tutto.
Il trionfo di Corallina ( Elena Callegari) sulla matrigna cattiva (Stefania Ugomari di Blas) ha per contorno la vanità del vecchio Ottavio (Giovanni Franzoni), la santimoniale ipocrisia di Rosaura (Paola Campaner) , l’irresolutezza di Florindo (Alessandro Tedeschi), la stolidità di Lelio, l’amoralità di Arlecchino: pochi si salvano nel mondo di Goldoni, mentre sulla scena vengono proiettate foto di particolari all’inizio poco distinguibili, poi via via più inquietanti, fino a culminare in ingrandimenti di cadaveri straziati: a indicare la violenza e il senso di morte sottesi all’arioso ventaglio della commedia goldoniana. Trovata molto novecentesca e un po’facile (a questi “svelamenti” si è ormai abituati da un pezzo), ma tutto sommato suggestiva, a suggello d’uno spettacolo che vale la pena vedere.