Si è commossa Mannina, madre di Tornatore, nel vedere Baarìa e nel ricordare gli anni “quando si abbracciava la vita così come arrivava”. Lo racconta lei stessa nella sua prima, e unica, intervista. Continua
- Venerdì 25 Settembre 2009
Si è commossa Mannina, madre di Tornatore, nel vedere Baarìa e nel ricordare gli anni “quando si abbracciava la vita così come arrivava”. Lo racconta lei stessa nella sua prima, e unica, intervista. Continua

“Io sono un guitto. E anche grande e grosso. Io voglio far ridere, non creare tensioni”. L’Obelix della comicità è di stanza a Genova, la sua città natale, classe 1959, in una casa al limitare della città: mare cielo e silenzio. Ha una moglie, attrice di talento e comica (Carla Signoris), due figli, un buon conto in banca e zero capelli. E mentre guarda le acque Maurizio Crozza pensa a come inondare la tv di battute e cattiverie, servite con bonarietà tagliente, ludica, a volte spietata, da Italia guareschiana, un po’ Peppone un po’ Don Camillo.

(Nella foto: Cristina Del Basso, concorrente del Grande Fratello 9)
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Non c’è niente di sorprendente, né di sconveniente, se milioni di italiani stanno mostrando un entusiasmo da caserma per l’esuberante frontale della signorina Cristina, che di cognome fa beffardamente Del Basso, avendo invece la fonte dell’interesse maschile tutta nella parte alta. Ha “delle mastodontiche mammelle”, come le chiama lei; tecnicamente, una sesta di reggiseno, taglia che le ha garantito immediata notorietà fin dalla sua prima apparizione al Grande fratello, con migliaia di contatti su Youtube per il suo video sotto la doccia.
Non solo psicoanalisti, camionisti e adolescenti trovano infatti gonfio di significato il seno oversize: nel dna nazionale maschile c’è una certa propensione alla maggiorata, in barba all’immagine efebica e asessuata proposta dagli stilisti.
Ma Del Basso non sa cosa vuol dire vivere con la sesta. Infatti è solo da tre anni che si porta in giro quel terrazzamento non avuto per natura: di nascosto dai suoi, il giorno dopo avere compiuto 18 anni è andata dal chirurgo plastico per potenziare di due taglie il suo davanti. E sempre di nascosto dal padre carabiniere e dalla madre casalinga ha reso redditizia l’operazione facendo la cubista in discoteca e la lapdancer privata per feste di addio al celibato e compleanni per soli uomini. Il tutto prima di planare nella casa del Grande fratello, il voyeurismo mediatico collettivo per eccellenza, che la sazierà della sua evidente fame di attenzione.
Vivere con la sesta non è sempre un gioco, né un lasciapassare per il mondo dello spettacolo. Spesso è un ingombro, pesa a chi si deve portare in giro quei chili di carne prominenti. A 12 anni Marisa Passera si fasciava il suo prosperoso davanti sperando di minimizzarlo; poi è arrivata la fase del nascondimento sotto grandi magliette vestendosi “da maschio e sembrando più grassa di quella che ero”. A contorno, per ricordarle che lei era esagerata, c’erano i giri in moto con i ragazzi che frenavano apposta di colpo, le battute continue “perché è come per il calcio, gli italiani si sentono in dovere di dire qualcosa” spiega. Finché Marisa Passera, oggi trentottenne, ha fatto pace con quell’eredità materna e ora si porta appresso felice le sue gigantesche tette.
Proprio a loro, all’obbligato quotidiano esercizio del botta e risposta, deve forse l’ironia che mostra in tv e alla radio (è volto di Mtv, Rete 4 e presto alla 7, e ha un programma a Dee-jay). “Fra il cognome e le megatette, capite che infanzia ho avuto? La sesta è comunque una tragedia, un incubo, è come andare in giro con un cucciolo di labrador, sai che hai gli occhi di tutti addosso. E li hai lì, nessuno ti guarda in faccia, certe volte per incrociare lo sguardo altrui mi abbasso io, in modo da scendere ad altezza seno. Non esiste fidanzato che non mi abbia detto “copriti!” ; certi amici le usano come guanciale, ci scherzano sopra e una volta in Mongolia un vecchio pastore si è alzato in silenzio e mi ha appoggiato le mani sopra: voleva capire l’effetto che facevano”.
Per gioco Marisa le ha pesate (quasi 2 chili), lo stesso ha fatto Cecilia Costa, forlivese, 25 anni, una “gloriosa sesta arrivata in dote dalla nonna”. L’ago della bilancia si è fermato a 1 chilo e mezzo. Cadauna, s’intende. “Gli uomini hanno sempre apprezzato il mio seno, e io ne sono contenta”. L’hanno battezzata senza troppa fantasia “la Tettona”, soprannome che porta con allegria salvo quando viene l’estate e in spiaggia tutti la fissano, e in campeggio si trova a disagio.
Due chili pesavano invece quelle di Noemi Fiorini, 49 anni, milanese, decoratrice. Ha fatto 25 anni in sesta, le sono esplose quando era ventenne, ha resistito fino ai 45 poi è andata dal chirurgo chiedendogli di alleggerirla da quel peso fisico ed esistenziale. Noemi non è la Cristina del Grande fratello: “Io le ho vissute malissimo, per tutti ero la Tettona, pochi sapevano il mio vero nome. In spiaggia strisciavo dalla sdraio al mare, ma tutti mi guardavano lo stesso. I maschi ti prendono in considerazione perché sei maggiorata. È stato un complesso, una sofferenza, dovevo o infagottarmi o vestirmi da vecchia per nasconderle”. Poi la decisione di operarsi, tre giorni con dolori fortissimi, due grandi cicatrici come firma e un dazio imprevisto, anche quello doloroso: “Le mie tette sono insensibili. La mia vita sessuale è cambiata, prima erano un bel gioco, ora basta sfiorarle e sento fastidio”.
Tinto Brass, che di eros se ne intende, ha una sua teoria precisa, sul davanti xxl: “Le misure non mi spaventano. Mi spavento se le tette non sono naturali ma siliconate. E comunque io sono per il lato B. Nel gioco della torre, dovendo scegliere, butto giù le tette: c’è un retaggio di allattamento, sesso riproduttivo, contro il sesso ricreativo, solo per divertimento, del lato B. Alla psicoanalisi non credo, insegna solo a mentire sinceramente, insegna a dire che si ha voglia di mamma se si vogliono seni grandi. Certo sono guanciali morbidi, ma io consiglio le natiche che conciliano sogni d’oro e splendide erezioni”.
Punti prospettici diversi, come due sono le scuole di pensiero maschili: quelli che hanno come motto “sotto la quarta non è amore” e i cultori del seno contenuto in una coppa di champagne. Russ Meyer, il più famoso regista americano di B-movie, aveva due frasi per presentarsi: “Io giro film di tette” e “Se devo uscire con una piatta, sto a casa a giocare a carte”.
Elena Amendola, napoletana, 47 anni, segretaria, ha una vita in sesta da raccontare e un consiglio da dare: “Un seno così consente sia di inventare giochi erotici sia di dare molta dolcezza”. Sempre orgogliosa del suo petto, a un certo punto della sua esistenza da maggiorata felice si è iscritta a un corso di danza del ventre: “Mi sono concentrata sul bacino, il seno certo non lo posso muovere tanto, sembrerei subito volgare. Quando hai una sesta, il pericolo volgarità è continuo”.
Cintura nera di judo, Barbara Gufoni, 44 anni, grafica, ha scoperto il bello della sesta quando è dimagrita: “Prima mi vestivo in modo mascolino, pantaloni di velluto, camicioni. Ora sono più femminile: non le metto in evidenza, ci pensano loro”.
Al tango si è data invece Diletta De Vivo, anche lei partenopea, 38 anni, cancelliere in tribunale, danzatrice per passione. Da sette anni balla il milonero, un tango molto sensuale. I “respingenti naturali” non le vietano si stare appiccicata al partner, come vuole la regola. Ha sofferto da ragazzina, anche lei nascondeva le protuberanze sotto maglie larghe, a 18 anni ha pensato di farsi ridurre il seno poi ha desistito perché capì che era il suo punto di forza. “O forse perché un fidanzato, mai stato prima di allora con una maggiorata, mi confessò che non avrebbe mai più fatto a meno di quel bendidio. Una volta, in giro in barca con amici, provocai involontariamente un incidente: mi ero messa in topless distraendo il timoniere. E un’altra volta un ragazzo cadde in un fosso, perché aveva lo sguardo altrove, cioè lì. In Florida, mi hanno fermata chiedendo: “È vero?”. Sa, con questa moda della chirurgia plastica…”.
Solo in Italia ogni anno vengono importate e montate 30 mila protesi mammarie. Le taglie di seno più richieste sono la terza e la quarta, come informa Maurizio Valeriani, noto chirurgo plastico: “Io mi rifiuto di mettere protesi troppo grandi, è anche una cattiva presentazione professionale, perché si deve puntare all’armonia, fare un seno florido e naturale, quindi si può salire al massimo di due taglie”. Continua: “Sono frequenti i casi di donne sopra i 50 anni che si fanno ridurre il seno troppo grosso: provoca problemi alla schiena”. Senza contare la forza di gravità che gioca contro.
Cercò di dissuadere due pazienti in cerca di una sesta Carlo Gasperoni, altro nome famoso della chirurgia plastica: “Ma non ci fu nulla da fare, decise, irremovibili. Una disse: “Dotto’, il mio seno deve arrivare un quarto d’ora prima di me”. E l’altra sintetizzò i suoi desiderata con la frase: “Dottore, esageri!””. Il medico romano teme l’effetto Grande fratello, ovvero fanciulle con la foto di Cristina Del Basso in mano a chiedere di diventare come lei: “è capitata la stessa cosa in Brasile, dove il successo di un’odalisca tv, corredata di quinta, ha fatto esplodere il mercato”.
Una ricerca inglese ha preso di petto il problema della taglia ideale, forse per dirimere una volta per tutte la questione. Risultato: il seno piccolo è sintomo di intelligenza. Di più: le donne con poche tette hanno la carriera spianata. Sarà per questo che Alessia Marcuzzi, conduttrice del reality bollente del momento, ha deciso di passare da una gloriosa quinta a una inflazionata terza. E forse, in una delle prossime puntate del Grande fratello, dispenserà un consiglio a Cristina Del Basso, la falsa sesta nazionale.
Educazione dei figli: partecipa al FORUM
“Siamo preoccupati, nostra figlia di 3 anni vede troppa tv”. “Come mai? Non riuscite a impedirglielo?”. “Se cerchiamo di limitarla, piange. E poi è lei che tiene il telecomando”.
Genitori di media-alta cultura, trentenni, “persone sensate” le definisce Susanna Mantovani, pedagogista, psicologa e docente all’Università Bicocca di Milano, eppure sotto schiaffo di una bimba di 3 anni che si è impossessata del moderno scettro hi-tech e decide come, cosa e quanto guardare in tv. Genitori-sudditi, bambini sovrani: ecco cosa abbiamo costruito in questi anni e cosa ci tocca smontare oggi.
Perché l’era del monarca mignon anche da noi è entrata in crisi, dopo essere stata messa in discussione nei paesi nordici, in Gran Bretagna, Spagna, America e soprattutto in Francia, da dove è partito circa 40 anni fa, per uno di quei cortocircuiti socio-psicoanalitici, l’editto del re bambino con Françoise Dolto: insegnando a considerare il bambino una persona (con i relativi corollari: dirgli sempre la verità, ascoltarlo, rispettare i desideri, parlargli come a un adulto e perdonare i capricci sintomo solo di un disagio…), la psicoanalista di fama mondiale ha di fatto aperto la diga dei sì incondizionati, dell’annullamento dei grandi al servizio dei piccoli, dei genitori schiavizzati.
Una deriva non voluta e ben raccontata da Jirina Prekop in Il piccolo tiranno (Edizioni Red!, 8,50 euro): “Durante il mio lavoro, mi capita sempre più spesso di incontrare genitori profondamente angosciati dal bambino ‘diventato ormai un incubo’: genitori che si sentono schiavizzati e non rispettati”.
Sono molti gli italiani fra i 30 e i 40 anni (in particolare) allo sbando educativo, schiacciati da punti interrogativi, desiderosi di capire dove sbagliano e perché si trovino in certe situazioni. Eppure, per la prima volta da decenni il trono del monarca mignon traballa anche da noi, conferma Mauro Pecchenino, direttore dell’Osservatorio sulla famiglia e la persona, che ha appena ultimato una ricerca i cui esiti ha anticipato a Panorama: “950 interviste da cui si evince che il 21 per cento degli interpellati vuole riappropriarsi del ruolo di genitore, anche se lamenta la difficoltà a dire no ai figli nell’84,5 per cento dei casi. La novità è questa consapevolezza di non farsi più tiranneggiare. Il figlio rimane però il centro dell’interesse e dell’attenzione, tanto che il 56 per cento vuole esaudirne i desideri”.
Dario Cella, psicologo e mediatore familiare, opera alla Gea, l’associazione Genitori ancora, fondata nel 1987. Ogni anno da lì passano circa 150 coppie separate o sul punto di farlo, gli operatori cercano di prevenire i danni provocati dalla rottura. Una postazione privilegiata per vedere che cosa succede fra le mura domestiche, su quale testa sia poggiata la corona. E se è su quella del bambino gli effetti sono, talvolta, patologici. Racconta alcuni casi seguiti: “Bambino di 7 anni, madre insegnante di yoga, padre impiegato in negozio. Il figlio, dotato di normale intelligenza, a scuola fa solo ciò di cui ha voglia, che gli piace. E a casa dice di non riuscire a concentrarsi, quindi niente compiti. I genitori lo lodano quando fa il suo dovere. Spiego loro: “È come se voi foste premiati se passate col verde anziché col rosso”. Intanto il bambino va avanti con le lezioni, ma scrive solo in stampatello. Perché lui è abituato a fare ciò che gli aggrada: decide anche con quale genitore stare, un peso enorme per un bambino che deve “tradire” uno dei due. Un conflitto con se stesso”.

E poi ricorda il caso della ragazza che alla maturità entra in catalessi davanti al foglio bianco del tema, rimane immobile con la penna piantata: “L‘hanno dovuta portare via in ambulanza. Figlia di un ex colonnello dell’Aeronautica e di una casalinga, il primo le ripeteva che doveva studiare, la madre invece puntava a farla sposare bene, la laurea era inutile… E la ragazza quel giorno si è paralizzata perché doveva aderire alla visione dell’uno o dell’altra”.
Decide al posto dei genitori: è il primo tratto per riconoscere il bambino sovrano. Secondo: esprime desideri che verranno presto esauditi, spesso anticipati, tanto che in tempi di contrazione generale il comparto dell’abbigliamento dei piccoli cresce (i dati qui) e i consumatori under 18 sono la delizia dei produttori di telefonini, iPod, videogiochi. Terzo: è al centro dell’attenzione di nonni, amici, zie, oltre a mamma e papà, in una gara silente a chi si mette meglio al suo servizio e gode della sua preferenza. Quarto: è stato “adultizzato”, ci si rivolge a lui come a un uomo o a una donna, si anela a un suo parere, a un assenso, a una spiegazione. Quinto: è capace di gestire estenuanti trattative e la vittoria è quasi sempre sua.
Sesto tratto per riconoscere il piccolo re: il bambino sta male. E lo dice in molti modi, dall’aggressività all’ansia, all’ipercineticità ai disturbi del sonno. È lui il primo a voler scendere dal trono.
Spiega Jirina Prekop: “Bambini infelici perché sono dipendenti dal tiranneggiare. Negli ultimi dieci anni si è notata un’impressionante crescita di disturbi della personalità infantile. Disturbi di carattere distruttivo e aggressivo accompagnati da freddezza dei sentimenti, da egoismo e da mancanza di rispetto degli altri”. E racconta di Alexander, preso da shock quando la maestra lo rimanda al posto dopo un’interrogazione negativa: viziato e mai messo in discussione in famiglia, il ragazzino sviluppa una fobia da scuola appena ne si contesta il primato.
Generalizzare è sbagliato, ogni storia familiare è unica e oltre ai genitori ci sono scuola e amici: il bambino non è solo il prodotto matematico di ciò che riceve fra le mura domestiche, ma è lì che si plasma la sua personalità. “Quello delle regole è un tema che ossessiona i genitori nell’ultimo periodo e la riprova è il proliferare di libri, mediamente bruttini, quasi sempre ricettari” dice con lucidità Susanna Mantovani. Se succede questo, fa’ così: due giorni senza tv, dieci minuti di silenzio, divieto di uscire, un po’ di coccole in più. Un Cucchiaio d’argento del mestiere di genitore con dosi e “tempi di cottura”: una brillante mamma manager, sposata a un dentista, ammette che, quando deve castigare il bambino di 4 anni, lo mette in camera al buio per tre minuti; così le ha detto la pediatra, allungandole arbitrariamente insieme alla ricetta per la Tachipirina anche quella educativa (non è né pedagogista né psicologa).
Sul web si affollano siti con consigli per genitori disorientati e blog di disperati. Riprende la psicologa e pedagogista milanese: “È l’imprevedibilità che rende il bambino padrone. Se i genitori sono incerti, lui se ne approfitta e comanda. Il mondo è alla ricerca di nuove regole, in economia, in politica. Non sono sorpresa che il primo nucleo sociale, cioè la famiglia, faccia lo stesso. Siamo passati dalla cosiddetta pedagogia nera, con regole molto rigide, punizioni e poca affettività soprattutto da parte del padre, all’eccesso opposto. Ora si cerca un riequilibrio, ma ci vuole tempo, molto tempo, bisogna aiutare i genitori a fare i grandi”.
In certe famiglie i ruoli sono invertiti. Emblematico un caso passato dal Gea di Milano: i genitori litigano, il padre si mette a piangere e la bambina di 5 anni va in bagno, prende la valigetta del pronto soccorso e si dichiara pronta a seguire l’uomo. “Evidentemente il padre era solito mostrare la sua debolezza e la bimba gli fa da infermiera. È lei che cura e protegge” commenta Dario Cella.
Tilde Giani Gallino, professore ordinario di psicologia dello sviluppo all’Università di Torino, da anni conduce la stessa ricerca sulla famiglia italiana scoprendo che “a distanza di 25 anni il ruolo più cambiato è quello delle ragazze insieme a quello del padre, che ha scoperto l’affettività. Ma per rimettere a posto la famiglia si dovrà aspettare che i figli ora adolescenti diventino loro genitori: vorranno rivedere la formula, consci di essere segnati dall’educazione impartita loro, permissiva e con i ruoli confusi. Così come negli anni Settanta i figli di genitori eccessivamente autoritari hanno ribaltato tutto”.
Cella ricorda un altro caso, quello di un bambino di 8 anni con genitori divisi: la madre libero professionista, il padre che faceva il “mammo” tanto che i genitori venivano chiamati indifferentemente mamma o papà. E commenta: “Quello che viene un po’ a mancare è il dio-padre, è Mosè che dice “Queste sono le leggi”. Se invece metto te bambino nella condizione di scegliere cose più grandi di te, se ti faccio diventare il sovrano assoluto, succede che salti in aria, diventi aggressivo con i coetanei, stai male. Tutti noi abbiamo bisogno di recinti, è un po’ come svegliarsi nel buio totale: vado avanti a tentoni, non so dove sia la parete che mi contiene. Se non trovo niente, mi viene l’angoscia. Da subito si ottiene l’autorevolezza, spesso i bambini piccoli sfidano, col pianto, o andando dove non devono. Un genitore deve sapere se la richiesta è legittima. I divieti servono. C’è una frustrazione sana che è quella dei no, il famoso recinto. Io figlio devo sapere fino a dove posso arrivare perché me l’hai detto, perché c’è un codice condiviso in famiglia”.
A differenza di altri paesi, in Italia i bambini rimangono quasi tutti in casa fino ai 3 anni, come mostra lo studio dell’Unicef: colpa della penuria di asili e “merito” dei nonni, pronti a curare il nipote. Pecchenino: “Pesano sempre di più nella gestione del bambino: altra fonte di confusione”.

Fioccano i condoni educativi, i messaggi contraddittori. In autobus la nonna è in piedi con la cartella, il bambino seduto. I piccoli sono quasi tutti cellulare-muniti, controllati e controllori.
“Genitori sempre meno presenti. E meno fanno i genitori, meno sono competenti sul come farlo. E per di più pieni di sensi di colpa” è il parere di Claudio Rozzoni, direttore del Centro per il bambino e la famiglia di Bergamo. In tre anni sono passati 1.300 casi, alcuni problematici (molestie e simili), altri di ordinaria follia coniugale. Sì, perché spesso il bambino viene usato, strattonato di qua e di là, e nell’assenza di recinti il sovrano si fa assoluto e il bambino sofferente.
Spiega Rozzoni: “La vera aggravante dei nostri tempi è l’aumento del conflitto coniugale”. Non solo, bisogna fare anche i conti con la cultura imperante che martella gli adulti a realizzarsi, coccolarsi, darsi piacere. Una sorta di egoismo, come lo definisce Silvana Quadrino, psicoterapeuta della famiglia: “C’è da parte dei giovani adulti di oggi un’attenzione a se stessi talmente forte da rischiare di mettere in secondo piano la necessaria cura al bambino, che spesso viene coinvolto, adultizzato con dialoghi di questo tenore: “Sai, la mamma si è innamorata di un altro uomo. Stasera esce con lui. Gli vuole bene. Capisci?”. Oppure viene tenuto in mezzo agli amici dei genitori, portato come un pacco appresso. Il figlio è anche una scocciatura, un peso, un limite. I viziati sono spesso questi trentenni cresciuti nella bambagia, con scarsa capacità di sopportazione, che si separano dopo sei mesi perché magari a lui non piace andare in discoteca”.
Fra il bambino di 3 anni col telecomando in mano e quello da “organizzare”, o da sistemare versione bagaglio a mano, c’è il mare magnum dei dubbi, dei sensi di colpa, dei suggerimenti dati a casaccio, via internet o dal pediatra che si mette sul piedistallo dello psicoterapeuta. Stéphane Clerget, psichiatra infantile, consiglia in La madre perfetta sei tu (in uscita a febbraio dalla Mondadori) di recuperare l’istinto e di non colpevolizzarsi. Un altro francese, Aldo Naouri, pediatra conosciuto nel mondo, sta portando avanti la sua personale battaglia per frenare la deriva del bambino tiranno. Dice. “È chiaro che qui non si sostiene di non dialogare o di dare ordini in stile dittatoriale senza fornire una spiegazione. Ma il termine ascoltare mi fa un po’ paura, i genitori non sono degli ascoltatori. A loro si chiede di essere dei genitori”.
Anche il sedicenne milanese figlio di padre informatico e madre professionista (un caso affrontato al Gea) avrebbe voluto avere i sì e i no, non essere lui a emanare editti sovrani. Invece la sua storia, e il malessere che si porta dietro, la dice lunga. I genitori si separano, la madre va a vivere in un’altra città con i due figli. Ha un nuovo compagno, si risposa. Ma quando il ragazzo entra nell’adolescenza il conflitto con la madre diventa più duro, fino a quando lui non chiede di andare a vivere col padre. Subito accontentato. Non bastasse, visto che il ragazzo non gradisce la convivente e la di lei figlia, obbliga il genitore a trovare un’altra casa per loro due. Passa le notti al computer, a scuola è un disastro, il mondo ubbidisce ai suoi voleri, lo ha sempre fatto. Allora perché cambiare? Pochi amici, scarsi rapporti. Un ragazzo infelice, per non dire disturbato.
Ancora Silvana Quadrino: “Il fatto che i genitori siano disorientati è eterno. Solo che, negli ultimi 50 anni, si sono confrontati con un presunto sapere psicologico. Presunto. Ma ha fatto credere loro di sapere cosa fare con i figli. Da qui i molti problemi di oggi”.


Che la coppia Agnès Jaoui- Jean Pierre Bacri avesse il dono dell’ironia spietata e intelligente, suscitando risate tonde e cariche di elettricità (per i pensieri profondi che ci sono dentro), lo si era già capito nel 2000 quando uscì Il gusto degli altri, che non a caso corse per l’Oscar. I due sono soliti condividere tutto, la vita in primis, il mestiere d’attore e pure quello di sceneggiatore mentre è solo lei a stare dietro la cinepresa, una delle poche registe donne, e fa vanto alla categoria. Hanno adottato due bambini di colore che portano sempre con sé: erano in sala ad ascoltare i quasi dieci minuti di applausi che hanno accompagnato la premiere del loro nuovo film Parlez-moi de la pluie, fuori concorso al Festival internazionale del film di Roma (22-31 ottobre). Un piccolo gioiello. Non perfetto, forse più fragile di Il gusto degli altri ma lo stesso denso, capace di far ridere e pensare, ben recitato e soprattutto ben scritto. I dialoghi infatti sono strepitosi, per ritmo e possanza. La storia è di per sé già vista (il ritorno a casa e ciò che ricordi e sospesi familiari muovono) ma qui l’impatto di Agathe, donna di successo impegnata in politica, con la sua casa natia è solo il pretesto narrativo per indagare la differenza tra la percezione di sé che ogni personaggio ha, e il punto di vista di chi sta intorno. Un cambio di prospettiva che ruota su alcuni cardini narrativi: il rapporto fra le due sorelle, le ambizioni di un operatore e di un giornalista che vogliono realizzare una serie di docu-film sulle donne di successo, cominciando proprio da Agathe, la femminista che molti ammirano.
E l’ unicità della coppia Jaoui-Bacri sta proprio nel farci divertire mentre ci butta sul tavolo, con finta noncuranza, carte pesanti: razzismo, la corsa al potere, l’amore barattato per la carriera, il peso dell’infanzia sulla nostra vita adulta. Fra tanti fumettoni hollywoodiani o filmetti nostrani, Parlez-moi de la pluie brilla per intelligenza. E ci regala una coppia indimenticabile, stile Troisi-Benigni, nei due sgangherati e improbabili autori del docufilm su Agathe, lo stesso Bacri e Jamel Debbouze.
Il video
Parlez - Moi de la Pluie
I nostri flash dal Festival Internazionale del Film di Roma 2008
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È la prima volta che accetta di partecipare a un festival in Italia. E lo ha fatto per Roma, ospite eccellente, perché David Cronenberg è il maestro indiscusso del cinema horror, suo il capolavoro La mosca.
“È da 50 anni che penso che dovrei essere un scrittore e non un regista. Mi stupisco ogni volta he firmo un film”. Figlio di un romanziere, Cronenberg si è deciso a saltare il fosso e ha scritto un horror che uscirà da Bompiani: “Ma non assomiglia a Stephen King. Il contratto prevede l’uscita in vari Paesi. Questo sì che mi terrorizza”.
Ospite dalla sezione L’altro cinema Extra al Festival di Roma in corso in questi giorni, Cronenberg fa il punto della sua cifra stilistica: “Far paura e dirigere l’attore considerandolo un corpo. Il corpo è lo strumento col quale si parla. Quando giro un film, giro un corpo”. Polemico con gli americani: “Invece di conservare i loro vecchi film, li distruggono. Non c’è un archivio che li contenga. Per fortuna, si sono messi i francesi a fare opera di recupero”.
Sempre geniale, spiazzante, Cronenberg regala un altro volto di sé, di pittore: a Palazzo delle Esposizioni, in anteprima mondiale, c’è lo mostra Chromosomes, 50 immagini tratte dai suoi film e rielaborate dallo stesso regista, prima in digitale, poi trasferite su tela. Una visione mozzafiato. Come La mosca.
ROMA - Ormai sembra brutto parlar male del cinema italiana: c’è nell’aria come un’enfasi intorno alla nostra cinematografia, quasi da tempi di autarchia creativa. Ma L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi fa mettere da parte il buonismo, peggio, stimola la voglia stizzosa di incattivirsi e di domandarsi: “c’era proprio bisogno di un altro film inutile?”. Inutile perché non dice nulla che già sapessimo (sull’amore), non dà un brivido registico, non fa immagine al fantomatico Nuovo Cinema Italia. Scelto per inaugurare la terza edizione del Festival Internazionale del film di Roma (22 -31 ottobre) L’uomo che ama ha avuto un suo perché proprio nella cornice capitolina garantendo un red carpet non da strapaese grazie a Monica Bellucci, amata dagli americani e non solo, a Ksenia Rappoport (la protagoista di La sconosciuta di Giuseppe Tornatore), a Marisa Paredes di almodovariana memoria; e in più Pierfrancesco Favino, Michele Alhaique, Piera Degli esposti, Arnaldo Ninchi.
Lo scrittore Ivan Cotroneo firma la sceneggiatura insieme alla regista. Insieme hanno l’ambizione di dirci qualcosa sull’amore, su cosa provoca quando entra nella vita di una persona e la sconquassa, sulla paure nostre nel gettarsi in una nuova storia fino ad arrivare al “senso della vita” riassunto in una lettera strappalacrime che Carlo, fratello del protagonista, scrive a se stesso non sapendo se avrà modo di leggerla, se cioé si sveglierà dalla delicata operazione cardiaca che lo attende.
Insomma, una infilata di pensieri da Madame Lapalisse visto che è Maria Sole Tognazzi a firmare la regia, e pure la sceneggiatura. Bravo Favino, questo lo si sa, e qui è anche sexy, inquadrato da varie angolazioni, compreso il fatidico lato B, che gli fa onore. Una sorpresa è Michele Alhaique, nome difficile ma da ricordare.
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(Noomi Rapace e Michael Nyqvis, attori del film “Uomini che odiano le donne”, tratto dal best seller di Stieg Larsson)
STOCCOLMA - Hanno fatto il provino a centinaia di attrici: “era così difficile trovare chi desse volto a Lizbeth” ammette il produttore Soren Stærmose. E poi hanno deciso: Noomi Rapace, minuta, occhi neri, faccia capace di cattiveria proprio come Stieg Larsson l’ha pensata. E la giovane svedese buca lo schermo, come si dice in gergo. Già, perché noi abbiamo visto tre scene del film tratto da Millenium il fenomeno editoriale dell’anno, tradotto in 35 lingue, ai primi posti di quasi tutte le classifiche dei best seller. Il film è la trasposizione del primo tomo, Uomini che odiano le donne e dunque le scene si dipanano fra una Stoccolma - che non ha bisogno di maquillage per essere bellissima - e l’isola di proprietà della famiglia Vanger, al Nord.
Partiamo dal fondo: la scena finale con Mikael Blomkvist (l’attore Michael Nyqvist) che apre la porta dello studio di Henrik Vanger e fa entrare Harriet, l’amata nipote scomparsa da molti anni e data per morta. Risultato: occhi lucidi fra i pochi presenti in sala (solo gli editori stranieri di Larsson) con l’anziano Henrik che scoppia in un pianto.
Ma la scena più aderente alla pagina scritta, sia per il dialogo sia per l’atmosfera è il primo incontro fra Lizbeth e il viscido avvocato Bjurman (quello al quale Lizbeth, per vendicarsi della violenza sessuale subita, tatua sulla pancia: “Io sono un sadico porco, un verme e uno stupratore”). Girata in presa diretta, Bjurman, alzando ad intermittenza lo sguardo dalle carte, parte con una raffica di domande sui gusti sessuali della ragazza: bravissima Noomi Rapace, che risponde a monosillabi dopo lunghi silenzi, che dicono molto dell’odio che si sta sviluppando in lei. Mentre comunica stupore, curiosità e diffidenza il suo volto quando, alla porta di casa si presenta Mikael Blomkvist: è il loro primo incontro, Lizbeth si alza dal letto dove, nuda, c’è l’amica-amante Miriam Wu. Il giornalista entra in cucina, il disordine è ovunque, Lizbeth lo squadra, lui si mette a preparare il caffè… Proprio come nel libro.
Il film è il primo di tre: il secondo è già in lavorazione, per l’ultimo il ciak è previsto a novembre. Uomini che odiano le donne è già stato comprato da un distributore italiano (la Bim), punta al Festival di Cannes. Intanto, gli americani hanno già opzionato i diritti per fare la loro versione del primo giallo, con attori da locandina. Anche gli inglesi mirano a firmare un loro Uomini che odiano le donne, ma si parla di un progetto a lunga distanza, fra quattro o cinque anni.
Mai si era vista prima d’ora una febbre cinematografica per un libro. Persino Codice da Vinci ed Harry Potter non hanno creato una simile corsa ai diritti.
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