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Bacardi bags for Africa

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  • Tags: africa, Bacardi, Blomor, Ethic bags, Mattia Mor
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Serata di gala per la presentazione della collezione Bacardi by Blomor (Credits: ufficio stampa)

Serata di gala per la presentazione della collezione Bacardi by Blomor (Credits: ufficio stampa)

Di Zornitza Kratchmarova

Ottocento borse a tracolla costruite a regola d’arte con una materia prima unica: le maxi affissioni in pvc della campagna pubblicitaria 2011 di Bacardi. Continua

  • redazione
  • Mercoledì 14 Dicembre 2011

In Sudafrica volano i rinoceronti per scampare ai bracconieri

OkNotizie

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  • Tags: africa, rinoceronti, Sudafrica, World Wildlife
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Il rinoceronte nero sedato e imbracato per essere trasportato con un elicottero (Credits: Ansa)

Il rinoceronte nero sedato e imbracato per essere trasportato con un elicottero (Credits: Ansa)

Un rinoceronte volante sui cieli della savana. E’ quanto è andato in scena in Sudafrica, a 15 miglia da Limpopo dove un esemplare maschio di rinoceronte nero è stato sedato, imbracato con potenti funi e poi trasportato in volo da un elicottero: un’operazione complicata per tenerlo lontano da una zona di caccia di frodo nelle colline del Capo Orientale dove si era spinto. L’iniziativa è stata organizzata dal World Wildlife Fund che ha voluto salvare così un’intera mandria di rinoceronti minacciati in tutta l’Africa a causa dei bracconieri che li cacciano nei parchi e nelle riserve private per le loro corna. Continua

  • t.taddei
  • Martedì 8 Novembre 2011

Rebranding Africa - Il nuovo volto dell’Africa

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  • Tags: africa, Bono, Obama
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Bono vuole cambiare musica

di Bono

QUANDO: Imminente. Anzi, proprio in quest’istante.

Presto l’Air Force One atterrerà ad Accra, Ghana. Gli africani daranno il benvenuto al primo presidente afro-americano degli Stati Uniti. E sul continente, la copertura mediatica sta attribuendo lo stesso peso a entrambi i lati del trattino.
E noi, bè, quando il presidente Kennedy venne in Irlanda nel 1963, pensavamo che fosse fantastico. (E fu fantastico, anche se io ero molto piccolo. Da dove vengo io, JFK viene ancora ricordato come un ragazzo del posto che ha fatto molta, molta strada).

Ma oggi l’”Africa-nità” del presidente Obama è soltanto una parte (una parte intrigante, diciamolo) della storia. Le notizie che circolano via cavo possono anche far pensare che il grande protagonista dell’evento sia proprio lui - ma qualcosa mi suggerisce che non sarà così. Se avesse intrapreso un viaggio per motivi sentimentali, sarebbe andato in Kenya, per ritrovare alcuni di quei “sogni di suo padre”.

Obama ha fatto una scelta diversa, ed è stato piuttosto chiaro sulle ragioni che l’hanno spinto a compierla. Nonostante la sua indescrivibile bellezza, infatti, e le sue recenti vittorie sugli Anopheles, gli insetti portatori della malaria, il Kenya continua ad essere un paese tormentato da una corruzione dilagante e da disordini politici: due elementi che confermano troppi di quei titoli che leggiamo di solito sui giornali occidentali quando si parla di Africa. Il Ghana, al contrario, quei titoli li mette in discussione. Senza alcun atteggiamento di sfida o rancore, ma in puro stile ghaneano: cool ed estemporaneo. Stiamo parlando di un paese in cui la musica più ascoltata è il jazz; che molto tempo fa ha inventato un nuovo genere musicale chiamato “highlife”, che si è poi diffuso in tutta l’Africa - diventato, di recente, “hip life”, che è un po’ quello che salta fuori quando l’hip hop incontra il reggaeton che incontra il rhythm’n'blues che incontra le melodie ghaneane, se vi siete aggiornati (e dovreste, credetemi). Durante una mia visita in Ghana, ho incontrato il ministro del Turismo e ho tentato di vendergli l’idea di rilanciare il paese come “luogo di nascita del cool”. (Pensate soltanto alla musica di Miles, o alla conversazione di Kofi.) Lui ha sollevato qualche obiezione… un po’ troppo cool, mi sa.

In silenzio, con umiltà - ma anche con eroismo - il Ghana lavora giorno dopo giorno per riscattare l’immagine di un continente marchiato a fuoco. Il nuovo volto dell’America incontra il nuovo volto dell’Africa.

La Repubblica del Ghana è ben governata. Dopo le ultime elezioni, il potere è passato di mano in maniera pacifica. La società civile, d’altro canto, sta conquistando un peso sempre maggiore. La crescita economica procedeva ad andatura sostenuta perfino prima che al largo delle coste venisse trovato il petrolio, qualche anno fa. E sebbene all’inizio sia stato sbatacchiato dai marosi del tracollo finanziario mondiale, il Ghana si sta dimostrando in grado di domare la tempesta. Normalmente non mi azzardo a dare consigli finanziari - ai quartieri generali del Times scatta subito l’allarme - ma eccovene uno: comprate ghaneano.

Non è insomma una coincidenza che il Ghana si stia avviando a grandi passi verso il conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Ora come ora, è una delle poche nazioni africane che ha qualche chance di raggiungere il traguardo entro il 2015.

Nessuno è riuscito a trafugarmi una copia del discorso che il presidente terrà in Ghana. È abbastanza chiaro, tuttavia, che non si concentrerà unicamente sui problemi che affliggono il continente, ma anche sulle opportunità di un’Africa che sta risalendo la china. E se è quello che farà, gli incoraggiamenti più sentiti proverranno dai membri della classe media africana, sempre più numerosi e stufi di essere trattati con condiscendenza, o di sentir intonare il canto del loro maestoso continente in tonalità minore.

Una melodia che ho suonato anch’io. Ho parlato di tragedia, di emergenza. Un’emergenza che continua ad esserci, se circa 2000 bambini africani muoiono ogni giorno per il morso di un insetto: un’emorragia del capitale umano che non può essere accettata come “normale”.
Ma l’esempio del Ghana chiarisce una volta per tutte che in questa melodia l’accordo è uno soltanto. In mezzo a povertà e malattia ci sono possibilità di crescita e investimenti - crescita e investimenti che non elimineranno nel giro di una notte la necessità di assistenza, per quanto intensamente sia noi che gli africani possiamo desiderare una prospettiva del genere, ma che col tempo permetteranno di costruire strade, scuole, impianti elettrici, di dare una spinta al commercio, fino al giorno in cui gli aiuti cederanno il passo ad accordi commerciali, a trattative d’affari e a un reddito interno della nazione.

Obama può fare in modo che quel giorno sia più vicino. Sa che il cambiamento non sarà facile. La corruzione cinge d’assedio i riformatori africani. “Se combatti la corruzione, lei combatterà te” ha detto una volta un ex funzionario nigeriano che aveva intrapreso la sua battaglia per una società e una politica più etiche.

Dal suo pulpito di potente, il presidente può alzare la voce contro chi del potere fa un uso distorto. Se non c’è trasparenza, non ci sono neanche opportunità. E se questa non è una massima, dovrebbe diventarlo. È una cosa ovvia, a dirla tutta. Il lavoro della Millennium Challenge Corporation, istituita dal governo americano, si fonda proprio su questo principio, sebbene non lo esprima in maniera tanto cruda. I sussidi in dollari americani sono destinati in maniera crescente a paesi che li utilizzeranno senza sperperarli. Il Ghana è uno di questi. E gli altri sono in costante aumento.

Per tutto ciò bisogna ringraziare africani come John Githongo, l’ex direttore della commissione anti-corruzione del Kenya - uno dei miei eroi, che ha aperto la strada a un nuovo genere di trasparenza, dal basso verso l’alto. Sforzi come i suoi, che stanno prendendo sempre più piede nel continente, meritano un supporto maggiore. Di tipo presidenziale. Poi c’è il pugno morale e finanziario della Nigeria - Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministro delle Finanze del paese e ora co-direttrice della Banca Mondiale - in prima linea per aiutare le nazioni africane a recuperare i beni saccheggiati da funzionari corrotti. E infine la Extractive Industries Transparency Initiative (Iniziativa per la trasparenza nelle industrie estrattive), che sta supportando paesi come il Ghana nel “ripulire” le attività economiche che gravitano attorno a petrolio, minerali e gas, per garantire che i profitti non finiscano nelle mani di cleptocrati.

L’attenzione di un presidente potrebbe essere un asso nella manica per battaglie come queste - un’iniezione di amminoacidi politici ed etici che, in ogni caso, darebbe una spinta anche ai sussidi in dollari. Dovrebbe essere una buona notizia per gli otto premier riuniti in Italia, a cui Obama manda un “arrivederci” - con accento hawai-chicagoano - mentre decolla per l’Africa.

E a quanto sembra, uno dei risultati del summit di questa settimana sarà un nuovo impegno da parte del G8 nel campo delle politiche agricole. (Per ora, nuovi soldi: America. Vecchi soldi: tutti gli altri.) Questa è la buona notizia che Obama porterà al Ghana dall’Europa. La notizia un po’ meno buona - che paesi come la Francia e l’Italia non adempiranno ai loro obblighi nei confronti dell’Africa - rende la visita di Obama ancor più necessaria. Gli Stati Uniti d’America sono una di quelle nazioni decise a mantenere gli impegni presi, e Obama ha già dichiarato che ha intenzione di ampliare la straordinaria eredità lasciata da Bush.

Il presidente conta di fare ritorno in Africa per la Coppa del Mondo, nel 2010. In questo lasso di tempo ha la possibilità di convincere altre persone a investire - dal basso verso l’alto - sui recenti successi dell’Africa e a trarre un insegnamento dai suoi fallimenti. Di entrambi non mancano esempi. Nel nostro angoscioso rapporto con questo dinamico continente siamo stati testimoni del bene, del male e dell’orrido.
Il presidente può facilitare la strada a ciò che è nuovo, fresco, diverso. Molti degli accordi - alcuni di vecchia data e altri di trascuratezza cronica - scadranno nel 2010. Nuove promesse, da partner soliti e meno soliti, dal G8 al G20, devono essere stipulate - e stavolta mantenute. Se è vero che molte nazioni africane (non solo il Ghana) stanno per raggiungere gli Obiettivi del Millennio, avranno bisogno di avere al loro fianco partner in gamba, negli affari e nello sviluppo. “In gamba” nel senso di: sostenibile, ragionevole, trasparente, responsabile.

L’Africa non è soltanto la terra di Barack Obama. È anche la nostra. La culla dell’umanità. Ovunque ci abbiano condotto i nostri viaggi, è lì che sono iniziati, tutti quanti. La parola che usa Desmond Tutu è ubuntu: “Io sono perché noi siamo”. Finché non l’accetteremo, come dice lui - e non impareremo ad apprezzarlo - non saremo mai veramente completi.
Non sarà forse che, in questo senso, tutti gli americani sono afro-americani?

Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 9 luglio. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

  • redazione
  • Mercoledì 29 Luglio 2009

Sira Vision: l’Africa va in passerella e ispira gli stilisti di casa nostra

OkNotizie

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  • Tags: africa, Collé-Sow-Ardo, fashion, Iman, Kinee-Diouf, moda, Naomi-Campbell, Roberto-Cavalli, Sira-Vision, Xuly-Bet, Yves-Saint-Laurent
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il suo portfolio sul sito www.liyakebede.com

Si chiama Sira Vision, è il Salone della moda africana e la sua quarta edizione si terrà dal 27 al 30 marzo, a Dakar. Per gli addetti ai lavori, sarà un’occasione per scoprire i nuovi talenti emergenti (modelle e stilisti), e per per riscoprire personaggi come Collé Sow Ardo (soprannominata la Chanel africana e promotrice dell’evento) o Xuly Bet (3 suisses, Naf Naf, Puma) e, ovviamente, l’esercito di già affernmate modelle afro, come Liya Kebede (nella foto), Oluchi e Kinee Diouf. Per i non addetti ai lavori, invece, potrebbe essere un’occasione per accorgersi della grande importanza che la moda africana ha avuto nell’ispirare gli stilisti di casa nostra.

“Contrariamente all’influenza che ha saputo esercitare sulla musica, l’Africa ha fatto fatica ad imporsi nell’universo della moda. Ma negli ultimi anni, il continente è riuscito a sfondare, anche grazie al talento dei suoi designer”: per Suzy Menkes, l’esperta di moda più autorevole negli Stati Uniti e firma prestigiosa dell’International Herald Tribune, l’apporto del continente africano alla Haute couture non si può limitare al colore della pelle di Naomi Campbell o ai lineamenti somali di Iman, tantomeno all’esposizione di simboli “primitivi” da presentare qua e là nelle più importanti sfilate internazionali.

In un dossier interamente dedicato alla moda africana, Victoria Rovine, storica dell’arte e di studi africani presso l’Università di Florida, ricorda sulle colonne del Courrier International che “l’influenza dell’Africa sugli stilisti occidentali è andata in crescendo per tutto il XX secolo, fino alla consacrazione definitiva in questo inizio di XXI secolo”. Le prime scoperte risalgono agli anni Venti e Trenta del Novecento: seguendo il passo di Picasso e la sua passione per l’arte primitiva, gli stilisti francesi Rodier, Agnès e Paul Poiret sfruttano l’era coloniale per adornare i loro vestiti di tessuti e gioielli sudanesi o marocchini.

La svolta avviene nel 1967 con l’indimenticabile collezione di pezzi africani targati Yves Saint-Laurent. Seguiranno le sfilate di Christian Dior (“ispirate all’arte negra”) e di Todd Oldham per poi approdare alle esperienze di John Galliano e al suo abito da sera Kitu arricchito da un busto perlato (tipico dell’etnia sudanese Dinka) e dalle parure sofisticate dei Masai (Kenya). Di fronte a tanta ricchezza, gli stilisti italiani non risparmiano i loro sforzi: Armani, Dolce & Gabbana e Miuccia Prada (che mescola piume di uccelli esotici e stile rasta) si avventano nella fusione moderna delle culture.

L’incontro stilistico dei due mondi offre i suoi risultati migliori con la mostra promossa nel 2005 da Roberto Cavalli all’istituto di moda del Metropolitan Museum a New York e con la collezione alta moda femminile presentata nel 2004 da Jean-Paul Gautier. “L’influenza africana è stata ulteriormente confermata con le collezioni presentate a New York e a Parigi per la stagione primavera-estate 2008” sostiene Victoria Rovine. “Oscar de la Renta e Comme des garçons hanno utilizzato dei tessuti africani, mentre Christian Lacroix si è concentrato sulle perle. Visto il numero crescente di stilisti africani in grado di accedere al mercato mondiale della moda” conclude la studiosa americana, “si può pensare che l’influenza del continente evolverà sotto nuove forme stilistiche e in nuovi luoghi”.

 


Sfilata Naf-Naf Xuly Bet


La modella
Kinee Diouf


La top model
Iman

 

 

  • joshua.massarenti
  • Mercoledì 26 Marzo 2008

Nuovo spot della Svizzera: immigrati, restate a casa vostra

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  • Tags: africa, Christoph-Blocher, Eduard-Gnesa, immigrazione, Le-Temps, spot-per-immigrati, svizzera
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http://www.news.admin.ch/index.html?lang=it
L’immigrato dorme per strada, vive di elemosina ed è braccato dalla polizia. Nonostante ciò nella telefonata al padre rimasto in patria racconta che va tutto bene. È questo, secondo il governo svizzero, il destino degli africani che decidono di cercare fortuna nella Confederazione Elvetica. E la trama di uno spot girato per convincere gli stranieri a restare a casa.

Non senza qualche polemica il filmato è stato mandato in onda sulle tv nigeriane il 20 novembre scorso, durante l’amichevole di calcio Svizzera-Nigeria (finita 0-1, per la cronaca). Uno spot simile è stato usato anche in Camerun e presto arriverà quello da diffondere in Congo.

Il quotidiano di Ginevra Le Temps ha anche pubblicato il prezzo della campagna. Per il Camerun la Confederazione ha speso 150 mila dollari, mentre 5 mila sono arrivati dall’Unione Europea. Erano previsti anche dei manifesti con l’immagine di una barca che sta per affondare e il messaggio “Ogni anno le migrazioni clandestine fanno migliaia di morti”. Oltre che delle t-shirt con lo slogan “Sortir ne suffit pas à s’en sortir” (Andarsene non basta a cavarsela). Per la Nigeria invece la Svizzera ha speso 150 mila dollari e l’Ue 21 mila.

“Abbiamo la responsabilità di aprire gli occhi a queste persone, affinché si rendano conto della vita che potrebbe attenderle”, ha spiegato Eduard Gnesa, responsabile del Dipartimento dell’immigrazione e promotore dell’iniziativa. E il leader populista e ministro della giustizia Christoph Blocher ha aggiunto: “Dobbiamo dimostrare agli africani che non siamo un paradiso”. Intanto anche la Spagna ha finanziato una campagna contro l’immigrazione sulle piroghe verso le Canarie.

Lo spot svizzero trasmesso in Nigeria:

  • cristina bassi
  • Mercoledì 9 Gennaio 2008

Le pellicole africane sbarcano a Verona

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  • Tags: africa, cinema-africano, festival, Indigènes, Ousmane-Sembène, Verona
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Sorpresa, il cinema africano si esporta bene. Almeno in Italia, dove si contano ben due festival cinematografici interamente dedicati alla Settima arte targata made in Africa. La rassegna di Verona, in programma fino al 24 novembre propone per questa sua ventisettesima edizione otto film in concorso (tra cui Afrique Paradis, già vincitore di un premio all’ultimo Fespaco, il più importante festival panafricano del mondo), un omaggio all’immenso Ousmane Sembène, una sezione di cortometraggi, incontri e dibatti con registi, critici ed esperti di una delle cinematografie più affascinanti del panorama internazionale.

“Con questa edizione” sottolinea a Panorama.it Giusy Buemi, la direttrice artistica della manifestazione, “la rassegna veronese si trasforma in un vero e proprio festival con dimensione nazionale”. In realtà, si scopre che un festival panafricano in Italia esiste già, ed è quello di Milano. “Sì” ribattte Buemi, “ma in questi ultimi anni la rassegna milanese ha allargato il suo raggio d’azione promuovendo film asiatici e sudamericani”. In altre parole, “ci è sembrato doveroso tornare a proporre un festival interamente dedicato alle pellicole africane”, spiega Buemi.

Un festival, quello di Verona, che sa riservare non poche sorprese, come il boom di produzioni digitali e video fiction confezionate da Nollywood, la versione africana, anzi nigeriana, della più nota industria cinematografica dell’entertainment nel Sud del mondo, Bollywood. E siccome a Verona si vuole sognare in grande, ad aprire il festival sarà Indigènes, opera premiata a Cannes e candidata all’Oscar 2007 come miglior film straniero che svela un periodo poco noto della Seconda Guerra Mondiale, quella della partecipazione della fanteria nordafricana alla liberazione della Francia e dell’Italia dall’occupazione nazista.

  • joshua.massarenti
  • Venerdì 19 Ottobre 2007

Prove tecniche di scrittura: a Mantova va in scena WikiAfrica

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  • Tags: africa, camerun, douala, enciclopedia, Festival della letteratura di Mantova, iolanda-pensa, web 2.0, wikiafrica, Wikipedia
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http://www.flickr.com/photos/lennonisgod/113875791/
Quanta Africa c’è su internet? Poca, a giudicare dal più grande serbatoio di saperi a disposizione degli internauti: Wikipedia. Almeno questo sostiene l’associazione Lettera 27, che si occupa di alfabetizzazione e che ha deciso di investire tempo e risorse nel progetto WikiAfrica. Panorama.it ne ha parlato con la curatrice Iolanda Pensa, in questi giorni al Festival della Letteratura di Mantova per organizzare dei workshop specifici.

Quanto è presente il continente africano su internet?
Quando si cercano informazioni sull’Africa, ad esempio su Google, Wikipedia è uno dei primi siti in cui ci si imbatte. Per questo è importante che il continente vi sia rappresentato in modo adeguato. Ma c’è poca visibilità e poca ricchezza di informazioni. Spesso mancano informazioni di base, di storia e conoscenza generale del continente nella sua vastità e complessità. Rendere disponibili queste informazioni su Wikipedia vuol dire darle per conosciute. Così non bisogna ripartire da zero ogni volta.
Come si ottiene una maggiore visibilità?
Mettendo le basi una volta per tutte e poi aggiungendo contenuti originali, grazie al coinvolgimento di autori che danno apporti sperimentali. Incoraggiamo nuove ricerche, sostenendone la visibilità. Per esempio sosteniamo un progetto in corso a Douala, in Camerun, teso a raccogliere informazioni sulla città e inserirle su Wikipedia. Servono contenuti e conoscenze tecniche: noi lavoriamo per mettere insieme persone con le due competenze per arrivare ad avere entrambe nelle stesse persone.
Quali ostacoli avete incontrato?
I contenuti che vengono inseriti sull’enciclopedia devono poter citare una fonte: per l’Africa questo a volte è un problema. C’è sempre il pericolo che qualcuno inserisca informazioni non rilevanti. Servono amministratori che conoscano l’argomento abbastanza per poter distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è. L’Africa è ancora poco conosciuta e quindi alla fine vincono i premi Nobel e la gente già famosa.
Quanto incide il fatto che molta della cultura africana sia tramandata ancora solo oralmente?
Quello dell’Africa solo orale è discorso un po’ paradossale. Finisce per essere un messaggio che la relega a continente di serie B. È vero fino a un certo punto e poi non esiste solo la scrittura, ci sono tantissimi mezzi di espressione con una produzione molto varia, che Wikipedia può accogliere: il mondo wiki ha spazio per formati diversi.
Cosa succede a Mantova dal 7 al 9 settembre?
Ci saranno cinque workshop all’interno dei quali simuleremo il funzionamento di Wikipedia. Ricreeremo dal vivo le logiche che la governano: la discussione e l’inserimento di informazione, i due elementi fondamentali per creare voci enciclopediche. Abbiamo un relatore e un correlatore che espongono un argomento, e il pubblico, al cui interno abbiamo inserito persone con competenze specifiche, che fa domande, discute, aggiunge. Un gruppo di redattori si occuperà di inserire i contenuti online. Discuteremo di letteratura e oralità, di arte, connessioni (parleremo ad esempio di un centro informatico che sviluppa software open source a Dakar) e delle rotte dei migranti.

LEGGI ANCHE: Wikipedia, un software promette di sbugiardare le voci inesatte - Modello Mantova: il Festival della letteratura torna all’antico

  • marta.buonadonna
  • Venerdì 7 Settembre 2007

Tintin razzista? Sotto accusa le sue avventure in Congo

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  • Tags: africa, Commisione-per-lEguaglianza-razziale, Congo, Georges-Remi, gran-bretagna, Hergé, Tintin
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[i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/fynes/202756465/]gordasm[/url])[/i]
Chi se lo sarebbe mai immaginato? Quell’aria così perbene, il viso pulito da eterno ragazzino, il ruolo da educatore affidatogli negli anni… E invece Tintin, il personaggio dei fumetti nato dalla fantasia di Hergé che ha accalappiato generazioni di lettori e dato lezioni di arguzia e onestà, non è senza peccato. Sembra essersi macchiato, anzi, di una delle onte più infamanti: razzismo.

In Gran Bretagna, la Commisione per l’Eguaglianza razziale ha ravvisato gli estremi di questo crimine in uno dei suoi primi comic book, Tintin in Congo, del 1931. A muovere le accuse è stata la segnalazione, ritenuta fondata, di un avvocato specializzato in diritti civili, con moglie di colore, secondo cui il libro “contiene immagini e parole di odioso pregiudizio razziale”, con gli indigeni rappresentanti come “selvaggi molto simili alle scimmie” che si comportano sempre “da imbecilli”. Sulla scia della denuncia la catena di librerie Borders ha rimosso il controverso fumetto dalle sezioni per l’infanzia, spostandolo nell’area adulti.

D’altronde dei contenuti pieni di pregiudizi di quelle vecchie strisce si era reso conto lo stesso autore, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario della morte. Hergé, il cui vero nome è Georges Remi, era belga, e alle soglie degli anni Trenta il Congo era colonia belga. Allora si respirava l’aria di ideali sballati che avrebbe portato alla seconda Guerra Mondiale: colonialismo, senso di onnipotenza, nazionalismo… razzismo. E il fumetto è pieno degli stereotipi europei verso l’Africa di quell’epoca. Nel 1946 lo stesso Hergé ha ridisegnato le avventure di Tintin in Congo, mettendo a colori le vecchie vignette in bianco e nero, riducendo il numero di pagine, modificando e affinando anche i dialoghi (come si può vedere in questo esempio, in francese).

Ma… i congolesi che ne pensano? La risposta di alcuni scultori di legno del posto è la migliore. Parafrasando: “Tintin razzista? Sì. Ma noi continuiamo a intagliare le sue statuine: c’è sempre qualcuno che le compra”. Il video qui sotto, opera di un videogiornalista (da Youtube e in inglese):

  • simona.santoni
  • Venerdì 13 Luglio 2007
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