
Otto mila chilometri separano Lagos da Montréal. Eppure, chi ha assistito alla seconda serata in programma al Festival Internazionale di Jazz il 3 luglio scorso giura che i 100.000 spettatori presenti nel cuore della città canadese fossero come impossessati dagli spiriti più folli della capitale nigeriana. Di sicuro, al comando di questi spiriti c’era quello di Fela Kuti, il più grande musicista africano del XX secolo, a cui il figlio Seun Kuti ha reso un omaggio vibrante con un megaconcerto commemorativo.
Nel decimo anniversario della sua morte (2 agosto 1997), il “Grande Fela” è riconosciuto come l’incontestabile padre-fondatore dell’Afrobeat, una musica ibrida a cavallo fra jazz, soul, funky, canzone d’autore e suoni yoruba, l’etnia maggioritaria della Nigeria. Accerchiato da 18 musicisti scatenati, Seun Kuti, sguardo estasiato, ha ripercorso le tappe principali della carriera di padre Fela. Nato nel 1938 da una famiglia della media borghesia nigeriana, Fela Anikulapo Kuti ha dato il via negli anni ’60 a un genere musicale che ha letteralmente messo a soqquadro il panorama culturale africano. Trombettista di formazione e polistrumentista per vocazione, Fela Kuti ha impregnato la sua musica di testi violentemente contestatari nei confronti delle giunte militari che hanno dilapidato le immense ricchezze della Nigeria. Sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani, Fela è stato oggetto di continue persecuzioni da parte delle autorità nigeriane, la più eclatante delle quali fu l’assalto nel 1977 di mille soldati contro la cosiddetta Repubblica di Kalakuta fondata da Kuti a Lagos in segno di protesta (non a caso fu soprannominato The Black President). Ma di tutte le battaglie che ha condotto, quella dell’Aids fu l’unica che non riuscì a vincere. “Dieci anni dopo la sua morte” scrive il settimanale panafricano Jeune Afrique, “l’Afrobeat si è diffuso in tutto il mondo, anche grazie all’apporto di una nuova generazione di musicisti guidati dal fratello maggiore di Seun, Femi Kuti, e una pletora di gruppi emergenti in Africa, Europa, Asia e Nordamerica, tra cui il gruppo newyorkese Antibalas”.
Il sito della Fondazione dedicata a Fela Kuti
Un video di Fela
Il video di YouTube sul concerto di Montréal

Il Senegal è in lutto. E assieme al Senegal anche tutto il mondo cinematografico africano. È morto sabato scorso, a 84 anni, Ousmane Sembène, il padre fondatore della Settima arte africana. Nato nel 1923 in una povera famiglia di pescatori a Zinguichor (Casamance, sud del paese), Sembène era noto per l’impronta sociale che ha caratterizzato la sua intera carriera artistica. Segnato sin dall’infanzia dalla perversità del sistema coloniale francese, Sembène ha iniziato a dare sfogo alle proprie frustrazioni con il romanzo, la sua prima vera passione. È del 1960 Les bouts de bois de Dieux, storia che ripercorre lo sciopero dei ferrovieri senegalesi e maliani tra il 1947 e il 1948. Seguiranno altri sette romanzi, messi però in secondo piano da una carriera cinematografica folgorante iniziata negli anni ‘60. Dopo un soggiorno a Mosca presso gli studi Gorki, Sembène torna in madrepatria, convinto che soltanto la potenza visiva della Settima arte gli consentirà di accedere a un pubblico di massa in larga misura analfabeta e poco propenso a capire il francese (la lingua predominante in ambito letterario). È cosa fatta nel 1966 con La Noire de…, il primo lungometraggio della storia del cinema africano. Ancora una volta è la Francia, attraverso il tragico destino di una giovane senegalese schiavizzata da una coppia francese, a fare le spese dell’impegno sociale e politico di Ousmane Sembène. Che poi, con Le mandat (capolavoro premiato al Festival di Venezia nel 1968), non risparmia nemmeno la borghesia africana post-indipendentista. Da sempre considerato un regista impegnato nella difesa dei più deboli, Sembène inizia nel 2000 una trilogia “sull’eroismo al quotidiano”, e in particolare sulla donna, protagonista assoluta di un altro capolavoro, Mooladé, che nel 2004 convince la giuria del Festival di Cannes a ricompensare un film durissimo sull’infibulazione con il premio Un certain regard. Membro fondatore del Festival del cinema panafricano di Ouagadougou (Burkina Faso), nel 2005 Sembène affermava di “avere ancora il cuore di un ventenne” e che “un militante rimane giovane per tutta la vita”. Forse questa è l’immagine che più si addice a un regista fuori dal comune. Il commento rilasciato a Panorama.it da Anna Maria Gallone, co-direttrice del Festival del cinema africano di Milano , lascia spazio al ricordo “di una personalità tra le più straordinarie della cultura africana, una delle poche ad aver saputo trasmettere una vera immagine dell’Africa”. Che ieri, a Dakar (Senegal), gli ha dato il suo ultimo saluto.
In questo video, Ousmane Sembène intervistato nel 1993, quando fu premiato al Festival di San Francisco con l’Akira Kurosawa Award