
Internet? C’è chi la vede come “il più grande marchingegno commerciale di intrattenimento mai inventato prima, spacciato per di più come la quintessenza della democrazia”. E chi, invece, come un’occasione per far ridare centralità a quella cultura popolare fino ad ora sempre emarginata dai media di massa.
Impigliati nella rete di Paolo Landi, (Bompiani) e Cultura convergente di Henry Jenkins (Apogeo) sono due libri - in uscita in questi giorni - che rilanciano il dibattito che accompagna il world wide web fin dalla sua nascita, e che vede opporsi chi (come il più integrato Jenkins) mette in risalto le opportunità creative della rete e chi (come il più apocalittico Landi) prova a smantellarne le contraddizioni e gli entusiasmi troppo esaltati.
La metafora che dà il titolo al libro di Landi è fin troppo esplicita. Eppure, sotto accusa non c’è tanto la rete, quanto “la nostra società e la sua infatuazione per l’intelligenza capitalistica delle nuove tecnologie”, che porta a mascherare “la moltiplicazione dei consumi (…) dietro false ideologie di progresso”. Più che Internet, il vero bersaglio polemico di Impigliati nella rete è una divulgazione troppo spesso orientata verso l’esaltazione acritica e superficiale dei nuovi media.
L’analisi di Landi risulta interessante almeno per i passaggi in cui si denunciano aspetti come la mutazione della politica in rete e il rischio di nuove “forme subdole di persuasione” (il riferimento è a Hillary Clinton e Beppe Grillo ); l’eccesso di informazioni da filtrare (”quando a tutti è concesso di parlare non si riesce a sentire più nessuno”); il predominio del marketing e dell’infotainment sull’apertura e la discussione attenta.
Più scontato, invece, il Landi che, allineandosi su posizioni luddiste molto simili a quelle di Andrew Keen, arriva a negare qualsiasi portata culturale e di circolazione delle idee per Internet (”nei libri e nei giornali le idee, nella rete e in Tv lo shopping”).
Un punto, questo, che trova tutt’altra interpretazione nel volume di Henry Jenkins. Attraverso una serie di case-study molto eteorogenei tra loro - dagli spoiler dei reality show americani alla ricezione delle saghe televisive e cinematografiche (i fan Star Wars, le riscritture collaborative di Harry Potter, il transmedia storytelling nato intorno a Matrix), passando per YouTube e Second Life - Cultura convergente mette bene in luce l’emergere di nuove modalità di consumo e produzione, sempre più attive e reticolari.
Più che alzare steccati tra una presunta cultura alta e una bassa, Jenkins è attento a sottolineare un tratto distintivo delle pratiche pop portate alla ribalta dalla convergenza digitale: dismessi i panni della vecchia audience passiva, i consumatori chiedono a gran voce di poter contribuire attivamente alle forme della propria cultura.
Ecco perché, piuttosto che gridare alla rivoluzione o scandalizzarsi per alcune derive narcisiste ed amatoriali della rete, sarebbe meglio spingere sul terreno della media education. E così mettere le nuove generazioni in condizione di saper interagire con queste forme espressive, senza subirne gli aspetti manipolatori e consumistici denunciati da Landi.
- Lunedì 8 Ottobre 2007

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