“I mercati sono conversazioni”. Così si apriva il Cluetrain Manifesto, saggio del 1999 in cui quattro guru del web spiegavano come fare business nel nuovo scenario della rete. All’epoca gli autori non potevano immaginare, però, che nel giro di pochi anni le conversazioni tra blogger sarebbero diventate anche una nuova forma di marketing, “manipolata” e “retribuita” dalle stesse aziende. E, soprattutto, che una parte di utenti avrebbe guadagnato discrete somme di denaro facendo recensioni su commissione. O marchette che dir si voglia.
Nella guerra per la visibilità online, tutti i pubblicitari sono alla ricerca disperata di “buzz” (il chiacchiericcio): basta che si parli dei prodotti e si inneschi il circolo virtuoso del passaparola. Servizi come PayPerPost sono pensati proprio per questo: offrono agli inserzionisti la possibilità di “rafforzare il brand attraverso la più vasta community di pubblicità generata dai consumatori”; dall’altra, permettono ai blogger di “guadagnare denaro fornendo feedback accurati ai pubblicitari”. Con la particolarità, però, che le recensioni positive solitamente vengono retribuite meglio delle stroncature.
Questa nuova forma di marketing non è vista di buon occhio dagli osservatori più attenti del web. “PayPerPost mette in vendita la tua anima” titolava TechCrunch al momento del lancio; mentre Business Week parlava addirittura di “inquinamento della blogosfera”.
Anche in Italia ci sono state molte critiche, ma di fatto il servizio non si è mai diffuso, perché ci sono restrizioni linguistiche (sono accettati solo blog in inglese). Nel frattempo è nato anche il “fratello buono” di PayPerPost. Si chiama Review Me e lascia ampia libertà di comportamento agli utenti. Diversi blogger italiani l’hanno testato, e i primi commenti sono stati positivi: 30 euro accreditati subito dopo la registrazione e la prima recensione.
Nonostante i mugugni e le polemiche, PayPerPost e i suoi tanti cloni, stanno crescendo. Piacciono agli investitori e ai blogger disposti a “vendersi l’anima”. Tra quest’ultimi c’è anche chi riesce a guadagnarsi un discreto stipendio. In questi giorni Cnet ha parlato di Angie Mecklenburg: madre di quattro figli, da più di un anno gestisce diversi blog e grazie alle pubblicità contestuali di Google e a servizi alla “pay per post”, riesce a raccimolare in media 1200 dollari al mese. E non è l’unico caso: il network Izea ormai conta su 11.000 inserzionisti e 85.000 blogger iscritti. Per un post di media lunghezza (200 parole) vengono offerti 18 dollari. E in un anno si può arrivare anche a 18.000 dollari complessivi. Così come ha fatto Simple Kind of Life, blog gestito da ragazza trentunenne della Florida.
- Venerdì 7 Dicembre 2007










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