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Di Carmen Paradiso
CANCELLARA- Dopo l’Historiale di Cassino e quello di Vandea nel cuore della Loira in Francia, verrà realizzato a Cancellara, nel cuore della Basilicata, l’Historiale sulla storia del Castello di Cancellara e delle fortificazioni in Basilicata. In questo piccolo presepe naturale, sull’appennino lucano, verrà realizzato questo museo atipico: l’Historiale è una contaminazione li linguaggi, dal cinema alla museografia, dalle arti visive ai nuovi modelli di edutainment. Un modo di raccontare la storia attraverso una carrellata di filmati tradizionali e in 3D, immagini, scenografie, suoni, musiche inedite e testi originali.
Il Castello medioevale di Cancellara costruito nel 1300, circa, dalla famiglia Acquaviva di Aragona e abitato, in seguito da differenti dinastie nobiliari, tra le quali i Carafa e i Caracciolo, presenta un impianto tipicamente medioevale: struttura a pianta rettangolare costituita da tre livelli e un cortile di forma quadrangolare all’interno. Elemento prezioso del maniero è l’antico portale, decorato nel mezzo da una filettatura di tipo barocco, dall’aspetto maestoso e imponente.
Storia e leggende si intrecciano intorno a questa antica residenza nobiliare. Si racconta che quando fu costruito, l’architetto, ignoto, volle realizzare 365 stanze, tante quanti i giorni dell’anno.
Oggi l’antico castello è oggetto di ristrutturazione, grazie ad un finanziamento in parte erogato dal Ministero dei Beni Culturali e in parte dalla Regione Basilicata. I lavori hanno avuto inizio dopo venti anni dalla loro ideazione. La prima parte degli interventi, (che prevedono tecniche e materiali non invasivi e in omogeneità con le edificazioni esistenti) è stata di natura strutturale: consolidamento statico e messa in sicurezza. Si è provveduto alla pulizia manuale della struttura per permette di conservare intatto tutto ciò che è di valore storico e architettonico. Ma il fiore all’occhiello del progetto rimane l’Historiale. Gli ambienti interni del Castello saranno predisposti per ospitare aree con allestimenti museografici tradizionali, alternate ad altre con allestimenti scenografici e tecnologici, coinvolgendo il visitatore con l’ausilio di soluzioni tecnologiche di avanguardia, immagini video su grandi schermi, ambientazioni sonore e luminose. Il visitatore, in questo modo, viene idealmente accompagnato alla comprensione del castello, del sistema difensivo medioevale della Basilicata ed introdotto ai segreti del maniero.
Sono anche previste riproposizioni scenografiche di scavi archeologici che si alterneranno alle scansie dei reperti. Per arricchire lo spazio museale sarà realizzato uno spazio espositivo temporaneo nel cortile del castello. Contestualmente a questi lavori è in corso un’ indagine conoscitiva dall’Università degli studi di Basilicata/Dapit e l’Istituto per i Beni Archeologici e monumentali Ibam(sezione di Potenza) per poter conoscere al meglio i materiali utilizzati, le tecniche e le fasi costruttive.
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“Ma bella più di tutte l’architettura che non c’è”: così, con un verso che fa risuonare una lirica di Guido Gozzano, si può definire l’utopia di Out There: Architecture Beyond Building, della Biennale veneziana, che come dice il titolo è aldilà del costruire, insomma una Biennale-Architettura contro l’Architettura. Una bella sfida quella di Aaron Betsky, architetto americano, ma formatosi in Olanda, curatore della undicesima grande kermesse a Venezia, che rimarrà aperta fino al 23 novembre negli spazi dell’Arsenale, ai Giardini, alle Corderie e alle Tese.
L’assunto di Betsky è “l’architettura non è il costruire”, l’edificio è postumo, il cuore dei problemi urbanistici globali è immaginarsi il futuro, perché l’architettura “è un quesito culturale, non è una questione tecnica.”
Il libro di accompagnamento con cui passare da un padiglione all’altro è forse Le città Invisibili di Italo Calvino, per avvicinarsi a questi tessuti urbani di spettacolare attrazione che appaiono come illusioni negli spazi e tunnel bui dell’Arsenale. Installazioni per richiamare in vita il subconscio come nei Prototipi del futuro: tre case per l’inconscio di Asymtote, o una città mutevole senza spigoli, ma di morbide linee fluide anzi petali: Lotus infatti si chiama la stanza che si apre a corolla cittadina, ideata da Zaha Hadi. E se si pensa ad un futuro di esseri-monadi o per dirla modernamente single, ecco la curiosa Singletown di Droog & Kessekskramer, una città di manichini bianchi-chiocciole: ognuno di questi esseri umani è appeso a cinghie che fanno levitare nello spazio i corpi stretti e immersi in una loro squadrata casina, volti braccia gambe sbucano da un abito-scatola, non si capisce se rifugio o prigione, e sopra scritte come “opportunista globale”, “recente divorziato”, “vedova indipendente”. E perché negarsi spazi come cristalli d’acqua a proliferazione infinita, come in The evening Line di B.Aranda e C.Lash?
Quelli che la fanno da padrone nella mostra sono comunque i video, le installazioni multimediali, i filmati, cominciando dall’entrata in mostra, in cui su due grandi schermi ricurvi dove vengono proiettati le forme di frattali affiorano frammenti di architetture filmiche da Blade Runner a Guerre stellari alla New York di King Kong.
È proprio il padiglione italiano a fare da controcanto a questa architettura dei desideri. Fin dal titolo L’Italia cerca casa la visionarietà della Biennale si scontra con problemi molto concreti. Francesco Garofalo, il curatore delll’allestimento nello spazio delle Tese delle Vergini, racconta l’edificazione economica italiana con un assemblaggio di insediamenti architettonici, “spalmati” su 350 mq di pareti, che vanno dai palazzi dell’Icp, alle case popolari Iacp, alle Ina Casa; dal quartiere Zen di Palermo, alle Vele di Napoli. Molti risultati di questa cemementificazione si conoscono e Garofalo chiede di confrontarli con 12 nuovi progetti esposti , “materiali di riflessione” perché l’architettura deve avere un riscontro concreto e positivo con il sociale. A meno che non si voglia davvero abitare in città invisibili.
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![Frame tratto dal film [i]Afterville. The Movie[/i] di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, Italia, 2008.](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/afterville/normal_afterville04.jpg)
Continuano gli appuntamenti di Afterville. Tomorrow comes today, la rassegna di eventi collaterali al XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA Torino 2008, dal 29 giugno al 3 luglio. Mercoledì 2 luglio presso gli spazi delle OGR Officine Grandi Riparazioni sarà possibile assistere ad Afterville. The Show. Da Metropolis ad Afterville: una videoinstallazione che ripercorre un secolo di storia del cinema di fantascienza che sarà sonorizzata da musica composta per l’occasione ed eseguita dal vivo dall’artista Post@l_market. Sempre mercoledì 2 luglio nelle stesse strutture delle ex OGR, edificio costruito tra il 1885 ed il 1895, destinato alla costruzione e manutenzione di locomotive e vagoni ferroviari, sarà proiettato Afterville. The Movie. Promosso dalla Film Commission Torino Piemonte e girato dalla coppia di registi Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, il cortometraggio racconta le vicende di una coppia di personaggi nel 2058 alla vigilia dell’ultimo giorno dell’umanità, sullo sfondo di una Torino stravolta in chiave visionaria. Grazie ad effetti visivi computerizzati di grande efficacia, il cortometraggio - cui ha collaborato lo scrittore americano di fantascienza Bruce Sterling, presente nella pellicola anche in veste di attore - modificherà lo skyline della città sovrapponendo al profilo attuale di Torino panorami mozzafiato. Qui il servizio che Panorama.it aveva dedicato all’anteprima nazionale del film, con la gallery e il video del backstage con l’intervista agli autori.
Proseguono invece sino al 27 luglio altre iniziative. Afterville. The underground exhibition (Linea 1 della Metropolitana), visitabile con un semplice biglietto della metro, presenta nelle dieci stazioni più frequentate della linea 1 (più una stazione di “introduzione”, quella di Porta Nuova) altrettante postazioni multimediali, dedicate ognuna a una tipologia di città del futuro. Dieci metropoli che non esistono, se non come riflesso degli sterminati immaginari generati nell’ultimo secolo dai mass media. Vista nel suo insieme, la mostra presenta un’esauriente storia della fanta-urbanistica, così come è stata raccontata da un secolo di fantascienza. Infine l’appuntamento con Il gran teatro ceramico. Bau+Miaao (MIAAO – Museo Internazionale delle Arti Applicate), esposizione di scultura, design e architettura nell’ambito del percorso di mostre intitolato La città disegnata dagli architetti.
![Frame tratto dal film [i]Afterville. The Movie[/i] di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, Italia, 2008.](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/afterville/normal_afterville03.jpg)
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Torino, 2008: una città stravolta in chiave visionaria. Non solo perché ospita il XXIII congresso mondiale degli architetti, che visionari lo sono per definizione. Ma anche perché, proprio nell’ambito del congresso, irrompe Afterville. The Movie: il cortometraggio fatto di architettura e fantascienza che racconta gli ultimi istanti di una Torino invasa dagli alieni.
“Più che fantascienza, è Science Fiction, genere poco praticato in italia”, precisano gli autori Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, che nel film si sono cimentati con l’idea di futuro, tema caro anche all’architettuta .
La storia di Afterville parte dal 2008. Giganteschi oggetti (Ufo? Rocce?) piovono dal cielo. Atterrano violentemente sulla città all’ombra della Mole. Si conficcano nel suolo fra le strade e i palazzi. E trasformano lo skyline, come fossero nuove architetture avveniristiche. I torinesi, che si aggirano attoniti tra gli ufo-rocce, scoprono che gli enormi intrusi non danno segni di vita, non si muovono, non emettono luci né suoni, non ospitano omini verdi con tre occhi. I mastodonti paiono innocue architetture salde nel terreno, immobili e inamovibili. Con piglio pratico, i torinesi decidono allora di metterle a reddito: ci costruiscono sopra un cinema multisala, una catena di fast food, dei musei. Ribattezzate “Le Rocce”, gli ufo architettonici diventano ameni luoghi di svago. Almeno, fino al grande colpo di scena: le Rocce - si scopre - emettono un segnale geomagnetico, che menti illuminate intuiscono essere un conto alla rovescia.
![Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, grafica, proposta per il film [i]Afterville. The Movie[/i], 2008.](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/afterville/normal_afterville13.jpg)
La novità getta i torinesi dall’ansia. Il countdown è inarrestabile e nessuno ormai sa ignorarlo. “Cosa succederà dopo lo zero?”: la domanda s’insidia come un tarlo nella mente di ognuno. E il dubbio diventa lancinante nel 2058, quando mancano ormai poche ore allo scadere dello zero.
È su quegli ultimi momenti che il cortometraggio punta le telecamere. Spia le vite dei cittadini alle prese con la fine del countdown. E racconta le tante microstorie urbane che mettono in scena i tanti modi di porsi di fronte alla fine. Come immaginare ciò che verrà dopo lo zero? Che cosa fare prima dell’ultimo secondo?
Guarda il VIDEO con l’intervista agli autori
Afterville. The Movie
Il cortometraggio Afterville. The Movie, nella sua sintesi di fantascienza e design, è così il naturale proseguimento dell’intero progetto ideato e curato dallo Studio Undesign di Michele Bortolami e Tommaso Delmastro insieme a Fabrizio Accatino e Massimo Teghille. Sarà proiettato in prima assoluta mercoledì 16 aprile alle 21.00 al cinema Massimo di Torino. E a partire dal 12 giugno fino alla fine di luglio sarà anche nelle stazioni della metropolitana della città. Da lì partirà per le sale di Roma e Milano. Per poi fare tappa in una girandola di festival cinematografici, primo fra tutti quello di Venezia.
Voi come vivreste le ultime ore? Partecipate al FORUM
Qui il video con il backstage e le interviste agli autori (durata 20 min)
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![Manifesto di [i]Afterville. The Movie[/i], logo graphics art direction Undesign, progetto fotografico Carlotta Petracci, 2007.](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/afterville/normal_afterville01.jpg)
La locandina del ciclo di eventi “Afterville. Tomorrow comes today”

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Di Manuela Grassi
La scala mobile sale lentamente lungo la facciata, fino al tetto del Broad contemporary art museum, un nuovo stupefacente spazio dedicato all’arte, creato da Renzo Piano e fortemente voluto da Eli Broad, il “Lorenzo de’ Medici” della California. “L’ascesi prepara alla contemplazione” spiega l’architetto. E non solo. Una volta entrati dal terzo e ultimo piano si può cedere al gioco e scendere “come palline da flipper” per le due scale laterali esterne, segni grafici rosso fuoco disegnati sulle pareti di travertino. Non si può non pensare alla scala mobile del Beaubourg. Certo il panorama è molto diverso, al posto dei tetti di Parigi ci sono i ciuffi ondeggianti di palme altissime, le ville con giardino, i boulevard trafficati della sterminata Los Angeles.
L’edificio è il primo dei quattro previsti nel progetto di ampliamento del Los Angeles County museum of art (Lacma) ed è l’esordio di Piano nella città californiana. L’intera operazione è stata battezzata Transformation: metamorfosi del luogo ma anche idea di un’architettura viva, mobile, sensibile all’aria e alla luce.
“Quando ho visto per la prima volta Hancock park, l’area su cui erano stati costruiti negli anni i vari edifici del Lacma, ho avuto l’impressione di un caos disastroso ma anche di una popolazione felice e a proprio agio in un posto che le appartiene” racconta l’architetto ligure, ormai cittadino del mondo, nell’aereo studio serra del Renzo Piano Building work-shop a Punta Nave, Genova.
Los Angeles è la città dell’arte contemporanea: “Il Paul Getty di Richard Meier è come l’Acropoli, domina dall’alto, il Moca di Irata Isozaki è stretto in mezzo ai grattacieli, il Lacma è il museo della città”. Nel 2001 l’architetto olandese Rem Koolhaus firma un masterplan che prevede di demolire quasi tutti gli edifici. Il progetto da 300 milioni di dollari non supera il referendum indetto dal comune. Entra allora in scena Broad, consigliere fiduciario del museo, collezionista di arte moderna e contemporanea (circa 2 mila opere): coinvolge Piano di cui è grande ammiratore.
“Ho accettato a patto di poter ragionare sull’insieme” ricorda l’architetto. Broad conserva una lettera di Piano: “Caro Eli, come ti ho già detto, è molto frustrante eseguire un buon brano con un quartetto ad archi nel mezzo di tre brutti concerti rock”. Il colpo di grazia per Broad arriva con la metafora delle tre bambole russe. “Renzo mi disse: “Questa bambola molto piccola è il Bcam (Broad contemporary art museum, ndr), quest’altra è il resto del Lacma, e la più grande è il posto intero, compreso Hancock park, fino al Page museum (scienze naturali, ndr)””.

È finita che Broad ha sborsato 50 milioni di dollari per la costruzione del Bcam, più 10 per l’acquisizione di nuove opere, il resto è stato coperto da altri sponsor e dal comune (finora 200 milioni di dollari).
L’arte di Piano si fonda sulla conoscenza dei luoghi: “Conoscere significa entrare nei ritmi climatici, temere il caldo soffocante della piana di Los Angeles, apprezzare l’Indian summer di San Francisco, capire che anche una città diffusa su un territorio vasto, dove tutti vivono in automobile, ha i suoi riti, la sua anima”.
Il progetto è già nel genius loci: “Bisogna solo prestargli attenzione”. Il posto dove sorge il Lacma ha la vocazione del parco: “Può diventare un piccolo Golden Gate park, come quello di San Francisco, o un piccolo Central park come quello di New York”.
Su quest’idea ha lavorato. Tolto il parcheggio all’aperto, che è stato interrato e verrà coperto dal verde, Piano non ha esitato a eliminare la strada che tagliava il parco in due, Ogden street (vincendo le resistenze del comune). È stata creata una “spina” pedonale che collega i diversi edifici, creando una vera e propria cittadella.
“Una misura che corrisponde all’incirca a quella di San Gimignano” spiega l’architetto. “Ed è questa l’immagine che ho usato, perché con gli angelenos, abituati a percorrere lunghe distanze in automobile, si fa fatica a capirsi sulla “scala pedonale””.
Dal Lacma west, una costruzione storica degli anni 30 che ospitava un grande magazzino e ora sarà la sede delle attività culturali, si arriva al Bcam e da lì, attraverso una piazza coperta che è il nuovo ingresso del Lacma, ai vecchi edifici che ospitano le collezioni storiche del museo, più di 100 mila pezzi.
Los Angeles è l’Oriente: “La differenza culturale tra East coast e West coast è la stessa che c’è tra Occidente e Oriente. La California condivide la cultura del Pacific rim, delle terre sismiche bagnate dall’Oceano Pacifico: Giappone, Australia, Nuova Caledonia. Tutti paesi segnati dall’effimero, dove le cose sopravvivono grazie alla loro leggerezza. Non è un canone estetico, ma il sublimarsi attraverso i secoli di una necessità”.
Piano ha progettato l’aeroporto giapponese di Kansai, uscito indenne dal terremoto di Kobe del 1992, l’Opera House e Aurora Place di Sydney e il Centro culturale Jean-Marie Tjibaou a Nouméa, in Nuova Caledonia, usando il bambù insieme a tecnologie sofisticatissime, un capolavoro insuperato di relazione poetica tra l’edificio e l’ambiente.
L’architettura occidentale al contrario ha sempre privilegiato la pietra, fino agli esiti estremi: per gli architetti di Adolf Hitler che progettavano edifici monumentali ampi 17 volte la cattedrale di San Pietro il materiale di costruzione doveva sfidare il tempo e la storia. “Ma la pietra non è eterna, può andare in pezzi, eterno è al contrario il gesto che si ripete immutabile, come quello che permette agli artigiani giapponesi di ricostruire i loro templi ogni vent’anni” chiosa l’architetto.
Naturalmente Eli Broad pensava al marmo e alla pietra per il suo museo, che doveva avere le stigmate del monumento (le opere d’arte tuttavia restano di proprietà della sua fondazione e vengono “prestate” al Lacma). Dopo qualche discussione è stato scelto travertino di Tivoli, lavorato a Massa Carrara. “Anche per creare una connessione con l’edificio Lacma West, che purtroppo è costruito con una pietra bruttissima”. Ma il travertino è grezzo, cangiante, una pietra viva. Il tetto, di cui Piano è piuttosto orgoglioso, è un capolavoro di tecnologia e trasparenza. “L’idea è di avere tre grandi stanze per lato, ampie e alte come dei loft, senza colonne. Il terzo piano è inondato di luce naturale dall’alto”. Sofisticati schermi solari deviano i raggi del sole, che penetrano nell’edificio sempre da nord.
Michael Govan, il direttore del Lacma, sottolinea la versatilità del museo: “Al primo livello si possono esporre le opere di grandi dimensioni”. E infatti fino a pochi giorni prima dell’inaugurazione, l’8 febbraio, Richard Serra stava installando due sue enormi sculture in acciao tra imprecazioni coloritissime.
All’ultimo piano, con la bella luce naturale, le opere più classiche. Al piano di mezzo, con illuminazione artificiale, video arte e progetti. Il simbolo di questa idea di rotazione è l’ascensore, una vera e propria stanza in movimento: 6 metri per 3, può portare fino a 40 persone o trasportare opere d’arte; insieme alla scala mobile esteriore dipinta di rosso squillante e battezzata “spider”, ragno, sottolinea la natura dinamica dell’edificio.
Il museo è stato concepito anche in stretta collaborazione con un gruppo di artisti. Robert Irwin, che ha disegnato il giardino monumentale del Getty Center a Los Angeles, ha piantato 400 palme “washingtonian” (alte fino a 25 metri) che dondolano al vento, dopo averle cercate una per una. Sulla facciata sud del Bcam freme l’opera di John Baldessarri, enormi teli blu in tessuto da vela, su cui è riprodotta la sua mano che con un cellulare fotografa le palme.
“Si tirano su come si tira su un fiocco” precisa Piano, appassionato velista. Poi, quando Baldessarri dovrà far posto a un altro artista, le tele verranno arrotolate, magari per essere riscoperte tra cent’anni.
Chris Burden ha installato 200 lampioni vintage della Los Angeles storica, che ha accuratamente restaurato. Jeff Koons, che espone un’opera nell’Entrance Pavillon, ha disegnato una grande installazione (per ora un progetto) in cui un vagone ferroviario del 1940 sta appeso a testa in giù a un argano gigante. E ogni tanto sbuffa vapore.
L’ adesione di Piano alla cultura californiana, leggera, effimera, attenta alla natura, ha ispirato anche il suo lavoro a San Francisco, dove ha realizzato l’ampliamento della California academy of sciences, l’edificio più ecologico degli Stati Uniti. Il nuovo Planetario, la Rainforest Exhibit e l’ingresso dello Steinhart aquarium sono ricoperti da un tetto dalla superficie ondulata, sul quale sono stati piantati 4 milioni di graminacee: “Un tetto che nasce, muore, rinasce, più effimero di così”.
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“Build & Grow”, “Costruisci & Cresci”: così l’architettura, il design e l’edilizia fanno proprio il monito del Dio biblico del “crescete e moltiplicatevi”, pronunciato al termine della fatica della creazione e si trasformano in bàlie risolutrici di un mondo sempre più schiacciato dagli effetti della moltiplicazione di popolazioni e dall’esplosione di aree urbane sovraffollate. Al tema di un’architettura innovativa, sostenibile e con un impatto responsabile per una terra ormai martoriata è dedicato proprio il convegno Build&Grow, manifestazione centrale del MADE Expo, l’appuntamento espositivo italiano e internazionale dedicato al costruire, che si terrà alla Fiera di Milano dal 5 al 9 febbraio. Per informazioni.
“Made” va letto proprio come è scritto, perché è l’acronimo di Milano Architettura Design Edilizia, ma la coincidenza con il “made” inglese, participio passato di “to make”, rimanda volutamente all’idea del “fare”. Detto, fatto. Il programma di questa cinque giorni di fiera si apre a 360 gradi su tutta l’arte del costruire: 1.914 espositori, 100 incontri, e la mostra Skin - superfici d’architettura.
“Quel che c’è di più profondo nell’uomo è la pelle” afferma Paul Valéry in un suo aforisma. E di epidermide come elemento nervoso tattile, arbitro della nuova architettura, parla Massimiliano Fuksas, uno degli architetti presenti in questa mostra, che accompagna il visitatore in un viaggio visivo e virtuale in quattordici metropoli dalle suggestioni architettoniche differenti, realizzate grazie ai più innovativi materiali e alle nuove soluzioni tecnologiche per le superfici: dallo stile innovativo di New York, al minimalismo giapponese, dal New style di Milano, all’estro messicano. Se già negli anni ‘80 del secolo scorso, l’involucro delle architetture si era liberato, afferma Fuksas “dalla schiavitù e dalla pesantezza della materia” e diventava “carrozzeria di un edificio”, anzi “la sua filigrana e il suo merletto” (basti pensare al fluido scivolare delle facciate di Frank O. Gehry per il Museo Guggenheim di Bilbao) oggi si cerca un’efficienza energetica, acustica, termoregolatrice, che riduca anche le emissioni del gas serra. La facciata diventa figlia di una rinnovata attenzione “molecolare” che Fuksas paragona negli esiti alla cucina di Ferran Adrià, il cuoco catalano pioniere di una cucina che parcellizza, smantella in molecole il cibo per far scoppiare nuovi sapori, in forma di schiuma. La base delle materie prime è comunque fondamentale e la nuova architettura vede al primo posto l’utilizzo di materiali che vanno dal legno, reso ignifugo dai trattamenti, alle fibre di vetro, dallo zinco al titanio, fino ai tessuti trasparenti che diano nuove luminosità. Accanto all’incredibile creatività di materiali e di progetti architettonici, alla mostra si aggiungono quattro concretissimi giardini: Zen, Esotico, Nordico e Inglese. Perché lo spirito, dopo tanta novità, si ritempri con la vecchia terra.