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• Quattro secoli di storia della musica trovano un palcoscenico d’eccezione nell’undicesima edizione di “Anima Mundi”, Rassegna Internazionale di Musica Sacra in programma fino all’11 ottobre nella Cattedrale e nel Camposanto monumentale di Pisa. Un viaggio, diretto da sir John Eliot Gardiner, che spazia da Biber a Stravinskij, creando una speciale empatia tra architetture e suoni. Continua
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Un lungo tunnel azzurro intenso, di quella tonalità definita blu Madonna: in questo spazio avvolgente sono allineati i quadri d’oro del Beato Angelico (1395-1455). Sono proprio i colori dell’oro e del blu ad accogliere il visitatore della mostra Beato Angelico, L’alba del Rinascimento al terzo piano dei Musei Capitolini di Roma, dopo una salita su affacci di reperti romani, in una sorta di elevazione al cielo. Una rassegna che insieme a quella di Giotto, sempre a Roma, e quella di Raffaello a Urbino, celebra i vertici del Prerinascimento e Rinascimento italiano.
Per vedere il Beato Angelico, c’è tempo fino al 5 luglio. Occorre partire dal valore mistico della luce dell’oro per capire i quadri del Beato Angelico, che in questo allestimento si possono esaminare molto da vicino, avvolti nell’ombra che esalta il chiarore: si vedono arabeschi e intrecci in quella luce aurata. Dalla Madonna dei Cedri del 1423, a quella dell’Umiltà del 1434, alla fiammata di bagliori emanata dal Paradiso (1434-35) o dall’Annunciazione (1432), l’oro del fondo sbalza nell’oro intarsiato come un merletto d’oreficeria delle aureole, delle ali angeliche, nei raggi rigati e accecanti della potenza di Dio, nei riccioli biondi di miele degli angeli. Si racconta che fra’ Giovanni da Fiesole (noto come Beato Angelico) non prendesse in mano un pennello prima di aver pregato. Questo suo esser penetrato da dio nelle orazioni gli donava una luce che dava sostanza alla sua capacità ‘divina’ di tratteggiare il volto dei santi e della trinità, di qui l’appellativo di Angelicus Pictor.
In mostra si può percorrere l’evoluzione artistica del pittore fiorentino: “Dopo la grande antologica ospitata agli Uffizi nel 1955, abbiamo voluto ricostruire la complessa personalità di Beato Angelico, abile nell’intendere la lezione di Masaccio ma già pronto ad anticipare l´arte di Piero della Francesca”, dichiarano i curatori della rassegna Alessandro Zuccari, Giovanni Morello e Gerardo de Simone. Nelle prime opere in mostra, come la Tebaide, ancora forte è l’influenza gotica e il decor bizantino, e si può presagire un’impronta di Van Eyck, l’artista fiammingo attivo nel XIV secolo, sul volto del Cristo coronato di spine (1448-50) dove è impressionante come in tutta quella luce d’oro abbrunito sia il particolare dell’occhio arrossato e gonfio del Cristo a restituire una attonita sofferenza. Nelle opere della maturità prevale, nella trascendenza spirituale dei temi trattati, la modernità della prospettiva, la lezione di Piero della Francesca.
E Beato Angelico, oltre che Maestro della bellezza ideale, della contemplazione di Dio, diventa il virtuoso di narrazioni incisive, mediatore fra natura e divinità come nelle Storie di San Nicola di Bari e lì dentro si muove tutto un mondo fino agli esseri più piccoli: scorpioni e altri animaletti.
In mostra sono presenti opere mai esposte in passato, dal Trittico della Galleria Corsini di Roma alla predella della Pala di Bosco ai Frati, restaurate e rese ben leggibili per l’occasione. Altre, ad esempio l’Annunciazione di Dresda riassemblata nel XVI secolo, sono visibili per la prima volta. Ancora una rarità: i due sportelli dell’Armadio degli argenti, scanditi come uno straordinario repertorio a fumetti di racconti della bibbia pauperum. Nell’ultima sala alcuni rari disegni, incisioni, un gran libro da messale con le lettere capitali miniate: il mondo del Beato Angelico è tutto racchiuso nella sfera, raccolta e sfolgorante, del sacro.
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Perché l’Italia è un unicum in campo artistico? Lo si comprende visitando i suoi piccoli musei, scrigni di capolavori. Un vero assaggio di quanta bellezza vi si nasconda, viene offerta dalla rassegna Toscana dal titolo Rinascimento in Valdarno. Una mostra per cinque maestri: Giotto, Masaccio, Beato Angelico, Andrea della Robbia e Domenico Ghirlandaio (così recita il sottotitolo) che rimarrà aperta fino al 25 novembre. L’esposizione si snoda come le preghiere di un rosario in diverse tappe, fra minuscoli centri, dove un piccolo grande museo d’arte sacra contiene una perla artistica. Oltre alla scoperta di capolavori da Giotto a Beato Angelico, da Masaccio ad Andrea della Robbia, c’è un surplus di fascino che scaturisce dai luoghi, dalla serenità del paesaggio, dalla macchia della Vallombrosa, e poi, andando verso FiglineValdarno e Montevarchi, lo sguardo spazia verso i vigneti e i terrazzamenti e la vista sull’Arno fatto ad anse. Bellezza a piene mani.
Nel weekend si viene accompagnati gratuitamente nelle diverse sedi e viene chiarito lo scopo della mostra, incentrata sul confronto. In ogni sede infatti sono state dislocate una o più opere di altri musei che permettano una sorta di gemellaggio ideale, precise corrispondenze con l’opera locale. Così guardando la Madonna col Bambino e angeli di Giotto a Figline Valdarno, si vede come Maria sia seduta in una esile architettura che solo accenna ai profili del trono; Giotto preferisce dare risalto alla massa blu del manto dove il rosso crostaceo della veste mariana e i colori limpidi del bambino vengono esaltati. L’antagonista di Giotto, il Maestro di Figline con la sua Vergine in trono col Bambino, angeli e due santi francescani crea un’ imponente splendida macchina scenica, in cui squillano i bicromatismi dei marmi dipinti, un trionfo architettonico della sacralità contro il nuovo uso dello spazio affidato alla pittura da Giotto. Emoziona la Madonna col bambino di Masaccio, con una Maria che solletica con due dita la gola del Bambino in un gesto umanissimo. Intima e calda d’oro è l’atmosfera sacra della Annunciazione del Beato Angelico, che raffigura la tesi del pittore: negli aspetti delle cose create il segno del Creatore non si nasconde ma rifulge.
Ma, ancor più che l’emozione provocata dai singoli dipinti e dai loro incroci stilistico-tematici, Rinascimento in Valdarno colpisce le nostre menti distratte ricordandoci quale straordinario museo, quale vasto “open space” di cultura e di arte sia quello che, non a caso, un tempo veniva chiamato il Bel Paese.
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