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Benicio-Del-Toro

Wolfman (Credits: Universal Pictures)
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Leggi Benicio Del Toro, leggi Anthony Hopkins e, anche se i lupi mannari non ti hanno mai fatto particolare simpatia, ti aspetti che Wolfman possa essere quel film da intensi brividi cinematografici che positivamente ti sorprende. E poi sapere che c’è anche la grazia inesplosa di Emily Blunt dà al tuo immaginario sfumature da pellicola che ha buona chance di conquistarti.
Invece già dopo le prime scene capisci che Joe Johnston ti ha fregato. Continua
Da “Un posto al sole” ne ha fatta di strada e da ragazza ‘acqua e sapone’ si è trasformata in una sexy star internazionale. Ha cambiato mille look e acconciature, poi, tra un parrucchiere e l’altro, è via via maturata (anche fisicamente) e finalmente è esplosa come attrice.
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Paziente ma risoluto, abile pianificatore di strategie di combattimento e giusto, solidale di fronte alla miseria come secco censore di distrazioni e violenze gratuite, il Che Guevara di Steven Soderbergh arriva al cinema. Dal 10 aprile è nelle sale italiane il primo atto del corposo lavoro (oltre quattro ore di pellicola) del regista americano diviso in due parti: la prima, CHE - L’Argentino, è di 131 minuti, la seconda, CHE - Guerriglia, è di 132 minuti e uscirà il primo maggio.
Presentato alla scorsa edizione del festival di Cannes, nel quarantennale della morte del Che, il film è frutto di un lungo lavoro di ricerca durato sette anni, che ha poi fatto optare per realizzare due racconti separati ma uniti di una stessa storia: Soderbergh, come la sua squadra, ha raccolto testimonianze dei protagonisti della rivoluzione cubana, di tutte le parti coinvolte, letto quanto più era stato scritto su Guevara e i soprattutto i suoi stessi diari.
CHE - L’Argentino narra l’ascesa di Ernesto Guevara de la Serna nella rivoluzione cubana, da medico a comandante, a eroe rivoluzionario. Nei suoi panni un Benicio Del Toro che una volta di più si conferma attore magistrale - con questa parte ha conquistato la Palma d’oro - e che, dopo Traffic, film che gli è valso un Oscar come interprete non protagonista, rinnova la collaborazione con Soderbergh. Il regista di Ocean’s Eleven muove la pellicola tra le foreste della Sierra Maestra, ricostruisce lunghi giorni di camminate, mesi di strategie, organizzazioni esemplari, fin quando la rivoluzione arriva nella pianura, nelle città. Tra gli iniziali ottanta ribelli, salpati il 26 novembre 1956 per Cuba, c’è Ernesto “Che” Guevara, argentino prestatosi con passione alla causa cubana, che con Fidel Castro condivide il sogno di rovesciare la dittatura corrotta di Fulgencio Batista. A scene di battaglia o di attesa sui monti, si alternano ricostruzioni di interviste al Che e di suoi interventi al palazzo delle Nazioni unite.
I fatti fluiscono a ritmo lento, senza essere troppo condensanti; ricchi di dettagli, rappresentano ogni singola posizione politica, forse proprio per questo rendendone non semplice la totale comprensione per chi non conosce a fondo il contesto cubano. “Volevo sottolineare le doti fisiche e psicologiche necessarie per affrontare due campagne come queste (a Cuba e in Bolivia, ndr), e raccontare il processo attraverso il quale un uomo nato con una volontà di ferro, scopre la sua capacità di ispirare e guidare gli altri” spiega Soderbergh.
Panorama.it presenta in anteprima un estratto video di CHE - L’Argentino (un’intervista a Che Guevara):
Il trailer di CHE - L’Argentino:

Benicio Del Toro ha ammesso di essere a pezzi poichè il suo film, Che, diretto dal regista Steven Soderbergh, è un vero disastro cinematografico. L’attore portoricano si è convinto che la pellicola sul rivoluzionario cubano Che Guevara, nato in Argentina nell’ottobre nel 1967, è troppo complessa e incoerente per essere proiettata sul grande schermo: “Sono rimasto davvero sorpreso quando ho visto l’anteprima al cinema. Ad un certo punto mi sono detto che era un completo disastro. Adesso sono certo che non potrà mai diventare un vero film nè avere una coerenza tale da permettermi di presentarlo al pubblico”. Benicio, che nella rappresentazione interpreta il protagonista marxista, ha anche prodotto e sponsorizzato il film. Oggi ammette di aver compreso come mai nessun grande investitore è stato attratto dalla sua pellicola ad alto contenuto politico: “I potenziali investitori si interrogano in questo modo: <<Dunque: il film parla di rivoluzionari comunisti, dura cinque ore ed è recitato in spagnolo – ummmmm>> e quindi non sono disposti ad anticipare i loro soldi. Dal mio punto di vista, però, sarebbe stato stupido realizzare il film in un altra maniera”. Nonostante i dubbi legittimi dell’attore di Traffic, Che ha ricevuto 10 minuti di standing ovation da parte dei 2.000 spettatori che hanno assistito alla presentazione nel cinema Yara, il piu’ grande dell’Havana. Durante la conferenza stampa, Benicio si è augurato che “Cuba e gli Usa sappiano risolvere presto i loro contrasti”, perchè - ha sottolineato - ‘’se la gente parla, riesce a capirsi: dai tempi del Che Guevara le cose sono molto cambiate, oggi abbiamo presidenti quali Barack Obama negli Stati Uniti e un indigena in Bolivia, e cioe’ Evo Morales”.
Che, il trailer ufficiale
LA GALLERY DEI FILM DELLA SETTIMANA
La recente Palma d’oro come miglior attore Benicio Del Toro arriva nelle sale italiane, ma non ancora nei panni di Che Guevara bensì come tossicomane un po’ melò in Noi due sconosciuti, dal 12 giugno al cinema. Insieme a Il resto della notte, sempre da Cannes, e l’ultimo thriller del sovrannaturale di M. Night Shyamalan, E venne il giorno.
Noi due sconosciuti
NOI DUE SCONOSCIUTI
Susanne Bier è regista interessante. Danese, voce sensibile del cinema contemporaneo scandinavo applaudita ai festival per Non desiderare la donna d’altri e Dopo il matrimonio, riunisce a sé per Noi due sconosciuti, il suo primo film americano, Halle Berry e Benicio Del Toro, coppia strana quanto sicuramente dal dna vincente. E infatti, soprattutto lui, regala un’altra interpretazione intensa. Del Toro ha la faccia giusta per interpretare Jerry, un eroinomane dallo sguardo un po’ spento e l’andatura ciondolante, com’era perfetto per il Che di Soderbergh e come poliziotto di Traffic. La Berry, seppur talvolta un po’ troppo isterica, fa la sua parte come Audrey, moglie disperata del miglior amico di Jerry. Però… non basta. La pellicola, presentata alla scorsa Festa del cinema di Roma, scorre senza infamia e senza lode. Qui il trailer da Youtube:
Audrey e Jerry tentano di afferrarsi l’uno all’altro per uscire ognuno da un proprio lutto interiore.
“Non intendevo fare un film con un messaggio” dichiara la Bier, “non è il mio genere. Ma amo le storie con un contenuto, e che, nella loro semplicità, ti restano addosso e ti danno l’occasione di riflettere”.
Il resto della notte
IL RESTO DELLA NOTTE
Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del recente Festival di Cannes, Il resto della notte è storia di immigrazione e convivenza tra emarginati. Alla regia di Francesco Munzi, che si era fatto notare vincendo il premio come opera prima a Venezia con il suo lungometraggio Saimir - anche questo imperniato sull’immigrazione -, si muovono vicende buie e personaggi ancor più cupi, dove se è vero che l’immigrato appare come una minaccia, di certo non è meno confortante il quadro della borghesia arricchita del nord Italia, rappresentata, tra gli altri, da una nevrotica Sandra Ceccarelli. Il trailer da Youtube:
“Tutti i personaggi del film anelano ad un futuro migliore, ma hanno perso la strada, si dimenano senza obiettivi precisi, soffrono di solitudine e a volte diventano aggressivi, pericolosi, in lotta gli uni contro gli altri. E hanno paura” racconta Munzi. “È un film sulla paura, quella irrazionale, che nasce dall’interno quando non si è in pace con se stessi, quando si sta sbagliando tutto”.
E venne il giorno
E VENNE IL GIORNO
M. Night Shyamalan ha abituato a presenze inquietanti, fenomeni sovrannaturali, conclusioni sorprendenti e inattese. E anche con E venne il giorno, thriller ecologico ambientato nella punta nord-orientale degli States, vuole stupire, sebbene con effetti meno riusciti e ben distanti dal film che lo ha lanciato come regista, Il sesto senso, insieme unico e perfetto di suspense, delicatezza, trascendenza e mistero, uno dei venticinque maggiori successi commerciali di sempre.
Questa volta sceglie come attore protagonista del suo thriller ecologico Mark Wahlberg, insieme alla brava e giovane Zooey Deschanel. Tutto inizia a New York al Central Park: le persone vengono prese da assurdi e terrificanti istinti suicidi. E il contagio è impressionante, si allarga sulle altre città, anche sulle minori. Tra ricerche di morte davvero truculente: il frutto di anni di uso sconsiderato, da parte dell’uomo, del Pianeta. Il trailer da Youtube:
“Molte tematiche che tratto in questo film le ho lette sui giornali o viste in TV nei telegiornali. Un esempio è la scomparsa delle api negli USA, oppure la riapparizione in Australia di un batterio ormai scomparso da secoli” dice il regista. “Tutte queste notizie, terremoti, inondazioni, temporali, danno un senso di equilibrio precario del nostro pianeta, come se tutti noi fossimo solo dei visitatori e non i padroni della Terra”.
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LA GALLERY
Avrà lo stesso successo del libro da cui è tratto, opera prima dello scrittore di origine afgana Khaled Hosseini? Il cacciatore di aquiloni (The Kite Runner), alla regia di Marc Forster, l’autore del premiatissimo Finding Neverland, ha debuttato il 4 dicembre negli States, con una Premiere tra star. Ma per vederlo in Italia dovremo aspettare fino a febbraio, quando si parlerà anche di Oscar 2008…
La proiezione ufficiale americana in realtà era prevista per alcune settimane fa, il lancio è stato però rimandato per permettere ai produttori di mettere in salvo, portandoli via dall’Afghanistan, i bambini protagonisti della pellicola. Il film, infatti, così come il libro, racconta la storia di amicizia e separazione di Amir, ragazzo afgano pashtun di Kabul, e Hassan, figlio del suo servo hazara. La storia si muove lungo trent’anni, dal periodo precedente all’invasione dei sovietici Afghanistan fino all’avvento dei Talebani, passando tra la violenza al piccolo Hassan da parte di coetanei pashtun a quelle subite da un intero popolo da parte di fanatici “religiosi”.
Proprio per queste atmosfere e soprattutto per la scena di stupro che costituisce il momento cardine della pellicola, i piccoli attori sono stati messi al sicuro per evitare persecuzioni. Il film non uscirà in Afghanistan, ma è probabile che dvd pirata arriveranno anche a Kabul.
Qui il trailer, in inglese, da Youtube:
Intanto dal 5 dicembre su eBay venticinque aquiloni afgani originali, autografati da divi americani come Madonna, Angelina Jolie, Benicio Del Toro e Kate Winslet, sono stati messi in vendita on line, per devolvere il ricavato all’Aro (Afghanistan Relief Organization).
LA GALLERY - LEGGI ANCHE: Hosseini al femminile e i Mille splendidi soli di Kabul
- Tags: B-movie, Benicio-Del-Toro, Cannes, Cinema, Death-proof, festival, film, GrindhousePlanet-terror, horror, Kill-Bill, Le-iene, Palma-dOro, pellicola, pulp, Quentin-Tarantino, Rodriguez, sangue, splatter, Uma Thurman, violenza
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di Marco Giovannini
“Prostitute col cercapersone sempre acceso per rispondere a chiamate di pronto intervento, borseggiatori, pregiudicati, maniaci sessuali col giornale aperto sul grembo”: questi erano i coloriti compagni di avventura del giovane Tarantino il sabato sera, nei cinemini definiti “Grindhouse”. Posti in cui il dollaro sembrava valere di più: i film erano sempre due, se non tre. B-movie pieni di sesso e violenza, o per dirla con una parola sola, che Quentin Tarantino (qui la biografia di Wikipedia; qui il sito; qui i fan) ha cercato di rivalutare fin da quando 15 anni fa ha cominciato la sua straordinaria carriera di regista con Le iene, “exploitation”. Il suo ultimo film si intitolava proprio Grindhouse (qui i trailers), e col fido complice Robert Rodriguez aveva ricostruito il fascino del doppio spettacolo. Ma in Europa i film usciranno separati: al festival di Cannes ci sarà solo Death proof di Tarantino, mentre Planet terror di Rodriguez potrebbe andare a Venezia.
Il protagonista del film è il perverso Stuntman Mike (Kurt Russell) con la sua macchina assassina. Ma c’è anche un harem di otto donne, qualcuna è l’inevitabile “vittima”, qualche altra è la “manesca vendicatrice”.
Per buona parte di “Death proof” lei inquadra i piedi di Jungle Julia (Sydney Tamilia Poitier) da ogni angolazione. Sono belli come quelli di Uma Thurman?
Beh, sono belli, grandi, affusolati. Ma piano con i paragoni, i piedi non sono interscambiabili.
Ma lei l’ha scelta per quelli?
No, era tutto il pacchetto che mi interessava, anche gambe che non finivano mai. Nella richiesta di casting avevo chiesto “spirito d’amazzone”.
A proposito di casting: è vero che ha chiesto alle aspiranti di presentarsi al provino con gli shorts e le infradito?
Certo, sono un gentiluomo, non avrei mai potuto chiedere di venire nude.
È questo il “metodo di recitazione Tarantino”?
No è il metodo di recitazione Grindhouse. In quei cinemini, se non facevi vedere un po’ di carne, rischiavi di dover affrontare la rivolta degli spettatori e, nel peggiore dei casi, restituire i soldi del biglietto. La trovata degli shorts e delle infradito mi ha permesso di valutare il senso dell’umorismo dell’attrice: una qualità basilare per lavorare con me.
Sono già passati quattro anni da “Kill Bill”. E “Death proof” è il suo quinto film in 15 anni. Pochini.
L’unico periodo che mi sono preso di vacanza è stato dopo Jackie Brown. Kill Bill è stato l’equivalente di due film. E l’anno dopo ho girato un episodio di due ore del serial tv Csi.
Quindi non si riposa mai?
Il mio riposo è quello del guerriero: scrivere, vedere, studiare, annusare, ingoiare film. Mi considero uno studente a tempo pieno, sto preparando la mia tesi. Il giorno della mia morte sarà quello della laurea.
I film sono meglio delle ragazze?
Oddio, che domanda. Nei giorni piovosi forse sì, ma resta una bella lotta. Posso non scegliere?
Critica generalizzata: Tarantino non vuole crescere. Ha vinto l’Oscar con “Pulp fiction” 13 anni fa ma dopo ha continuato a “giocare”. Si difenda.
Io mi sento un regista di genere e sono fiero di esserlo. Ma sono un regista di genere sui generis. Nel senso che sono un esploratore, un archeologo, un restauratore, un massificatore. Quelli colti mi definiscono postmoderno. In fondo tutti i registi sono di genere, anche i geni come John Cassavetes o Federico Fellini. Hanno inventato un genere, il loro.
Torniamo alle sue adorate amazzoni. Le sarebbe piaciuto essere lei al posto di Stuntman Mike?
Quando viene pestato? No, grazie, sarò anche feticista, ma non masochista. Ai cazzotti preferisco i bacetti. L’ultima volta che ho rivisto quella scena mi sono reso conto che due delle tre ragazze indossano guanti, non c’è neanche un primo piano delle mani nude contro la pelle. Devo ricordarmelo la prossima volta, quella scena poteva essere molto più sexy.
Perché nei B-movie ci sono così tante donne toste e nel cinema di serie A latitano?
Non è vero, singole scene si trovano dappertutto: in Una cascata di diamanti, Bambi e Thumper si cucinano James Bond a mani nude. È come per i piedi, sono in buona compagnia: Alfred Hitchcock, Luis Buñuel, Samuel Fuller, tutti grandi registi, maestri di inquadratura. Sono sicuro che l’attenzione ai piedi li abbia aiutati a piazzare la macchina da presa.
Che cosa le piace degli “exploitation all’italiana”?
Erano film originali, d’autore. Avete rivitalizzato interi generi, come spaghetti western, gialli, cannibali, erotico soft. Per me il piu bravo è Ferdinando Di Leo, il re dei film criminali, gangster e mafia. Mi piacerebbe, prima o poi, girarne uno. In Death proof per la corsa in macchina ho usato la colonna sonora di Roma a mano armata di Umberto Lenzi.
È vero che voleva Sylvester Stallone come protagonista?
Non era disponibile. Ho pensato anche a Mickey Rourke, ma scrivendo mi sono reso conto che non era del tutto adatto. Alla fine vedendo Planet terror di Rodriguez ho pensato che sembrava il film di zombie che John Carpenter non aveva mai girato, fra 1997 fuga da New York e La cosa. Mi sono detto: e se recuperassi il suo attore-feticcio, Kurt Russell?
Le piacerebbe lavorare con Sophia Loren?
Caspita, certo che mi piacerebbe. Ma temo che ne sarei intimidito. Conosco meglio Barbara Bouchet o Rosalba Neri. Oppure Edwige Fenech, che mi ha appena scatenato una crisi di gelosia. Il mio amico Eli Roth l’ha convinta a uscire dal ritiro e ritornare sul set per Hostel 2. E vicino le ha messo anche Luc Merenda! Avrei voluto farlo io.
A proposito di “Hostel”, fa parte del nuovo filone definito “gorno” (da gore più porno) oppure “torture chic”. Definizioni che la fanno arrabbiare?
E perché? Sono carine, accurate.
Quindi non è un genere pericoloso?
L’horror, più è duro meglio è. Sono i giapponesi a rivitalizzare il sottofilone da macellaio aguzzino, noi americani tentiamo di tenere il passo.
Ha qualche rimpianto?
Penso di essere sottovalutato come attore. In Planet terror, nel ruolo del Violentatore numero 1, mi sembro proprio bravo.
Se dovesse fare un film su di lei, a chi darebbe la sua parte?
A Benicio Del Toro.