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Beppe-Grillo

Beppe Grillo torna in tv: in diretta su La7

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  • Tags: Beppe-Grillo
  • 2 commenti

Beppe Grillo sul palco
Torna in tv e in diretta Beppe Grillo: l’occasione, a quanto si apprende, sarà la puntata di mercoledì di Exit, il programma di servizio condotto su La7 da Ilaria D’Amico. Grillo, che con interventi in video e in diretta manca dalla tv italiana da molti anni, interverrà in una puntata dedicata al rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione. Il contenuto del suo intervento è ancora top secret.
Negli ultimi anni Grillo è apparso in tv o in interviste per tg (Sky Tg24), o con contributi registrati di suoi interventi in piazza (Annozero) o altrove. L’ultima apparizione del comico risale al 5 novembre 2003, quando, in collegamento in diretta con lo studio di Striscia la notizia, Grillo aveva sparato a zero contro il presidente del Gntr (Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale), Carlo Andrea Bollino per il blackout che aveva colpito il nostro paese, parlato delle centrali nucleari in Italia, e intervenuto su vari argomenti d’attualità.

  • redazione
  • Martedì 31 Marzo 2009

Beppe Grillo settimo nella classifica delle web-star

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  • Tags: Beppe-Grillo
  • Un commento

Beppe Grillo
Beppe Grillo stella del Web: secondo la rivista americana Forbes, il blog del comico italiano è uno dei più letti al mondo e questo fa di Grillo la settima Web-celebrità della Rete. La classifica delle 25 stelle dell’online, stilata dalla rivista americana e giunta alla terza edizione, è guidata per il secondo anno consecutivo da Perez Hilton, nome d’arte che prende le mosse dal suo soggetto preferito, Paris Hilton. Al secondo posto si piazza Michael Arrington, fondatore ed editore del famoso blog Tecnocrunch dalle cui recensioni e valutazioni dipende il futuro di molte realtà web. Medaglia di bronzo per Kevin Rose, che ha fondato nel 2004 Digg, sito che consente ai propri utenti di condividere e votare le storie preferite. Dalla classifica è stato escluso il fondatore di Facebook, Marc Zuckengerb, famoso oltre il web. “Il suo nome è sconosciuto a molti americani, ma Beppe Grillo è molto conosciuto in Italia” spiega Forbes. “Anche se ha studiato da ragioniere, la sua fama è legata alla comicità e alla televisione. Il suo materiale altamente politico ha toccato le corde dell’audience e Grillo è divenuto una forza nella politica italiana. Nel 2005 ha iniziato a condividere i suoi pensieri politici su un blog, ora disponibile in italiano, inglese e giapponese, che è uno dei più letti e questo lo rende una vera web-celebrità”.
Grillo incassa il riconoscimento, spiegando che “è la dimostrazione della forza della rete, che è fantastica: sono felice”. E il settimo posto nella classifica delle Web-celebrita “dimostra anche che siamo più vivi che mai, mentre vorrebbero farci passare per scomparsi dalla scena dell’informazione tradizionale. La cosa meravigliosa poi” spiega Grillo “è che questo risultato incredibile è stato raggiunto con pochissimi mezzi, il lavoro di 4-5 persone che ringrazio, pochissimi investimenti: non certo quelli pazzeschi di altri. Questo rende tutto più fantastico e clamoroso”.
Nello stilare la propria classifica, Forbes ha individuato in un primo momento una “Web-celebrità”, cioè una persona famosa per aver creato qualcosa on line o per apparire nei contenuti web tanto da essere riconoscibile a un vasto pubblico di navigatori. Poi, spiega la rivista “è stata stilata una lista di 250 personalità internet. Ognuna di queste e stata valutata in cinque aree: i risultati di Google; le valutazioni di traffico sulla loro homepage in base alle rilevazioni di Alexa; le citazioni rilevate da Factiva e il numero di ’seguaci’ su Twitter”.

  • redazione
  • Lunedì 2 Febbraio 2009

I profeti del web con il vizio dell’ottimismo

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  • Tags: Beppe-Grillo, Chris-Andreson, Dan-Gillmor, j-p--barlow, Jeremy-Rifkin, umberto-eco
  • Un commento

[i](Credits: Corbis)[/i]

Ormai è un tratto distintivo della pur breve storia del web: a ritmo costante sbuca il guru di turno a raccontarci perché grazie all’ultima tecnologia potrà nascere una società più giusta, aperta e democratica, in cui nuovi poteri spazzeranno via la vecchia nomenklatura dei media, del business e della politica. Spesso pubblicano best-seller milionari e portano in giro per il mondo conferenze che annunciano la rivoluzione prossima ventura. Non ultimo Beppe Grillo. E tra le profezie più recenti c’è anche quella di Chris Anderson, direttore del magazine Wired, che si appresta a dare alle stampe il volume con la sua inedita teoria del “Free”. Secondo lui, il business del futuro si reggerà sull’offerta gratuita di prodotti e servizi. Ma la lista di teorie originali (e fin troppo ottimistiche) è davvero lunga. Di seguito qualche esempio.

Libertà d’espressione?
Ricordate la Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio? Era il 1996 e il saggista J.P. Barlow scriveva: “Stiamo creando un mondo in cui ciascuno, in qualunque luogo, può esprimere le proprie opinioni, non importa quanto personali, senza paura di essere costretto al silenzio o alla conformità”. Bello, peccato solo che l’autore non avesse minimamente considerato il dilagare delle tecnologie censorie in quei Paesi in cui, ancora oggi, i blogger sono arrestati, l’informazione è controllata e tenuta sotto silenzio. Un trend che, come denuncia Reporter Sans Frontières, non riguarda solo i regimi autoritari, ma si sta estendendo anche ai ben più democratici Paesi occidentali.

I mercati sono conversazioni?
Tre anni dopo, in piena euforia da dotcom, quattro guru del web pubblicano il Cluetrain Manifesto: 95 tesi (lo stesso numero delle tesi affisse da Lutero sulla Chiesa di Wittenberg) in cui si parla di “mercati come conversazioni” e si invitano le aziende ad abbandonare la comunicazione ingessata tipica dei media di massa per abbracciare un approccio più umano. In caso contrario, la minaccia è chiara (e, al solito, dai toni epici): “I confini delle nostre conversazioni sembrano il Muro di Berlino di oggi, ma in realtà sono solo una seccatura. Sappiamo che stanno crollando. Lavoreremo da entrambe le parti per farle venire giù”. Negli anni seguenti le tesi del Cluetrain sono diventate un vero e proprio mantra. E molte aziende, soprattutto quelle che investono ingenti capitali in pubblicità, hanno adottato formule di marketing (apparentemente) più aperte e “virali”. Peccato anche qui che nessuno avesse immaginato l’emergere delle “conversazioni manipolate” dagli esperti di marketing con i post a pagamento e le finte campagne dal basso (fenomeno noto come astroturfing, di cui sentiremo molto parlare nei prossimi anni).

La fine della schiavitù?
Seppure lucido nell’analizzare molte criticità della nascente new-economy, anche l’economista Jeremy Rifkin con i saggi L’era dell’accesso e La fine del lavoro è caduto nella trappola di un “determinismo tecnologico” fin troppo ottimista. Come quando ipotizza l’affrancamento dalla schiavitù del lavoro grazie al diffondersi delle tecnologie di rete. Il che sarà in parte vero per le economie immateriali occidentali. Ma che dire dei paesi in via di sviluppo in cui è stata delocalizzata la produzione dei nostri beni di consumo (anche tecnologici) e le condizioni di lavoro sono al limite della schiavitù? E se anche restiamo nel nostro cortile e, ad esempio, guardiamo in direzione di un call-center (la quintessenza dell’immateriale, no?), forse aveva ragione Umberto Eco a controbattere che “stiamo passando dalla catena di montaggio della fabbrica a quella della cultura. Sempre schiavi saremo, soltanto diversi”.

Il giornalismo partecipativo
Un altro tormentone che ha accompagnato lo sviluppo più recente di Internet è poi l’acclamato giornalismo partecipativo. We the Media: Giornalismo dal basso fatto dalla gente, per la gente è il titolo di un best-seller del 2004 in cui il giornalista Dan Gillmor, annunciava l’avvento di schiere di reporter amatoriali, pronti a sostituire ampi strati della filiera tradizionale. Al di là dell’euforia iniziale (e dei tanti battibecchi tra giornalisti spaventati e blogger entusiasti), anche qui la moda è presto scemata, per lasciare spazio alla più saggia consapevolezza che blog e siti professionali possono tranquillamente convivere uno accanto all’altro senza escludersi. Una conferma arriva da State of the News Media 2008, approfondito rapporto annuale di Project for Excellence in Journalism secondo cui: a) blog e siti dal basso sono rimasti un fenomeno di nicchia; b) pochi, grandi colossi dell’informazione continuano a controllare le fonti più cliccate online. Nel frattempo Bayosphere, il progetto di citizen-journalism lanciato da Dan Gillmore, si è presto rivelato un fallimento editoriale ed economico.

IL FORUM

  • nicolabruno
  • Mercoledì 9 Aprile 2008

Fenomenologia degli amici di Beppe Grillo

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  • Tags: Beppe-Grillo, Meetup
  • 3 commenti

La folla radunata in piazza per il V-day di Beppe Grillo

Con le elezioni in vista, un po’ tutti i partiti li stanno corteggiando, da una parte all’altra dello schieramento. Sono oltre 60mila e rappresentano uno spaccato interessante del paese: età media 30-45 anni, iper-informati, molto attivi e battaglieri sul territorio. Oltre che sul web, naturalmente.
Sono gli “Amici di Beppe Grillo”. Spesso vengono assimilitati in toto al loro ispiratore, ma loro non ci stanno. Scrive Leonardo Roli, 21 anni, modenese: “Grillo non è il nostro leader. Ha la sola funzione di dare voce a noi. Quello che scrive sul suo blog, se non sono commenti a notizie nazionali, viene da quello che noi gli riportiamo”. Ovvero quanto emerge dalle conversazioni e dalle discussioni che ogni giorno animano i Meetup degli “Amici di Beppe Grillo”.
Una realtà ancora poco conosciuta, in cui si è calato Enrico Maria Milič dell’istituto di ricerca Swg, conducendo una ricerca etnografica (qui la versione integrale in pdf) da novembre 2007 a gennaio 2008 tra “i grillini e le cicale” di quattro città italiane (Napoli, Prato, Treviso e Trieste). Lo scopo? Offrire una chiave di lettura quanto più neutrale ed esaustiva possibile, considerato che il fenomeno Grillo spesso alimenta facili esaltazioni e altrettanto facili pregiudizi.
Piuttosto che un “popolo bue” fanatico del leader maximo, Milič li descrive come un ‘movimento-accanto’: “Non esiste un’organizzazione formale che riconosca Grillo leader (…) Tutti gli attivisti rivendicano la propria autonomia di pensiero e di azione da lui”.
I risultati della ricerca sono stati sintetizzati in dieci punti, da cui emerge il ritratto di migliaia di cittadini che “partecipando, danno una risposta alla loro frustrazione emozionale per le condizioni sociali dell’Italia”. Le tematiche al centro del dibattito “rispondono a un’agenda fortemente influenzata dai processi della globalizzazione e dai consumi come fattore identitario (…): difesa dell’ambiente e sviluppo di energie eco-sostenibili, traffico e mobilità non inquinante per tutti, sviluppo di strumenti di e-democracy”. Molti tendono ad allinearsi sulle strategie suggerite di Grillo, ma a livello territoriale rivendicano una totale libertà d’azione. I risultati, però, spesso non sono eccezionali: “Escludendo alcuni casi importanti, il movimento sul territorio ha dimostrato scarsa capacità di incidere sulla politica locale”.
E comunque, non si facciano troppe illusioni i partiti che in questi giorni sventolano atteggiamenti anti-politici e ammiccano alle posizioni di Grillo. I suoi “amici” hanno una struttura “postmoderna” ed estremamente eterogenea: “Ogni gruppo agisce secondo dinamiche diverse (dalla non-organizzazione all’associazione) e si pone obiettivi diversi, che siano solo quello di fare da media di informazione e sensibilizzazione, o addirittura di partecipare tramite liste civiche alle elezioni amminstrative”.

  • nicolabruno
  • Giovedì 28 Febbraio 2008

La rivolta dei blog contro il nuovo Ddl sull’editoria

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  • Tags: AgCom, andrea-monti, Beppe-Grillo, Blog, Franco-Arrigo-Levi, Nicola-DAngelo
  • 15 commenti

[i](Credits: Corbis)[/i]

Blog, pagine personali, siti amatoriali: tutti iscritti al ROC, il Registro degli operatori della Comunicazione dell’AgCom, con tanto di pagamento di una tassa e sanzioni penali in caso di reato? All’indomani della diffusione del disegno di legge (file pdf) di riordino del settore editoriale, cresce in rete la protesta (e la confusione) per un provvedimento che, se approvato in Parlamento, porrebbe seri limiti alla libertà di espressione online.
Tutto è nato da una definizione allargata di “attività editoriale” e dalla successiva estensione a qualsiasi pubblicazione delle responsabilità penali previste per i reati a mezzo stampa.
Il commissario dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni Nicola D’Angelo mette però le mani avanti: “comprendo l’esigenza di garanzia che ha mosso il governo a proporre questa norma, ma penso che non possa tradursi nell’imposizione di procedure burocratiche per l’apertura dei blog. (…) Bisogna evitare regole che restringano le caratteristiche di apertura e libertà che la rete consente a chi la vuole utilizzare”. Sul fronte dei reati, poi, D’Angelo sottolinea che “ci sono già gli strumenti per reprimere gli abusi”.
“Si tratta di un testo carente e borbonico che giustifica le peggiori illazioni - secondo l’avvocato Andrea Monti, esperto di diritto dell’informazione online - Il Governo ha scritto un provvedimento incomprensibile e ha poi scaricato tutto sull’AgCom”. Il disegno di legge, infatti, non entra nel merito delle singole situazioni. A legge approvata, sarà poi l’AgCom a doversi assumere le vere e proprie responsabilità, decidendo se a iscriversi dovranno essere tanto i blog mainstream (come quello di Beppe Grillo), quanto quelli del tutto sconosciuti. Per quanto l’ispiratore del provvedimento, il sottosegreatario Ricardo Franco Levi, abbia subito fatto un passo indietro (”Quando prevediamo l’obbligo della registrazione non pensiamo alla ragazzo o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog”: qui la dichiarazione di Levi), il disegno di legge che arriverà in Parlamento resta del tutto equivoco. “Bastava essere più trasparenti e specificare in modo chiaro che l’obbligo riguarda solo chi svolge attività professionali - continua l’avvocato Monti - Invece no, il governo ha scelto la linea dell’ambiguità”. Lo scopo? “Da una parte fare cassa: nel dubbio molti utenti si iscriveranno al Registro e questo porterà un bel po’ di entrate. Dall’altra, creare una situazione confusa e così mettere il bavaglio a chi usa Internet”.
L’interpretazione censoria è quella che circola di più in rete in queste ore: Beppe Grillo minaccia di “trasferire armi, bagagli e server in uno Stato democratico” (e proprio a Grillo risponde Franco Arrigo Levi con le precisazioni viste sopra); Mario Adinolfi si appella a Veltroni per bloccare un ddl che “obbligherebbe i blog a sospendere la pratica dei commenti liberi”. “La fine del personal publishing?” si chiede invece il blogger tecnologico Federico Fasce. Mentre secondo Paolo De Andreis di Punto Informatico “L’errore del Governo (…) con un colpo di bianchetto verrà consegnato all’oblìo nel più rigoroso silenzio mediatico. Presto non ne sentiremo più parlare. È già successo, si può aver fiducia che accada di nuovo”. De Andreis si riferisce alla legge 62/2001 approvata dal Governo Berlusconi, che pure inciampò in una definizione ambigua di “prodotto editoriale”, senza produrre nulla di fatto.
Come dire, al di là del colore politico, in Italia permane una tendenza al “controllo” delle attività in rete. Tutto il contrario degli Stati Uniti, dove presto dovrebbe essere approvato un provvedimento che equipara i blogger ai giornalisti: tutti protetti dalle stesse garanzie in quanto a libertà di espressione. Altro che iscrizione in un Registro!

  • nicolabruno
  • Venerdì 19 Ottobre 2007

Ddl editoria e rivolta dei blog: le precisazioni di Ricardo Franco Levi

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  • Tags: Beppe-Grillo, Blog, ddl-editoria, Ricardo-Franco-Levi
  • 7 commenti

L’INTENZIONE E’ DI RIFORMARE IL SETTORE (ANSA) - ROMA, 19 OTT - ”Caro Grillo, ho letto il suo commento al disegno di legge di riforma dell’editoria appena approvato dal governo e vorrei tranquillizzare lei, i lettori del suo blog e, piu’ in generale, il ‘popolo di internet”’.
Cosi’ il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per l’editoria Ricardo Franco Levi, autore del ddl editoria, risponde alle critiche di Beppe Grillo e altri blogger, preoccupati dall’art. 7 del disegno di legge riguardo alla registrazione dei siti internet.
”Con il provvedimento che tra pochi giorni iniziera’ il suo cammino in Parlamento - aggiunge Levi - non intendiamo in alcun modo n‚ ‘tappare la bocca a internet’ n‚ provocare ‘la fine della Rete’. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione. Cio’ che ci proponiamo e’ semplicemente di promuovere la riforma di un settore, quello, per l’appunto dell’editoria, a sostegno del quale lo Stato spende somme importanti, che e’ regolato da norme che si sono succedute in modo disordinato nel corso degli anni e che corrispondono ormai con grande fatica ad una realta’ profondamente cambiata sotto la spinta delle innovazioni della tecnologia”.(segue).
STF 19-OTT-07 17:37 NNNN

ANSA) - ROMA, 19 OTT - ”Non abbiamo lavorato nel chiuso delle nostre stanze”, sostiene ancora Levi. ”Abbiamo pubblicato uno schema di legge e un questionario sul nostro sito internet, abbiamo ascoltato e incontrato tutti gli operatori del settore (gli editori grandi e piccoli, i giornalisti, gli specialisti della pubblicita’, i distributori, gli edicolanti, i librai), ci siamo fatti aiutare da esperti dell economia e del diritto”, aggiunge nella sua lettera a Beppe Grillo.
”Il risultato del nostro lavoro, il disegno di legge approvato dal governo, e’ leggibile sul nostro sito (http://www.governo.it/Presidenza/DIE/index.html) dove pure si possono trovare in totale trasparenza tutti gli elementi e i dettagli dell’intervento pubblico a favore dell’editoria.
Ci siamo mossi - continua il sottosegretario - avendo un punto di riferimento preciso e impegnativo: la tutela e la promozione del pluralismo dell’informazione. Un principio affermato con chiarezza dalla Costituzione e che nell’articolo numero 1 del nostro disegno di legge abbiamo definito come ‘liberta’ di informare e diritto ad essere informati’. Niente, dunque, e’ stato ed e’ piu’ lontano dalle nostre intenzione della volonta’ di censurare il libero dibattito dei e tra i cittadini”.
Spiega ancora il sottosegretario:”Ci occupiamo di editoria persuasi che, nel tempo in cui viviamo, un prodotto editoriale si definisca a partire dal suo contenuto (l’informazione), e non piu’ dal mezzo (la carta) attraverso il quale esso viene diffuso. Vogliamo creare le condizioni di un mercato libero, aperto ed organizzato in modo efficiente. Per questo, intendiamo, tra le altre cose, abolire la registrazione presso i Tribunali sino ad oggi obbligatoria per qualsiasi pubblicazione e sostituirla con l’unica e piu’ semplice registrazione preso il Registro degli Operatori della Comunicazione (Roc) tenuto dall’Autorita’ Garante per le Comunicazioni (AgCom).
Anche su questo punto, da lei particolarmente criticato e temuto, lo spirito della nostra legge e’ chiaro. Quando prevediamo l’obbligo della registrazione non pensiamo alla ragazzo o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog. Pensiamo, invece, a chi, con la carta stampata ma, certo, anche con internet, pubblica un vero e proprio prodotto editoriale e diventa, cosi’ un autentico operatore del mercato dell’editoria. Siamo consapevoli che, soprattutto quando si tratta di internet, di siti, di blog, la distinzione tra l’operatore professionale e il privato puo’ essere sottile e non facile da definire. Ed e’ proprio per questo che nella legge affidiamo all’Autorita’ Garante per le Comunicazioni il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli Operatori”.
”L’informazione - spiega ancora l’autore del ddl - e’ un elemento prezioso e decisivo per la democrazia e deve essere trattata con estrema attenzione e rispetto. Per questo, ripeto e non per sfuggire alle nostre responsabilita’ , pensiamo che sia bene, affidarsi ad autorita’ che abbiano la competenza per regolare una materia cosi’ specifica e che siano indipendenti rispetto ai governi e al potere politico. Quanto alle responsabilita’, la sostanza di cio’ che abbiamo scritto nel nostro disegno di legge e mi sembra una disposizione di buon senso e’ che per chi pubblica un giornale debbano valere le medesime regole sia che si tratti di un giornale stampato sia che si tratti di un giornale on-line. Piu’ in generale e al di la’ di quanto previsto dalla nostra legge, credo, pero’, che il tema della responsabilita’ per cio’ che viene pubblicato sulla rete sia un tema importante e che a nessuno dovrebbe stare piu’ a cuore che a chi usa, apprezza e ama la rete”.(ANSA).
STF 19-OTT-07 17:42 NNNN

  • redazione
  • Venerdì 19 Ottobre 2007

Impigliati nella rete: il web è in cattive acque?

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  • Tags: Andrew-Keen, Beppe-Grillo, henry-jenkins, Hillary-Clinton, internet, libri, Paolo-Landi, transmedia-storytelling, web-2
  • 4 commenti

Particolare della copertina
Internet? C’è chi la vede come “il più grande marchingegno commerciale di intrattenimento mai inventato prima, spacciato per di più come la quintessenza della democrazia”. E chi, invece, come un’occasione per far ridare centralità a quella cultura popolare fino ad ora sempre emarginata dai media di massa.

Impigliati nella rete di Paolo Landi, (Bompiani) e Cultura convergente di Henry Jenkins (Apogeo) sono due libri - in uscita in questi giorni - che rilanciano il dibattito che accompagna il world wide web fin dalla sua nascita, e che vede opporsi chi (come il più integrato Jenkins) mette in risalto le opportunità creative della rete e chi (come il più apocalittico Landi) prova a smantellarne le contraddizioni e gli entusiasmi troppo esaltati.

La metafora che dà il titolo al libro di Landi è fin troppo esplicita. Eppure, sotto accusa non c’è tanto la rete, quanto “la nostra società e la sua infatuazione per l’intelligenza capitalistica delle nuove tecnologie”, che porta a mascherare “la moltiplicazione dei consumi (…) dietro false ideologie di progresso”. Più che Internet, il vero bersaglio polemico di Impigliati nella rete è una divulgazione troppo spesso orientata verso l’esaltazione acritica e superficiale dei nuovi media.

L’analisi di Landi risulta interessante almeno per i passaggi in cui si denunciano aspetti come la mutazione della politica in rete e il rischio di nuove “forme subdole di persuasione” (il riferimento è a Hillary Clinton e Beppe Grillo ); l’eccesso di informazioni da filtrare (”quando a tutti è concesso di parlare non si riesce a sentire più nessuno”); il predominio del marketing e dell’infotainment sull’apertura e la discussione attenta.

Più scontato, invece, il Landi che, allineandosi su posizioni luddiste molto simili a quelle di Andrew Keen, arriva a negare qualsiasi portata culturale e di circolazione delle idee per Internet (”nei libri e nei giornali le idee, nella rete e in Tv lo shopping”).

Un punto, questo, che trova tutt’altra interpretazione nel volume di Henry Jenkins. Attraverso una serie di case-study molto eteorogenei tra loro - dagli spoiler dei reality show americani alla ricezione delle saghe televisive e cinematografiche (i fan Star Wars, le riscritture collaborative di Harry Potter, il transmedia storytelling nato intorno a Matrix), passando per YouTube e Second Life - Cultura convergente mette bene in luce l’emergere di nuove modalità di consumo e produzione, sempre più attive e reticolari.

Più che alzare steccati tra una presunta cultura alta e una bassa, Jenkins è attento a sottolineare un tratto distintivo delle pratiche pop portate alla ribalta dalla convergenza digitale: dismessi i panni della vecchia audience passiva, i consumatori chiedono a gran voce di poter contribuire attivamente alle forme della propria cultura.

Ecco perché, piuttosto che gridare alla rivoluzione o scandalizzarsi per alcune derive narcisiste ed amatoriali della rete, sarebbe meglio spingere sul terreno della media education. E così mettere le nuove generazioni in condizione di saper interagire con queste forme espressive, senza subirne gli aspetti manipolatori e consumistici denunciati da Landi.

  • nicolabruno
  • Lunedì 8 Ottobre 2007

Grillo: fenomeno del web o del marketing?

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  • Tags: Beppe-Grillo, Blog, internet, web
  • 15 commenti

Potenza della partecipazione online o marketing virale in salsa 2.0? Un “vero” blogger o il comico di sempre con un nuovo palcoscenico (la rete)? Da un punto di vista comunicativo, tra le categorie dei media tradizionali e le dinamiche emergenti online, il fenomeno Grillo fa storia a sé. E non perché si tratti di qualcosa di innovativo e rivoluzionario, come lo stesso Grillo vuol fare intendere. Semmai è vero proprio il contrario: dietro la facciata scintillante di Internet, troviamo una miscela esplosiva di modalità interattive vecchie e nuove, al tempo stesso aperte e chiuse. Non è comunicazione di massa, ma neanche questo gran salto verso il futuro.

Di nuovo - dice chi da anni vive dentro la rete italiana - c’è giusto la disintermediazione, il ricorso intelligente a sistemi virali spinti (i video su YouTube, le mappe di Google, i badge per il passaparola). E la struttura del blog, per quanto Grillo lo utilizzi più come un palcoscenico, che come uno spazio di confronto e discussione dal basso.
A differenza di altri blog politici di successo (come Daily Kos e Huffington Post, due fonti ormai influenti negli Usa, in grado di fare dibattito sfruttando al meglio il fattore-rete), su beppegrillo.it il flusso interattivo è mono-direzionale, senza quell’intimità “uno a uno” tipica delle interazioni online.

Dal sapore altrettanto retrò è la sostanziale latitanza dalla rete italiana o la reticenza a sperimentare tutte le potenzialità del web: tolte le bacheche abbastanza anguste di MeetUp (i forum su cui si organizzano “Gli amici di Beppe Grillo”), non ci sono stati molti tentativi di rendere più orizzontali e inclusivi i processi di mobilitazione. Un’occasione persa secondo il giornalista Sergio Maistrello: “Se fossi Beppe Grillo direi: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, diffondete il verbo, colonizzate le vostre reti sociali”. Ma niente di tutto ciò. Piuttosto, la costruzione di un brand eccezionale, dove la pur giusta indignazione e denuncia sociale convive con le logiche dello star-system e del marketing più aggressivo: libri e dvd da comprare online, il magazine personale, spot, inni e finanche un logo per le liste civiche.

Una macchina comunicativa potente, in grado di intercettare gruppi di utenti eterogenei e sostanzialmente diffidenti verso i grandi media. Ma anche un pubblico che, come suggerisce questo recente sondaggio, magari non frequenta poi così tanto il suo blog e la rete. Non è un caso se dietro a tutto ciò ci sia la Casaleggio Associati, agenzia che, è spiegato sul sito, tra gli altri obiettivi persegue anche quello della “creazione di gruppi di pensiero e di orientamento”. È la Casaleggio, ad esempio, a far da redazione per i testi del blog, a trovare le notizie forti e passarle poi a Grillo: niente di male, per carità, ma perché non dare un volto e un nome alle persone impegnate in questa opera collettiva (come fanno Daily Kos e HuffPo, in linea con una regola implicita della blogosfera)? Toglierebbero forse visibilità e carisma alla stella Grillo?

LEGGI ANCHE: Da Luttazzi a Vaccitu.com, tutti gli atolli anti Grillo nel mare del web

  • nicolabruno
  • Mercoledì 26 Settembre 2007
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