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Bono

George Clooney, oltre alla Canalis pensa anche ad Haiti

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  • Tags: Bono, Bruce Springsteen, celebrity, Elisabetta Canalis, George Clooney, haiti, Hope For Haiti, Sting
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L'attore organizza il telethon più imponente della storia - Credits: AP Photo/Matt Sayles/LaPresse

L'attore organizza il telethon più imponente della storia - Credits: AP Photo/Matt Sayles/LaPresse

L’affascinante attore dimostra ancora una volta la sua sensibilità e organizza, insieme a MTV, il telethon più imponente della storia: Hope For Haiti.
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  • giulia battafarano
  • Giovedì 21 Gennaio 2010

Bono degli U2 in esclusiva per First e Panorama.it

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  • Tags: Bono, First, u2
  • Un commento

Bono Vox degli U2
First, il mensile di Panorama in edicola, ha ospitato due interventi del leader degli U2 Bono. Li pubblichiamo in versione integrale: Io e Frank Sinatra, a modo suo e È il 2009. Sapete dov’è la vostra anima?
In più, ospitiamo l’articolo Rebranding Africa - Il nuovo volto dell’Africa, scritto da Bono in occasione del viaggio in Africa del presidente Obama.

  • redazione
  • Mercoledì 2 Settembre 2009

Rebranding Africa - Il nuovo volto dell’Africa

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  • Tags: africa, Bono, Obama
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Bono vuole cambiare musica

di Bono

QUANDO: Imminente. Anzi, proprio in quest’istante.

Presto l’Air Force One atterrerà ad Accra, Ghana. Gli africani daranno il benvenuto al primo presidente afro-americano degli Stati Uniti. E sul continente, la copertura mediatica sta attribuendo lo stesso peso a entrambi i lati del trattino.
E noi, bè, quando il presidente Kennedy venne in Irlanda nel 1963, pensavamo che fosse fantastico. (E fu fantastico, anche se io ero molto piccolo. Da dove vengo io, JFK viene ancora ricordato come un ragazzo del posto che ha fatto molta, molta strada).

Ma oggi l’”Africa-nità” del presidente Obama è soltanto una parte (una parte intrigante, diciamolo) della storia. Le notizie che circolano via cavo possono anche far pensare che il grande protagonista dell’evento sia proprio lui - ma qualcosa mi suggerisce che non sarà così. Se avesse intrapreso un viaggio per motivi sentimentali, sarebbe andato in Kenya, per ritrovare alcuni di quei “sogni di suo padre”.

Obama ha fatto una scelta diversa, ed è stato piuttosto chiaro sulle ragioni che l’hanno spinto a compierla. Nonostante la sua indescrivibile bellezza, infatti, e le sue recenti vittorie sugli Anopheles, gli insetti portatori della malaria, il Kenya continua ad essere un paese tormentato da una corruzione dilagante e da disordini politici: due elementi che confermano troppi di quei titoli che leggiamo di solito sui giornali occidentali quando si parla di Africa. Il Ghana, al contrario, quei titoli li mette in discussione. Senza alcun atteggiamento di sfida o rancore, ma in puro stile ghaneano: cool ed estemporaneo. Stiamo parlando di un paese in cui la musica più ascoltata è il jazz; che molto tempo fa ha inventato un nuovo genere musicale chiamato “highlife”, che si è poi diffuso in tutta l’Africa - diventato, di recente, “hip life”, che è un po’ quello che salta fuori quando l’hip hop incontra il reggaeton che incontra il rhythm’n'blues che incontra le melodie ghaneane, se vi siete aggiornati (e dovreste, credetemi). Durante una mia visita in Ghana, ho incontrato il ministro del Turismo e ho tentato di vendergli l’idea di rilanciare il paese come “luogo di nascita del cool”. (Pensate soltanto alla musica di Miles, o alla conversazione di Kofi.) Lui ha sollevato qualche obiezione… un po’ troppo cool, mi sa.

In silenzio, con umiltà - ma anche con eroismo - il Ghana lavora giorno dopo giorno per riscattare l’immagine di un continente marchiato a fuoco. Il nuovo volto dell’America incontra il nuovo volto dell’Africa.

La Repubblica del Ghana è ben governata. Dopo le ultime elezioni, il potere è passato di mano in maniera pacifica. La società civile, d’altro canto, sta conquistando un peso sempre maggiore. La crescita economica procedeva ad andatura sostenuta perfino prima che al largo delle coste venisse trovato il petrolio, qualche anno fa. E sebbene all’inizio sia stato sbatacchiato dai marosi del tracollo finanziario mondiale, il Ghana si sta dimostrando in grado di domare la tempesta. Normalmente non mi azzardo a dare consigli finanziari - ai quartieri generali del Times scatta subito l’allarme - ma eccovene uno: comprate ghaneano.

Non è insomma una coincidenza che il Ghana si stia avviando a grandi passi verso il conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Ora come ora, è una delle poche nazioni africane che ha qualche chance di raggiungere il traguardo entro il 2015.

Nessuno è riuscito a trafugarmi una copia del discorso che il presidente terrà in Ghana. È abbastanza chiaro, tuttavia, che non si concentrerà unicamente sui problemi che affliggono il continente, ma anche sulle opportunità di un’Africa che sta risalendo la china. E se è quello che farà, gli incoraggiamenti più sentiti proverranno dai membri della classe media africana, sempre più numerosi e stufi di essere trattati con condiscendenza, o di sentir intonare il canto del loro maestoso continente in tonalità minore.

Una melodia che ho suonato anch’io. Ho parlato di tragedia, di emergenza. Un’emergenza che continua ad esserci, se circa 2000 bambini africani muoiono ogni giorno per il morso di un insetto: un’emorragia del capitale umano che non può essere accettata come “normale”.
Ma l’esempio del Ghana chiarisce una volta per tutte che in questa melodia l’accordo è uno soltanto. In mezzo a povertà e malattia ci sono possibilità di crescita e investimenti - crescita e investimenti che non elimineranno nel giro di una notte la necessità di assistenza, per quanto intensamente sia noi che gli africani possiamo desiderare una prospettiva del genere, ma che col tempo permetteranno di costruire strade, scuole, impianti elettrici, di dare una spinta al commercio, fino al giorno in cui gli aiuti cederanno il passo ad accordi commerciali, a trattative d’affari e a un reddito interno della nazione.

Obama può fare in modo che quel giorno sia più vicino. Sa che il cambiamento non sarà facile. La corruzione cinge d’assedio i riformatori africani. “Se combatti la corruzione, lei combatterà te” ha detto una volta un ex funzionario nigeriano che aveva intrapreso la sua battaglia per una società e una politica più etiche.

Dal suo pulpito di potente, il presidente può alzare la voce contro chi del potere fa un uso distorto. Se non c’è trasparenza, non ci sono neanche opportunità. E se questa non è una massima, dovrebbe diventarlo. È una cosa ovvia, a dirla tutta. Il lavoro della Millennium Challenge Corporation, istituita dal governo americano, si fonda proprio su questo principio, sebbene non lo esprima in maniera tanto cruda. I sussidi in dollari americani sono destinati in maniera crescente a paesi che li utilizzeranno senza sperperarli. Il Ghana è uno di questi. E gli altri sono in costante aumento.

Per tutto ciò bisogna ringraziare africani come John Githongo, l’ex direttore della commissione anti-corruzione del Kenya - uno dei miei eroi, che ha aperto la strada a un nuovo genere di trasparenza, dal basso verso l’alto. Sforzi come i suoi, che stanno prendendo sempre più piede nel continente, meritano un supporto maggiore. Di tipo presidenziale. Poi c’è il pugno morale e finanziario della Nigeria - Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministro delle Finanze del paese e ora co-direttrice della Banca Mondiale - in prima linea per aiutare le nazioni africane a recuperare i beni saccheggiati da funzionari corrotti. E infine la Extractive Industries Transparency Initiative (Iniziativa per la trasparenza nelle industrie estrattive), che sta supportando paesi come il Ghana nel “ripulire” le attività economiche che gravitano attorno a petrolio, minerali e gas, per garantire che i profitti non finiscano nelle mani di cleptocrati.

L’attenzione di un presidente potrebbe essere un asso nella manica per battaglie come queste - un’iniezione di amminoacidi politici ed etici che, in ogni caso, darebbe una spinta anche ai sussidi in dollari. Dovrebbe essere una buona notizia per gli otto premier riuniti in Italia, a cui Obama manda un “arrivederci” - con accento hawai-chicagoano - mentre decolla per l’Africa.

E a quanto sembra, uno dei risultati del summit di questa settimana sarà un nuovo impegno da parte del G8 nel campo delle politiche agricole. (Per ora, nuovi soldi: America. Vecchi soldi: tutti gli altri.) Questa è la buona notizia che Obama porterà al Ghana dall’Europa. La notizia un po’ meno buona - che paesi come la Francia e l’Italia non adempiranno ai loro obblighi nei confronti dell’Africa - rende la visita di Obama ancor più necessaria. Gli Stati Uniti d’America sono una di quelle nazioni decise a mantenere gli impegni presi, e Obama ha già dichiarato che ha intenzione di ampliare la straordinaria eredità lasciata da Bush.

Il presidente conta di fare ritorno in Africa per la Coppa del Mondo, nel 2010. In questo lasso di tempo ha la possibilità di convincere altre persone a investire - dal basso verso l’alto - sui recenti successi dell’Africa e a trarre un insegnamento dai suoi fallimenti. Di entrambi non mancano esempi. Nel nostro angoscioso rapporto con questo dinamico continente siamo stati testimoni del bene, del male e dell’orrido.
Il presidente può facilitare la strada a ciò che è nuovo, fresco, diverso. Molti degli accordi - alcuni di vecchia data e altri di trascuratezza cronica - scadranno nel 2010. Nuove promesse, da partner soliti e meno soliti, dal G8 al G20, devono essere stipulate - e stavolta mantenute. Se è vero che molte nazioni africane (non solo il Ghana) stanno per raggiungere gli Obiettivi del Millennio, avranno bisogno di avere al loro fianco partner in gamba, negli affari e nello sviluppo. “In gamba” nel senso di: sostenibile, ragionevole, trasparente, responsabile.

L’Africa non è soltanto la terra di Barack Obama. È anche la nostra. La culla dell’umanità. Ovunque ci abbiano condotto i nostri viaggi, è lì che sono iniziati, tutti quanti. La parola che usa Desmond Tutu è ubuntu: “Io sono perché noi siamo”. Finché non l’accetteremo, come dice lui - e non impareremo ad apprezzarlo - non saremo mai veramente completi.
Non sarà forse che, in questo senso, tutti gli americani sono afro-americani?

Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 9 luglio. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

  • redazione
  • Mercoledì 29 Luglio 2009

È il 2009. Sapete dov’è la vostra anima?

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  • Tags: anima, Bono, capitalismo, chiesa, globalizzazione, religione
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Bono Vox degli U2

di Bono

Sono al centro di Manhattan, un posto dove i tassisti suonano i clacson come fossero strumenti musicali e urlare nei ristoranti è uno sport nazionale.

A miglia e miglia di distanza dalla calda brezza di voci che mi avvolgeva una settimana fa, la domenica di Pasqua.

“Sia gloria al tuo nome” cantavano le donne dell’isola, cullandosi avanti e indietro nella piccola chiesa in arenaria. Fui sopraffatto da un’esplosione di colori, da un’ondata di emozioni che mi trascinò con sé verso il mare.

La cristianità, a quando pare, ha un ritmo - che procede in crescendo proprio in questo periodo dell’anno. La rumba del carnevale cede il passo alla lenta marcia della Quaresima, per poi dare spazio agli staccato degli inni pasquali. Dalle orge dei baccanali alle visioni ultraterrene. Dopo quaranta giorni nel deserto, tipo.

Carnevale - le rock star ci sanno fare, col carnevale.

Carne-vale, addio alla carne: un party di commiato. Sono stato a molti carnevali. I brasiliani dicono di essersi inventati il più lungo; di sicuro, il migliore. Non puoi fare altro che lasciarti contagiare dalla febbre, unirti alla parata di festaioli che irrompe per le strade della città, come un fiume che travolge gli argini, in un’esplosione di divertimento che si fa ritmo. È una gioia che non può essere invocata. È forza vitale. È un cuore pieno, traboccante di gratitudine. A voi la scelta…

È con la Quaresima che non sono mai andato d’accordo. Ci ho rinunciato. Quando si arriva alla negazione di sé, faccio fiasco in maniera colossale. La mia idea di disciplina è semplice - lavorare sodo - ma ovviamente è solo un’altra indulgenza.

Poi arriva il passaggio dalla morte alla vita, la Pasqua.

È un momento trascendente, per me - una rinascita di cui ho sempre avvertito il bisogno. Mai con la stessa intensità di qualche anno fa, quando è morto mio padre. Mi tornano in mente l’imbarazzo e il sollievo delle lacrime cocenti sulle guance, mentre mi inginocchiavo nella piccola cappella di un paesino francese, pentendomi della mia natura di figliol prodigo - pentendomi per aver combattuto mio padre tanto a lungo e per essermi lasciato sfuggire troppe volte l’opportunità di conoscerlo meglio. Ricordo la sensazione di quella “pace che sorpassa ogni preoccupazione umana” come una liberazione da un fardello. Tra tutte le feste cristiane, la Pasqua è quella che richiede la fede più grande - ti spinge oltre il profondo rispetto per la Creazione, attraverso lo sconcerto dell’idea di un “nato da una vergine”, fino alla smisurata, inverosimile concezione che la morte non sia la fine di tutto. La croce come un incrocio, un bivio. Che siate o meno religiosi, l’idea di poter ricominciare da capo è irresistibile.

*

Domenica scorsa, il maestro del coro sobbalzava - di volta in volta impetuoso, quieto, tenero e giocoso - al suono dei più virtuosi dei pianoforti e delle melodie. Intonava le sue invocazioni con una splendida voce da tenore, possente come una quercia, mentre al suo fianco un ragazzino lentigginoso si prodigava su conga e tamburello come se avesse sotto le dita una batteria corredata di tutto punto. Il coro dei parrocchiani si levava verso le travi del soffitto, canti di lode a un Dio che aveva apparentemente rinunciato a sovrastare le nostre voci con la Sua.

Per quale motivo mi rifugio tra le mura di un’umile chiesetta o di un’imponente cattedrale? Per vedere se la mia testa funziona come si deve? O il mio cuore? No: per occuparmi della mia anima. Queste meditazioni sono, per me, come il filo a piombo per un capomastro - che verifica se le pareti stanno venendo su dritte o storte. Controllo come funziona la mia vita emotiva con la musica; la mia vita intellettuale, con la scrittura. Ma quando mi metto in cammino alla ricerca della mia anima, non posso che approdare alla religione.

Il sacerdote disse: “Che cosa giova all’uomo guadagnare il mondo intero se perde la propria anima?”. Sentendo queste parole, ciascuno dei pellegrini raccolti nella stanza domandò: “Sono io, Signore?”. In America, in Europa, tutti si chiedono: “Siamo noi?“.

Be’, sì. Siamo noi.

Il carnevale è finito. L’anima del commercio ha reso incandescente il clima e i mercati. I cieli fuligginosi della rivoluzione industriale hanno cambiato luogo ed estensione. Ma adesso, lo scioglimento dei ghiacciai fa ribollire i mari in tempi di rivoluzione hi-tech. Il capitalismo è sotto processo; la globalizzazione, ancora una volta, sul banco degli imputati. Dicevamo che tutto ciò che desideravamo per il resto del mondo era tutto ciò che possedevamo anche noi. Poi ci siamo resi conto che, se ogni essere vivente sulla faccia della Terra avesse avuto un frigorifero, una casa e un SUV, saremmo soffocati nei nostri stessi gas di scarico.

La Quaresima incombe su di noi, che la cosa ci vada a genio o meno. E assieme a lei, speriamo compaia anche una speranza di redenzione - cancellazione dei peccati. Non solo in senso spirituale, ma anche come concetto economico. Al giro di boa di fine millennio, la campagna per la cancellazione del debito, ispirata al concetto ebraico di Giubileo, mirava a concedere ai paesi più poveri un nuovo inizio. Oggi, in Africa, ci sono trentaquattro milioni di bambini in più che vanno a scuola, in larga parte perché i governi dei paesi in cui abitano hanno utilizzato al meglio i soldi svincolati dal debito. Una cancellazione che non ha posto fine alla schiavitù economica, ma ha significato una nuova speranza per molti. Ed è a questi molti - di certo non a pochi privilegiati - che ci deve condurre la ricerca della nostra anima, qualsiasi strada decida di percorrere.

Qualche settimana fa mi trovavo a Washington, quando iniziò a circolare la notizia di possibili tagli al budget del presidente per il sostegno ai paesi in via di sviluppo. La gente diceva che sarebbe stato difficile mantenere promesse fatte a persone che vivono in condizioni terribili a migliaia di chilometri di distanza, quando anche in America c’è tanta, troppa miseria. E ce n’è.

Da poco, però, ho letto che un numero sempre maggiore di cittadini americani si dedica al volontariato, non potendosi permettere di dare una mano con offerte in denaro. E alla fine, grazie a un voto bipartisan del Senato, sembra che il Congresso ristabilirà i fondi tagliati ai paesi in via di sviluppo - un rifiuto ad abbandonare chi paga già un prezzo molto alto per una crisi di cui non è responsabile. In tempi bui e agitati, la gente dimostra ciò che è veramente.

La vostra anima.

In questo periodo di crisi, gran parte del dibattito ruota attorno al valore delle cose, non ai valori. Un aiuto ben speso può essere un ottimo esempio per entrambi - il valore dei soldi e i valori che nascono dai soldi. Fornire medicinali e cure mediche a circa quattro milioni di persone ammalate di AIDS, mettere in atto semplici e ragionevoli misure di assistenza e controllo delle nascite, tentare di debellare malattie letali come la malaria e i rotavirus - tutto questo è una piccola spinta lungo la scalata verso l’autosufficienza, un modo per aiutarci ad avere più amici in un mondo facile all’odio. Non sono elemosine, sono un investimento. Non è carità - è giustizia.

*

Stranamente, mentre usciamo dalla piccola chiesa in arenaria, in fila sotto un sole spietato, penso a Warren Buffett e a Bill Gates, che hanno devoluto parte delle loro ricchezze alla lotta contro l’estrema povertà. Entrambi agnostici, credo. Penso a Nelson Mandela, che ha dedicato la propria vita a sostenere i diritti altrui. Un uomo spirituale, senza dubbio. Religioso? Da quel che mi si dice, non si descriverebbe in questo modo.

Non tutta la musica dell’anima esce dai portoni delle chiese.

Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 18 aprile. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

  • redazione
  • Lunedì 27 Luglio 2009

Notes from the Chairman - Le note del presidente

OkNotizie

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  • Tags: Bono, frank-sinatra, jazz
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Bono

di Bono

(Esclusiva First-Panorama.it)

C’era una volta, un paio di settimane fa…

Sono in mezzo alla folla, in un pub di Dublino, a mezzanotte e dintorni della sera di Capodanno. Bicchieri che tintinnano l’uno contro l’altro, risuonano, si infrangono in una tipica atmosfera da bisboccia gaelica: porte a vento, innamorati chiamati a raccolta dai doni di stagione e pronti a rompere le righe, ostilità familiari inserite in categorie più ampie o riassunte. Allegria al malto e disperazione allo zenzero in fila per essere servite – un marchio di qualità da un quarto di millennio a questa parte, da quando Arthur Guinness è riuscito a spillare questo nero vellutato in una pinta di birra.

Atmosfera interessante. La nuova moneta irlandese è stata lanciata sul tavolo da gioco, e ha perso. La Tigre Celtica si aggira con la coda tra le gambe, mentre costruttori e banchieri ridono fragorosamente e a disagio quando si parla dell’anno passato, e deglutiscono fragorosamente e a disagio quando si pensa a quello futuro. Ma una voce che proviene dagli altoparlanti ci scuote all’improvviso, trascinandoci fuori da questo momento: è Frank Sinatra che canta My Way. Un inno al concetto stesso di sfida, e tutti i presenti cantano in coro, per una valanga di ragioni. Rimango colpito dall’unica caratteristica assente nella voce di Sinatra: il sentimentalismo.

Questa voce, aggrovigliata e compatta come un pugno, vuole forse essere una traccia, un indizio per l’anno che ci aspetta? Nella nebbia di incertezze che avvolge la vostra vita lavorativa, la vostra vita sentimentale, la vostra vita vita, come mai la voce di Frank risuona come una sirena, un richiamo – con una tale sicurezza in questi tempi agitati, che vi permette di indulgere a un tocco di romanticismo, ma è anche capace, se vi siete lasciati trascinare un po’ troppo dalle emozioni, di rovesciarvi di colpo quel bicchiere di rosee e fiduciose visioni da sotto il naso.

Un richiamo alla credibilità.

Una voce che dice: «Non mentirmi adesso».

Che dice: «Baby, se c’è qualcos’altro, dimmelo ora».

Semplicemente fantastica, ma che non racconta fantasie. Una sincerità che vi sprona a tenervi il cappello ben calcato sulla testa.

Mentre l’anno scivola via (e assieme a lui molti amanti di baldorie e caroselli), l’emozione dominante in questa stanza sembra un incontro di pugilato tra paura e speranza, tra aspettative e trepidazione. Dovunque siate finiti, questa voce vi prende per mano.

*

Sono appena tornato nella mia casa di Dublino, intento a stappare una bottiglia di vino buono, ma già pronto a sentirne il sapore acre in bocca, tipico delle occasioni in cui familiari e amici si lasciano prendere un po’ troppo la mano – il che è esattamente quello che sto per fare. Di ritorno dalla cantina, sollevo lo sguardo per trovarmi di fronte a una visione in giallo: un dipinto che Frank mi mandò dopo che ebbi cantato assieme a lui I’ve Got You Under My Skin, nell’album Duets, del 1993. Un suo quadro. Una folle tela gialla, un violento turbine di cerchi concentrici su una pianura deserta. Francis Albert Sinatra, pittore, modernista.

Avevamo passato un po’ di tempo assieme nella sua villa di Palm Springs, una roba pazzesca – a perdita d’occhio, solamente colline e il deserto, nessuna traccia di percalle per miglia. Sì, miglia e miglia, miles and miles, ma comunque, in ogni caso, Miles Davis. E un sacco di chiacchierate sul jazz. È stato allora che Frank mi ha mostrato questo quadro. Ho pensato che quei cerchi erano come il diametro di un corno, il suono di una tromba. Gliel’ho detto.

«Questo dipinto si intitola Jazz. È tuo, se vuoi».

Avevo sentito che, tra gli altri, a influenzare maggiormente Miles Davis era stato proprio lui, Sinatra. Gliel’ho detto.

Alcune delle sue risposte concise che vanno dritte al punto:

«Di solito non passo molto tempo con uomini che portano l’orecchino».

«Miles Davis non ha mai sprecato una nota, ragazzo – o una parola di troppo su un idiota».

«Il jazz ha a che fare col momento in cui ti trovi. L’essere moderni non riguarda il futuro, ma il presente».

Penso a tutto questo, adesso, all’inizio di questo nuovo anno. Il Big Bang della pop music mi ricorda che tutto ha a che fare col momento, una tela fresca e veloce su cui non bisogna lavorare più di tanto. Mi chiedo cos’avrebbe pensato Frank del tempo che ho passato assieme alla mia band per finire gli album, lui con la sua famosa insofferenza nei confronti di produttori e direttori artistici – di chiunque, a dire il vero – troppo affaccendati a bazzicare nei paraggi. Vivere appieno quel minuscolo puntino di tempo dopo che si è premuto il pulsante record è ciò che lo rende eterno. Se, come Frank, canti una canzone come se non potessi cantarla mai più. Se, come Frank, canti una canzone come non hai mai fatto prima.
Se.

*

Se volete sentire la voce meno sentimentale della storia della musica pop, nelle sue ultime battute da fuoriclasse, tuttavia – shhhh – dovete trovare la versione di Frank dell’ode all’insonnia, One for My Baby (and One More for the Road), nascosta in Duets. Ascoltate tutto l’album fino alla fine e sentirete questo grande crollare mentre singhiozza «It’s a long, long road» sulla melodia. Non vi sto prendendo in giro.

Come è stato per Bob Dylan, per Nina Simone e per Pavarotti, anche la voce di Sinatra è migliorata con l’età, dopo anni passati a fermentare in botti di quercia piene di crepe e impregnate di whisky. In quanto comunicatore, trovare le note giuste è solo una parte della storia, naturalmente.

I cantanti, molto più degli altri musicisti, dipendono unicamente da ciò che conoscono – inteso come opposto a ciò che non conoscono. Sebbene in questo si annidi un pericolo non da poco – la perdità di quel lato naïf, per esempio, che conserva una certa potenza – è anche vero che le capacità interpretative non possono che migliorare se vengono nutrite da una vita di abusi.

Volete un esempio? Eccovi un esempio. Prendete le due versioni di My Way registrate da Frank Sinatra.

La prima fu registrata nel 1969, quando Mr Chairman of the Board, il «Megapresidente», disse a Paul Anka, autore della canzone: «Basta, mollo tutto. Ne ho piene le scatole. Voglio solo tagliare la corda». In questa chiave di lettura, la canzone è soprattutto una spacconata – più voglia di dare il benservito che non un commiato: incarna tutto il «machismo» di un uomo di fronte agli errori commessi da qui all’eternità.

In una registrazione più recente, Frank ha 78 anni. L’arrangiamento, a cura di Don Costa, è identico, le parole e la melodia sono esattamente le stesse: ma questa volta la canzone si trasforma in un «canto di sconfitta» capace di farti sentire il cuore in gola, o di spezzartelo. Il cantante ha lasciato tutta la sua tracotanza fuori dalla porta. (Questo cantante, ovvero io, è nella melma fino al collo.) Non fa altro che porgere le proprie scuse.

A quale scopo? Complessità, dualismo. Ho avuto la fortuna di poter cantare assieme a un uomo in grado di comprendere il dualismo, che ha avuto il talento di sentire due idee opposte nella stessa canzone, e la saggezza di sapere quale lato rivelare e in quale momento.

È questo il nostro momento. Cosa vogliamo ascoltare?

Nel pub, per l’arrivo del nuovo anno, mentre tutta la gente raccolta in questa stanza si unisce in un coro assordante – «I did it my way», l’ho fatto a modo mio – io e questa caterva di arruffapopoli irlandesi riusciamo a sentire, in questo segnapagine nel canzoniere americano, entrambi i volti della canzone e del cantante, la tracotanza e l’umiltà, gli occhi blu e quelli rossi di pianto.

Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 9 gennaio. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

  • redazione
  • Giovedì 23 Luglio 2009

Bono intervista Clooney per la Cnn

OkNotizie

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  • Tags: Bono, George Clooney, u2
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George Clooney ride e scherza con il padre Nick
Domani Primo maggio milioni di televisori americani si sintonizzeranno sulla Cnn per assistere a un’intervista molto, molto speciale. Bono, il leader degli U2, per una volta nei panni di giornalista, intervista George Clooney sul palco del Rose Theater di New York. Nessuno era presente in sala tranne le due star che, sedute a pochi metri di distanza, hanno parlato delle loro vite e delle loro carriere. Cliccando su questo indirizzo Internet potete gustare una preview dell’incontro. Appena entrato in teatro, Bono si è seduto al pianoforte e ha storpiato le parole il classico dei Beatles Hey jude per adattarlo al suo ospite e amico di vecchia data: “Hey George, don’t make it bad…”.

  • gianni.poglio
  • Giovedì 30 Aprile 2009

Bono: “Io e Frank Sinatra, a modo suo”

OkNotizie

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  • Tags: Bono, First, frank-sinatra
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Bono, leader degli U2
(Credits:Ansa)

Il nuovo numero di First, il mensile di Panorama in edicola, ospita un intervento del leader degli U2 Bono, che pubblichiamo in versione integrale

di BONO
Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 9 gennaio. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

C’era una volta, un paio di settimane fa…
Sono in mezzo alla folla, in un pub di Dublino, a mezzanotte e dintorni della sera di Capodanno. Bicchieri che tintinnano l’uno contro l’altro, risuonano, si infrangono in una tipica atmosfera da bisboccia gaelica: porte a vento, innamorati chiamati a raccolta dai doni di stagione e pronti a rompere le righe, ostilità familiari inserite in categorie più ampie o riassunte. Allegria al malto e disperazione allo zenzero in fila per essere servite - un marchio di qualità da un quarto di millennio a questa parte, da quando Arthur Guinness è riuscito a spillare questo nero vellutato in una pinta di birra.

Atmosfera interessante. La nuova moneta irlandese è stata lanciata sul tavolo da gioco, e ha perso. La Tigre Celtica si aggira con la coda tra le gambe, mentre costruttori e banchieri ridono fragorosamente e a disagio quando si parla dell’anno passato, e deglutiscono fragorosamente e a disagio quando si pensa a quello futuro. Ma una voce che proviene dagli altoparlanti ci scuote all’improvviso, trascinandoci fuori da questo momento: è Frank Sinatra che canta My Way. Un inno al concetto stesso di sfida, e tutti i presenti cantano in coro, per una valanga di ragioni. Rimango colpito dall’unica caratteristica assente nella voce di Sinatra: il sentimentalismo.

Questa voce, aggrovigliata e compatta come un pugno, vuole forse essere una traccia, un indizio per l’anno che ci aspetta? Nella nebbia di incertezze che avvolge la vostra vita lavorativa, la vostra vita sentimentale, la vostra vita vita, come mai la voce di Frank risuona come una sirena, un richiamo - con una tale sicurezza in questi tempi agitati, che vi permette di indulgere a un tocco di romanticismo, ma è anche capace, se vi siete lasciati trascinare un po’ troppo dalle emozioni, di rovesciarvi di colpo quel bicchiere di rosee e fiduciose visioni da sotto il naso.

Un richiamo alla credibilità.

Una voce che dice: “Non mentirmi adesso”.

Che dice: “Baby, se c’è qualcos’altro, dimmelo ora”.

Semplicemente fantastica, ma che non racconta fantasie. Una sincerità che vi sprona a tenervi il cappello ben calcato sulla testa.

Mentre l’anno scivola via (e assieme a lui molti amanti di baldorie e caroselli), l’emozione dominante in questa stanza sembra un incontro di pugilato tra paura e speranza, tra aspettative e trepidazione. Dovunque siate finiti, questa voce vi prende per mano.

*

Sono appena tornato nella mia casa di Dublino, intento a stappare una bottiglia di vino buono, ma già pronto a sentirne il sapore acre in bocca, tipico delle occasioni in cui familiari e amici si lasciano prendere un po’ troppo la mano - il che è esattamente quello che sto per fare. Di ritorno dalla cantina, sollevo lo sguardo per trovarmi di fronte a una visione in giallo: un dipinto che Frank mi mandò dopo che ebbi cantato assieme a lui I’ve Got You Under My Skin, nell’album Duets, del 1993. Un suo quadro. Una folle tela gialla, un violento turbine di cerchi concentrici su una pianura deserta. Francis Albert Sinatra, pittore, modernista.

Avevamo passato un po’ di tempo assieme nella sua villa di Palm Springs, una roba pazzesca - a perdita d’occhio, solamente colline e il deserto, nessuna traccia di percalle per miglia. Sì, miglia e miglia, miles and miles, ma comunque, in ogni caso, Miles Davis. E un sacco di chiacchierate sul jazz. È stato allora che Frank mi ha mostrato questo quadro. Ho pensato che quei cerchi erano come il diametro di un corno, il suono di una tromba. Gliel’ho detto.

“Questo dipinto si intitola Jazz. È tuo, se vuoi”.

Avevo sentito che, tra gli altri, a influenzare maggiormente Miles Davis era stato proprio lui, Sinatra. Gliel’ho detto.

Alcune delle sue risposte concise che vanno dritte al punto:

“Di solito non passo molto tempo con uomini che portano l’orecchino”.

“Miles Davis non ha mai sprecato una nota, ragazzo - o una parola di troppo su un idiota”.

“Il jazz ha a che fare col momento in cui ti trovi. L’essere moderni non riguarda il futuro, ma il presente”.

Penso a tutto questo, adesso, all’inizio di questo nuovo anno. Il Big Bang della pop music mi ricorda che tutto ha a che fare col momento, una tela fresca e veloce su cui non bisogna lavorare più di tanto. Mi chiedo cos’avrebbe pensato Frank del tempo che ho passato assieme alla mia band per finire gli album, lui con la sua famosa insofferenza nei confronti di produttori e direttori artistici - di chiunque, a dire il vero - troppo affaccendati a bazzicare nei paraggi. Vivere appieno quel minuscolo puntino di tempo dopo che si è premuto il pulsante RECORD è ciò che lo rende eterno. Se, come Frank, canti una canzone come se non potessi cantarla mai più. Se, come Frank, canti una canzone come non hai mai fatto prima.
Se.

*

Se volete sentire la voce meno sentimentale della storia della musica pop, nelle sue ultime battute da fuoriclasse, tuttavia - shhhh - dovete trovare la versione di Frank dell’ode all’insonnia, One for My Baby (and One More for the Road), nascosta in Duets. Ascoltate tutto l’album fino alla fine e sentirete questo grande crollare mentre singhiozza “It’s a long, long road” sulla melodia. Non vi sto prendendo in giro.

Come è stato per Bob Dylan, per Nina Simone e per Pavarotti, anche la voce di Sinatra è migliorata con l’età, dopo anni passati a fermentare in botti di quercia piene di crepe e impregnate di whisky. In quanto comunicatore, trovare le note giuste è solo una parte della storia, naturalmente.

I cantanti, molto più degli altri musicisti, dipendono unicamente da ciò che conoscono - inteso come opposto a ciò che non conoscono. Sebbene in questo si annidi un pericolo non da poco - la perdità di quel lato naïf, per esempio, che conserva una certa potenza - è anche vero che le capacità interpretative non possono che migliorare se vengono nutrite da una vita di abusi.

Volete un esempio? Eccovi un esempio. Prendete le due versioni di My Way registrate da Frank Sinatra.

La prima fu registrata nel 1969, quando Mr Chairman of the Board, il “Megapresidente”, disse a Paul Anka, autore della canzone: “Basta, mollo tutto. Ne ho piene le scatole. Voglio solo tagliare la corda”. In questa chiave di lettura, la canzone è soprattutto una spacconata - più voglia di dare il benservito che non un commiato: incarna tutto il “machismo” di un uomo di fronte agli errori commessi da qui all’eternità.

In una registrazione più recente, Frank ha 78 anni. L’arrangiamento, a cura di Don Costa, è identico, le parole e la melodia sono esattamente le stesse: ma questa volta la canzone si trasforma in un “canto di sconfitta” capace di farti sentire il cuore in gola, o di spezzartelo. Il cantante ha lasciato tutta la sua tracotanza fuori dalla porta. (Questo cantante, ovvero io, è nella melma fino al collo.) Non fa altro che porgere le proprie scuse.

A quale scopo? Complessità, dualismo. Ho avuto la fortuna di poter cantare assieme a un uomo in grado di comprendere il dualismo, che ha avuto il talento di sentire due idee opposte nella stessa canzone, e la saggezza di sapere quale lato rivelare e in quale momento.

È questo il nostro momento. Cosa vogliamo ascoltare?

Nel pub, per l’arrivo del nuovo anno, mentre tutta la gente raccolta in questa stanza si unisce in un coro assordante - “I did it my way”, l’ho fatto a modo mio - io e questa caterva di arruffapopoli irlandesi riusciamo a sentire, in questo segnapagine nel canzoniere americano, entrambi i volti della canzone e del cantante, la tracotanza e l’umiltà, gli occhi blu e quelli rossi di pianto.

Traduzione di Silvia Montis

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  • redazione
  • Venerdì 20 Febbraio 2009

Bono Vox: “The Edge è un genio. Come Vincent Van Gogh”.

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  • Tags: Bono, The-Edge, u2, Van-Gogh
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Bono Vox degli U2

“È lui la vera mente degli U2”. Con queste parole Bono rivolge un caldo e affettuoso omaggio all’amico David Evans, definendolo il più grande chitarrista dopo Jimmy Page. La rockstar irlandese non si è trattenuta e in uno slancio di sincerità ha ammesso: “Il genio di The Edge è capace di riempire uno spazio bianco con del colore, evitando, però, le ovvie scale di blues che hanno accecato tutti i chitarristi che abbiano ascoltato i Led Zeppelin”. Secondo Bono, le doti stupefacenti del compagno di band sono talento e intuizione. Un mix esplosivo per un’artista in grado di plasmare la musica regalando nuove sensazioni mai percepite prima d’ora. “David ha allargato lo spettro dei suoni delle chitarre elettriche, un po’ come ha fatto Vincent Van Gogh con i colori dipinti su tela”. Una similitudine insolita quella usata da Bono Vox, capace, però, di restituire il senso della genialità creativa del chitarrista, bravissimo nell’immaginare un colore e trasformarlo poi in musica: “The Edge sa come emozionare una persona. Per lui alcuni colori richiamano delle note e questi suoni colpiscono le corde più profonde di chi ascolta”. Per Bono non esiste differenza tra pittori e musicisti: l’arte è arte. Entrambi vivono di emozioni che riescono poi a concretizzare. Il rocker irlandese ha anche citato il nuovo disco degli U2, in uscita a novembre, anticipando che sarà “il più completo e radicale album che abbiano mai inciso”.

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  • elisabetta.tomasone
  • Giovedì 7 Agosto 2008
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